Mind the gap: come, quanto e quando integrare la pensione pubblica

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La Relazione Covip presentata dal suo Presidente lo scorso 18 giugno, si apre con una tavola estremamente significativa.

 
Tav. 1
Previdenza obbligatoria. Tasso di copertura lordo e netto per figure-tipo di lavoratori.(1)
(valori percentuali)
                                                             2010     2020    2030    2040     2050   2060
Lavoratore dipendente privato
    Tasso di copertura lordo                 71,5      62,1     57,0      52,8      51,8    50,8
    Tasso di copertura netto                  80,9      72,0     67,0     63,0      61,9    61,0
Lavoratore autonomo
    Tasso di copertura lordo                 71,3     45,5     35,3      32,1      31,4    30,8
    Tasso di copertura netto                  92,3     63,8     52,5      48,9     48,2     47,5
 
Fonte: Ragioneria Generale dello Stato, Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, n. 10, anno
2008.
(1) Rapporto fra la prima annualità di pensione e l’ultima retribuzione calcolato al lordo e al netto degli effetti fiscali e contributivi.
Le ipotesi alla base delle stime sono: età al pensionamento 63 anni; anzianità contributiva 35 anni; tasso annuo di variazione reale
della produttività per occupato 1,53 per cento; tasso annuo di crescita del PIL reale 1,51 per cento; tasso annuo di inflazione 2 per
cento; sviluppo di carriera piatto.

In essa si dà conto del dato di partenza di ogni ragionamento sulla previdenza complementare: il tasso di copertura (lordo e netto) tra prima pensione e ultima retribuzione, come si può ragionevolmente prospettare per gli anni a venire, tra il 2010 e il 2060, sia per i lavoratori dipendenti sia per gli autonomi.

Il dato che emerge in modo inequivocabile era già noto ma assume ora una valenza se possibile ancora più paradigmatica.

Concentrandoci sui lavoratori dipendenti e guardando ai dati netti, i più significativi per le tasche dei futuri pensionati nonché i meno allarmanti, chi andrà in pensione tra 10 anni deve aspettarsi circa 8 punti in meno di copertura rispetto ai pensionati di oggi, tra 20 anni 13 punti in meno, tra 30 anni 17 punti in meno.

Questi dati lanciano due notizie di grande portata: una cattiva e una buona.

La cattiva notizia è la tendenza al progressivo peggioramento di condizione per chi andrà in pensione.

Già l’attuale passaggio del reddito personale da 100 a 80 per i neopensionati rappresenta un sensibile -20% che tuttavia gli economisti si affrettano a valutare ottimisticamente in quanto il gap sarebbe assorbito da stili di vita e profili di consumi diversi e meno onerosi, acquisiti con l’invecchiamento e la quiescenza.

Al riguardo va notato, tuttavia, che lo stile di vita non si modifica dalla sera alla mattina e il dubbio che sia il basso reddito da pensione a modificare il paniere di consumi più che viceversa non sembra affatto peregrino.

In aggiunta, e qui sta il dato “nuovo”, le future coorti di pensionati vedranno gap in divaricazione, con cali del -30 e -40% rispetto al loro ultimo reddito da lavoro e tale gap si amplierà non solo tra una coorte e la successiva ma anche nel tempo, nel senso che tutti i pensionati si troveranno pensioni (indicizzate all’inflazione) sempre più distanti dai salari (legati alla produttività e ai rinnovi contrattuali) di chi è ancora in attività.

La buona notizia, con un po’ di ottimismo, sta nel fatto che, prendendo a riferimento l’ormai mitico 80%, gap di 8, 13, 17 punti nell’arco di 10, 20 e 30 anni da oggi non appaiono numeri fuori dalla portata del nostro sistema di previdenza complementare, se si saprà farne funzionare le leve e sfruttare le opportunità e i vantaggi.

 
Le leve per sollevare la pensione complementare.

Chi non partecipa alla sistema della previdenza complementare deve affidarsi al trattamento di fine rapporto (oltre che ai risparmi eventualmente accantonati nell’arco di una vita) per poter integrare la pensione Inps.

