Nucleare e riduzione della CO2

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Questo breve contributo è limitato alla relazione, in Italia e nelle date circostanze istituzionali, tra lotta alla CO2 ed energia nucleare. Si tratta quindi di un aspetto di un problema molto più ampio – quello della reintroduzione del nucleare in Italia.

La necessità di un forte contrasto alle emissioni di gas serra è uno dei motivi alla base del rinnovato interesse per l’energia nucleare. Peraltro, le prese di posizione degli organismi ufficiali sono piuttosto eterogenee:  l’OECD dichiara che l’energia nucleare non produce in pratica alcuna emissione di CO2 su tutto il ciclo produttivo ma questa virtù non per tutti è ragione sufficiente: il presidente della FERC – il regolatore elettrico USA – Jon Wellinghoff non vede infatti necessità di costruire nuovi impianti nucleari (anche se negli Stati Uniti non tutti la pensano come lui). L’UE prende una posizione ecumenica/sussidiarista o mozartiana (“vorrei ma non vorrei”): “l’energia nucleare potrebbe anche far parte, per gli Stai membri che lo desiderino, di uno scenario energetico in cui sarà imperativo ridurre considerevolmente le emissioni”.

I punti su cui vogliamo richiamare l’attenzione è che il rilancio del nucleare per ridurre la CO2 con il nucleare crea un nuovo problema ambientale di difficile soluzione, come sembra essere il trattamento dei rifiuti radioattivi, e potrebbe addirittura aumentare il costo di produrre l’energia elettrica. In altri termini, si rischia di fare un passo avanti e due indietro.

Per decidere, come dice il nostro Crusoe, bisognerebbe poter valutare i costi relativi delle diverse opzioni: nella discussione si vedono atti legislativi e dichiarazioni ma pochi numeri.

Quando gli economisti si avvicinano agli aspetti economici del trattamento dei rifiuti radioattivi si trovano di fronte ad una issue che sotto il profilo tecnico appare piuttosto divisiva. Secondo alcuni, la soluzione al problema del trattamento di rifiuti radioattivi alla fine sarebbe trovare, per un paese che ha il programma nucleare del Regno Unito, un volume corrispondente a dieci piscine olimpioniche con un divieto di accesso. Secondo altri il fatto che nessuno dei programmi per il trattamento delle scorie sia operativo e che il programma americano che aveva localizzato il sito di Yucca Mountain, oltre a non essere operativo non sia sostenuto dall’attuale amministrazione americana, indicano che il problema non è di così facile soluzione.

In conclusione, il trattamento delle scorie nucleari in depositi geologicamente stabili non è stato ancora risolto; non rappresenta tanto un problema di sicurezza oggi quanto nel lungo termine e quindi i politici – che non si occupano delle prossime generazioni – lo possono trascurare nelle loro decisioni. Naturalmente, è possibile che nel frattempo l’innovazione tecnologica trovi una soluzione.

Quello che forse gli economisti possono aggiungere è che il trattamento delle scorie sembra essere un problema di trascurabile entità economica: considerata l’energia prodotta durante l’intera vita di un impianto nucleare, il costo del disposal del combustibile nucleare è, secondo una autorevole stima,  un decimo di centesimo di dollaro per kwh. Tuttavia, questa stima richiede una qualche cautela: dal momento che, come abbiamo ricordato poco fa, non vi sono progetti di stoccaggio geologico che siano diventati operativi, i costi effettivi potrebbero rivelarsi diversi da quelli oggi stimati.

Passando agli effetti del nucleare sui costi del sistema elettrico italiano, inizialmente vorremmo sottolineare l’importanza dei fattori istituzionali che sono necessari per la sostenibilità economica del nucleare: costruzione del consenso per la scelta dei siti, procedure per le autorizzazioni e le licenze degli impianti, garanzie sui rischi dell’investimento. Rilevanti sono anche gli aspetti di regolazione (garanzia dei mercati di sbocco). Molti atti relativi a questi argomenti dovrebbero essere emanati nei prossimi mesi.

Tutto ciò a ribadire che la competitività economica dell’energia nucleare richiede un significativo coinvolgimento del decisore pubblico, più di altre tecnologie, per la quali i temi della sicurezza, degli scarti, dei tempi necessari a realizzare gli impianti, non si pongono con tale rilevanza. Quindi, il nucleare riduce la CO2, ma a costi di transazione potenzialmente elevati.

Le numerose stime prodotte sui costi delle diverse tecnologie tengono in considerazione questi costi di contesto, ma in genere non fanno analisi di sensitività. Di quanto dovrebbe variare il tasso di rendimento sul capitale investito richiesto da un operatore privato se vi è un rischio di ritardo nei permessi? Come si modifica la convenienza se il periodo di costruzione invece di 4 anni, che sono quelli considerati nel lavoro del MIT del 2003 e recentemente aggiornato, che è il fondamentale lavoro di benchmarking sulle tecnologie di produzione alternative, diventano 6 o 7?

Dal momento che la forza dell’economia italiana, ahinoi, non sta nelle istituzioni, quando i risultati dipendono soprattutto dall’azione pubblica,  un po’ di cautela è necessaria.

