No we can’t. Perché la ripresa italiana non può essere trainata dalle esportazioni

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L’Italia possiede un settore manifatturiero a forte vocazione esportatrice ed è quindi stata severamente colpita dal pesante calo della domanda a livello mondiale nell’ultimo anno. Forse, però, i mesi peggiori per l’export italiano sono ormai alle spalle. Come ha recentemente comunicato l’Istat, in luglio le esportazioni verso i paesi extra-UE sono cresciute del 5% rispetto al mese di giugno (anche se la diminuzione su base annua rimane del 17,1%). Questi timidi segnali di inversione di rotta sono stati salutati positivamente sulla stampa.1 

Possiamo allora aspettarci che le esportazioni guidino la ripresa dell’economia italiana? La risposta è: “No, we can’t”. La spiegazione si trova nella distribuzione geografica dell’export italiano. La Tabella 1 mostra che nel triennio precedente la crisi (2005-2007), il 71% delle esportazioni italiane era diretto verso i paesi che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) definisce “avanzati”, mentre il restante 29% andava verso i paesi “emergenti”.2 Tra i paesi avanzati, le maggiori destinazioni erano le principali economie dell’area euro, cioè la Germania (13,1%), la Francia (11,8%) e la Spagna (7,5%), seguite dagli USA (7,3%) e dal Regno Unito (6,1%). Tra gli emergenti, l’area più importante per le nostre esportazioni era rappresentata dall’Europa Centro-Orientale (8,8%), mentre i quattro grandi paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) restavano destinazioni secondarie, con percentuali che variavano dal 2,7% della Cina3 fino allo 0,7% di Brasile e India, per non parlare delle cinque nuove Tigri asiatiche (0,8%).
 I destini dell’export italiano, quindi, dipendono oggi in gran parte dall’andamento delle maggiori economie europee e degli USA, mentre sono scarsamente influenzati dai risultati dei nuovi protagonisti della scena mondiale. Ora, proprio qui sta il problema per l’immediato futuro. Osserviamo infatti, sempre nella Tabella 1, le previsioni economiche mondiali per il 2009 e il 2010 contenute nell’aggiornamento di luglio del World Economic Outlook dell’FMI, concentrandoci non tanto sui valori puntuali della crescita del PIL (che saranno sicuramente soggetti a revisione), quanto sulle differenze tra paesi o aree. Per tutti i maggiori partners avanzati dell’Italia, dopo un 2009 caratterizzato da una forte recessione, ci si attende una crescita piuttosto debole (se non addirittura ancora leggermente negativa) nel 2010, che determinerebbe quindi un’uscita lenta dalla crisi. Al contrario, saranno i paesi emergenti, in particolare Cina e India, a ritrovare rapidamente tassi di crescita elevati; le eccezioni negative dovrebbero essere rappresentate proprio dalle aree più vicine all’Italia, cioè l’Europa Centro-Orientale e la Russia.
Tutto ciò implica che la debolezza dei nostri principali partners non permetterà una forte crescita delle esportazioni, tale da trascinare la ripresa della nostra economia, che dovrà necessariamente essere sostenuta soprattutto dalla domanda interna. Tuttavia, se nel breve periodo l’Italia non potrà beneficiare in modo significativo della robusta crescita dei maggiori paesi emergenti, soprattutto asiatici, il potenziamento dei legami commerciali con questi paesi dovrebbe comunque diventare la priorità della nostra politica economica estera in un’ottica di medio-lungo periodo.
 Per fare ciò, occorre proseguire con decisione sulla strada aperta negli ultimi anni con una serie di missioni economico-istituzionali ad alto livello per promuovere il “sistema Italia” in alcuni paesi emergenti, rafforzando le sinergie tra il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico, le Regioni, l’ICE, Confindustria e le Camere di Commercio. Uno stretto coordinamento tra i vari enti è necessario anche per evitare la moltiplicazione di iniziative sparse di dubbio effetto, come spesso accade quando singole Regioni cercano di promuoversi da sole.
 
Molte aziende esportatrici italiane hanno imparato a considerare i paesi emergenti non solo come concorrenti, ma anche come promettenti mercati. Tocca alle istituzioni supportarle adeguatamente, così che, in un futuro in cui occorrerà sempre più essere vincenti nella competizione per soddisfare i consumatori dei paesi emergenti, anche le aziende italiane dicano: “Yes, we can”.

 
1 Vedi, ad esempio, Il Sole24Ore, ‘Segnali di recupero per l’export italiano’ (11 settembre) e ‘Traino estero per l’industria’ (19 settembre).
2 Per l’elenco completo dei paesi avanzati o emergenti, vedi FMI (2009), World Economic Outlook. April 2009.
3 Questo dato include per completezza anche Hong Kong, che continua ad essere trattata come un’entità economica indipendente nelle statistiche commerciali internazionali. Al netto di Hong Kong, il dato relativo alla Cina sarebbe 1,7%.

Tabella 1. Aree di destinazione dell’export italiano e tassi di crescita del PIL

 

 

% export Italia

crescita PIL prevista

 

media 2005-07

2009

2010

Paesi avanzati, tra cui 

71.3%

-3.8%

0.6%

Area Euro

46.4%

-4.8%

-0.3%

Germania

13.1%

-6.2%

-0.6%

Francia

11.8%

-3.0%

0.4%

Spagna

7.5%

-4.0%

-0.8%

USA

7.3%

-2.6%

0.8%

Regno Unito

6.1%

-4.2%

0.2%

Giappone

1.3%

-6.0%

1.7%

Paesi emergenti, tra cui 

28.7%

1.5%

4.7%

Europa Centro-Orientale*

8.8%

-5.0%

1.0%

Cina

2.7%

7.5%

8.5%

Russia

2.3%

-6.5%

1.5%

Brasile

0.7%

-1.3%

2.5%

India

0.7%

5.4%

6.5%

Asean-5**

0.8%

-0.3%

3.7%

* Turchia inclusa
** Asean-5 = Filippine, Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam
Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Eurostat; FMI

 

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