Nuove regole ma, come al solito, la concorrenza langue

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 E’ di qualche giorno fa la notizia che il governo ha approvato il decreto sulle nuove tariffe postali per la consegna di giornali e riviste in abbonamento. Solo un ingenuo potrebbe domandarsi a che titolo lo stato intervenga per decreto sui prezzi di un servizio da sempre fuori monopolio, che il mercato dovrebbe, almeno in teoria, determinare in via autonoma.
Il fatto è che sul prodotto da sempre vige un regime di prezzi politici di gran lunga inferiori ai costi e con un’estensione dei benefici molto più ampia di quella che vige negli altri paesi (in genere limitata agli abbonamenti ai quotidiani, mentre da noi è estesa a qualunque prodotto stampato classificato come periodico). Fino allo scorso anno la norma presupponeva un duplice passaggio, dapprima un prezzo minimo scontatissimo effettivo pagato dalle imprese editoriali, seguito da una farraginosa procedura di rilevazione delle quantità recapitate che serviva per un rimborso (parziale) ex-post a Poste Italiane per i mancati introiti rispetto a tariffe standard (neanche quelle coprivano i costi, in verità). Del sistema beneficiava (oltre ovviamente al settore editoriale) anche Poste Italiane che evitava di subire la concorrenza da parte di privati che, a quei prezzi, non avevano, né hanno ancora adesso, alcun interesse commerciale ad entrare in quel mercato. Il rimborso a Poste era coperto da un trasferimento dal bilancio statale gestito dal Dipartimento per l’Editoria, che arrivava all’azienda dopo anni e dopo ulteriori tagli che aiutavano a chiudere il pregresso.
Questo regime pesava però sulla spesa pubblica, così Tremonti l’anno scorso ha deciso di abolire i sussidi postali all’editoria (attenzione però, sono rimasti pur con uno stanziamento ristretto, quelli in favore delle organizzazioni senza fini di lucro). Le imprese editoriali si sono viste costretti a pagare il prezzo “ufficiale” esistente (sempre sotto costo), ma hanno protestato così tanto da convincere il governo ad emanare un decreto che lo riduce sensibilmente, tanto Poste Italiane è in utile e può permettersi una perdita.
Tuttavia non è vero che l’operazione riduca la spesa pubblica, perché l’attuale regolamentazione che mette a carico del bilancio il costo del servizio postale universale consente a Poste di includere nell’onere da farsi rimborsare qualsiasi ragione di sbilancio dei prodotti universali (in cui sono inclusi i prodotti editoriali). Ovvero il maggiore deficit dovuto a tariffe editoriali più basse si ribalta inevitabilmente in un aumento del costo dell’universalità, che verrà pagato interamente dallo stato, in parte come aumento di spesa, in parte come minori profitti di Poste (che fa utili col Bancoposta e Poste Vita) di cui è proprietario. Non è quindi una vera e propria partita di giro, ma vi si avvicina, e la concorrenza, naturalmente, langue.  

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