Infine, l’altro aspetto che può impattare sui costi del sistema è rappresentato dall’esternalità negativa per gli altri impianti che saranno chiamati a “lavorare di meno” ma chiederanno comunque una qualche forma di remunerazione. Vediamo qual è il fondamento statistico di questo argomento. Supponiamo che il decisore pubblico identifichi siti adatti per l’accoglimento di un numero minimo di impianti – diciamo per 10.000 MW – necessari per poter parlare di rientro nel nucleare e di lotta alle emissioni CO2 e che gli impianti vengano realizzati senza ritardi. Arriveremmo al nucleare – diciamo da qui a una decina d’anni – con un sistema elettrico caratterizzato da almeno due condizioni. La prima riguarda la domanda: se adottiamo un’ipotesi pessimistica sulla dinamica e ipotizziamo che i consumi si mantengano sui livelli di poco superiori a quelli precedenti alla crisi economica (attorno a 340 TWh/a) anche il punto minimo della domanda di energia elettrica dovrebbe essere soddisfatta dagli stessi livelli di potenza di oggi, pari a 32.000 MW.

La seconda caratteristica riguarda l’offerta. L’Italia ha quasi ultimato un ampio processo di rinnovamento del parco impianti, che ha migliorato l’efficienza fino a qualche anno fa abbastanza deludente, secondo i confronti internazionali disponibili, ed anche sufficientemente capiente. Dai dati che Assoelettrica, l’associazione dei produttori di energia elettrica, aggiorna costantemente, le conversioni e i ripotenziamenti degli impianti a fonti convenzionali sono in corso di realizzazione o ultimate per oltre il 90% della capacità disponibile (16.900 MW su 18.300 MW) e ci sono cantieri aperti e impianti avviati per 14.000 MW dei 17.100 programmati. Inoltre, è in atto un processo di una certa vivacità nella costruzione di nuova capacità di produzione da fonti rinnovabili, sostenuta da un livello di incentivazione molto elevato (7 mld di € verso il 2020). In conclusione, ad oggi non c’è eccesso di offerta, ma se tutti gli impianti autorizzati divenissero operativi questo eccesso potrebbe manifestarsi, anche nell’ipotesi di essere un po’ meno pessimisti sulla dinamica della domanda.

Se questa sarà la situazione, i nuovi impianti nucleari rischierebbero di spiazzare una buona parte delle unità oggi in funzione nel base load (cioè quelli che funzionano sempre), considerata anche una probabile priorità di dispacciamento riconosciuta al nucleare. Questo spiazzamento avrebbe a sua volta come effetto di far rimanere poche ore nella giornata in cui alcune centrali a gas vengono “dispacciate” e possono far recuperare gli investimenti effettuati. In sostanza, i prezzi nelle ore piene dovrebbero incrementare a sufficienza per consentire il rientro dei capitali investiti negli impianti a ciclo combinato. In alternativa, forse qualche produttore potrebbe iniziare a chiedere il recupero in tariffa degli stranded cost legati all’entrata nel nucleare (quando il sistema sta ancora pagando i costi per l’uscita del 1987). In conclusione, produrre energia con il nucleare farebbe diminuire la CO2 ma potrebbe aumentare i costi degli altri impianti.

Certamente, il problema di come ridurre le emissioni di CO2 e a che prezzo resta aperto. Anche se la sua analisi va al di là dell’obiettivo che ci siamo dati in questa sede – cioè, comprendere in che misura il rientro dell’Italia nel nucleare possa influenzare il prezzo dell’energia elettrica – questa tecnologia, indubbiamente, rappresenta uno strumento fra i più potenti, nella riduzione delle emissioni di gas clima alteranti.

Tuttavia, anche in questa ottica, il punto su cui varrebbe la pena di meditare è che ridurre le emissioni di CO2 utilizzando il nucleare farebbe comunque incrementare i costi di produzione di energia elettrica nel nostro Paese e sarebbe, dunque, ben difficile avere contemporaneamente riduzioni dei prezzi dell’energia e delle emissioni di CO2. Come dire: l’ennesima prova che non esistono pasti gratis in economia…

D’altra parte, per correttezza di analisi, va sottolineato che anche ridurre la CO2 con le rinnovabili è una scelta onerosa. In questo caso gli altri impianti – che utilizzano tecnologie tradizionali – dovrebbero essere tenuti disponibili, per fronteggiare le sempre possibili “assenze” delle fonti energetiche rinnovabili e andrebbero remunerati per la loro funzione di “riserva”.

Sperando di non complicare troppo i nostri scenari, il cumularsi di questi due fattori – disponibilità degli impianti tradizionali ed elevati livelli di incentivazioni delle rinnovabili –  dovrebbe far sì che ci sia un certo spazio, nella lotta alla CO2, per un nucleare competitivo. Peraltro, le due tecnologie sembrano essere considerate non alternative ma complementari; ma, ancora una volta, cumulando i costi del nucleare a quelli delle rinnovabili, i costi totali incrementerebbero rispetto ai due scenari, diciamo così, di base (quelli in cui si investe unicamente in nucleare o in fonti rinnovabili). Brividi da bolletta…

La posta in gioco, il costo dell’energia elettrica in Italia, è di estrema importanza per la nostra economia, così come gli investimenti in questione sono assai elevati, dell’ordine dei miliardi di euro. Ma come si fa a scegliere senza informare (e senza essere informati ?) sui costi probabili ai quali si va incontro?

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