Ci si è più volte soffermati sulla convenienza relativa dei fondi pensione rispetto al Tfr: vantaggi fiscali, contributo datoriale, rendite vitalizie assai più convenienti e meno costose di quelle ottenibili sul mercato retail.

Ciò nonostante, mancano all’appello, nel sistema previdenziale, sempre secondo i dati Covip, il 74% dei lavoratori dipendenti del settore privato.

Pertanto, per quanto ovvio, occorre sottolineare che la prima leva per accrescere le risorse a disposizione nel periodo di quiescenza è l’adesione attiva alla previdenza complementare.

 

Una volta optato per l’adesione, ogni lavoratore ha a disposizione altre tre leve per aumentare la pensione di secondo pilastro: quanto versare, per quanto tempo, con quale mix rischio/rendimento.

Versamenti più elevati significano maggiore risparmio (fiscalmente agevolato fino a 5164 euro); maggiore permanenza nel fondo pensione significa maggior periodo di accumulo e crescita (in legge composta) dei montanti accumulati.

La tavola 2 indica, in via esemplificativa, l’effetto delle due prime leve: versando in un fondo pensione con redditività netta del 3.5% (in linea con la crescita del pil nominale usata nella tavola 1) un gap dell’8% richiede più del 4% di aliquota contributiva a carico del lavoratore (più 1% a carico del datore e 6.91% di flusso di Tfr) per essere colmato.

Su un orizzonte di 20 anni l’aliquota contributiva può scendere al 3% e su 30 anni all’1.5%.

 
Tav. 2

 

Fonte: nostre elaborazioni

 
La scelta del comparto, a spese di una maggiore rischiosità, può rappresentare un ulteriore leva a disposizione di chi ha davanti lunghi orizzonti di investimento, per poter accrescere la rendita pensionistica complementare.

Come illustrato nella tavola 3, mantenendo fissa l’aliquota contributiva all’1.5%, non è sufficiente una redditività annua netta del fondo pensione del 6% per coprire il gap dell’8% in 10 anni mentre basta un tasso di rendimento sotto il 4% per recuperare 17 punti in 30 anni.

 

Tav. 3

Fonte: nostre elaborazioni

 
Leggendo la tavola per riga si trova un’ulteriore giustificazione alla scelta di un comparto dinamico in presenza di lunghe durate: su un orizzonte di 10 anni la differenza tra un rendimento dello 0% e un rendimento del 6% si traduce in un tasso di sostituzione solo lievemente migliore (da 4.8% a 6.2%); su un orizzonte di 30 anni il tasso di sostituzione più che raddoppia (da 10.6% a 24%).

In estrema sintesi: chi ha un orizzonte breve è bene che faccia versamenti elevati in comparti a rendimento certo; chi ha un orizzonte lungo può raggiungere il medesimo obiettivo pensionistico abbassando l’aliquota contributiva e puntando su comparti a maggiore redditività attesa.  

 
L’ultima risorsa: rinviare la pensione.

I dati presentati dalla Covip fanno riferimento a un lavoratore tipo che va in pensione a 63 anni con 35 anni di contributi (quota 98).

Un ulteriore, estremo modo di aumentare la pensione futura è rinviare il momento del pensionamento.

Alcuni dati recenti del mercato del lavoro americano, per quanto non omogenei col caso italiano ed europeo, indicano che questa è la strada intrapresa da molti lavoratori oltre oceano: durante il 2008, nella fascia sopra i 55 anni di età, sono stati registrati 630 mila nuovi occupati contro una perdita di oltre 6 milioni di posti nelle alte classi d’età. Il trend, già presente negli anni passati, prosegue anche nel 2009, a indicare che esso non è l’effetto della crisi in corso ma il portato di una crisi di più lungo periodo che sta investendo da tempo le economie più avanzate.

In parte, esso riflette l’effetto positivo dell’allungamento dell’età media e del miglioramento delle condizioni di salute della popolazione; in parte, è l’effetto di pensioni pubbliche in riduzione e pensioni private decurtate dalle crisi finanziare dell’ultimo decennio.

L’adesione alla previdenza complementare, protetta dalle garanzie (di comparto, di processo e di sistema) previste dal legislatore italiano, diventa anche un modo di salvaguardare il periodo di quiescenza dal rischio di farne l’ultima risorsa disponibile.

 

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