Perché il privato funziona?
di GIUSEPPE PASQUALE - pubblicato il 09/11/2011 in MERITO & OPPORTUNITÀ
1.- Perché il privato funziona? Rispondere alla domanda può aiutare a capire perché, al contrario, il pubblico funziona meno (e talvolta non funziona affatto).
Per funzionare bene servono essenzialmente due cose. Una macchina che si metta in moto e che sia in grado di camminare senza problemi ("funzionare"), un guidatore che la conduca lontano da strade sbagliate ("funzionare bene"). Io mi occupo in questo post solo del primo dei due profili, l'unico peraltro rispetto al quale il "privato" può essere senza alcun dubbio un modello da prendere a riferimento. Per usare il linguaggio delle scienze dell'organizzazione, mi riferisco ai profili della efficienza e della economicità, piuttosto che al profilo della efficacia.
Tornando alla domanda di apertura, la prima risposta immediata é nel fatto che, all'interno dei due ambiti (pubblico e privato), il modo di intendere il lavoro da parte dei principali protagonisti - i lavoratori - risponde a logiche e culture che sono profondamente diverse fra loro.
Se mi è consentita una metafora presa dal mondo del calcio è come se il "privato” fosse iscritto a un campionato in cui le partite si giocano sul campo, e i risultati si sudano: ogni punto guadagnato è strappato dall'avversario. E' così, domenica dopo domenica, fino al novantesimo minuto e per tutta la durata del campionato.
Mentre invece il pubblico è iscritto a un campionato che gli garantisce a priori la non retrocessione. Per cui le partite, dal proprio punto di vista, assomigliano a delle amichevoli. Ai giocatori del pubblico, in definitiva, si richiede di stare in campo dignitosamente dal primo all'ultimo minuto, ma per loro non è indispensabile dare il massimo.
Da una parte, dunque, la filosofia di dare il massimo, dall'altra quella del minimo indispensabile.
2.- Col passare degli anni, per il fatto di entrare in campo sempre avvantaggiati e giocando con lo spirito dell'amichevole, succede che si prendono abitudini sbagliate: come il faticare meno possibile, allenarsi poco, non rincorrere la palla, eccetera. Ma quando questi accomodamenti quotidiani sono consentiti e anzi favoriti da tutto il preesistente contesto, non é da pensare che sia una specie di delinquente chi vi si adegua. Una tale reazione è umana, troppo umana: il format di animale umano socialmente diffuso funziona così.
Tant'è che tali comportamenti sono massimamente contagiosi. Quasi tutti gli attori della scena finiscono infatti per reagire allo stesso modo. E se anche un singolo giocatore, esce dal coro, e si mette a correre sul terreno di gioco a tutto spiano (nel pubblico impiego lo fanno di più i nuovi venuti) gli succede di venire isolato da parte degli anziani, di tutti gli anziani. I quali faranno di tutto per evitare di passargli la palla, come anche di raccogliere ogni suo assist. Ciò infatti li costringerebbe a scattare e a correre. E quindi renderebbe subito lampante, pubblicamente verso tutti, la loro reale condizione fisica, che invece - sottotraccia - è assai precaria per via del protrarsi da tempo dei mancati allenamenti.
Forse è anche per questo che, da sempre, nel pubblico è risaputo come un maxi-impegno di questo genere può portare al singolo più problemi che riconoscimenti. Ed è per questo, inoltre, che i più maturi finiranno, senza eccezioni, per lasciare che il singolo si sfianchi in tutta solitudine. Quanto a lungo, d'altro canto, egli potrà resistere? Prima o poi arriverà il momento in cui capirà che - se non ha la forza economica di dimettersi dal lavoro e vivere di risorse proprie - è condannato, senza alternative, a diventare uno di loro.
3.- Un fatto notevole, però, che tante volte sfugge ai diretti interessati è che la filosofia del minimo indispensabile ha un costo individuale occulto non da poco. Un vero boomerang a propria insaputa. Provo a spiegarmi ritornando al paragone calcistico. Ve l'immaginate cosa sarebbe diventato il mitico Pelé se - per assurdo - nei tempi d'oro gli avessero dato gli stessi soldi senza più obbligarlo a correre, sudare e a scendere in campo ogni domenica?
Anche lui avrebbe di sicuro ceduto alla tentazione di non allenarsi, di mangiare in libertà, impoltronirsi, eccetera. Salvo che, poi, nel giro di pochi mesi, l'apparente privilegio di essere pagato senza dover giocare si sarebbe tramutato, suo malgrado, in un danno grave: nel senso che egli si sarebbe ritrovato un campione ben diverso, probabilmente un Pelé-panzone, un non-più-Pelé. In altre parole un giocatore adatto solo per le amichevoli, non più per il campionato vero. E dunque uno che da quel momento in poi avrebbe dovuto - purtroppo per lui - cambiare mestiere e specializzarsi nel saper fare al meglio un altro tipo di dribbling. Quello - da disputare però in modo obliquo e trasversale (e solo fuori dal campo) - finalizzato a garantirgli ogni domenica, prima di entrare in campo, che la partita sarebbe stato di sicuro un match addomesticato: una amichevole, appunto, e giammai una partita vera di campionato.
Oggi - parlando ovviamente in termini molto generali - la condizione della pubblica amministrazione è proprio questa. Come il privato essa è costituita da altrettante normali figure lavorative e da tante eccellenze. Ma una buona quota di costoro si ritrova oramai ad aver vissuto per intere stagioni della vita avendo puntato sul minimo indispensabile, e quindi senza essersi educati, con il corpo prima ancora che con la mente, allo sprone medicamentoso che solo la molla di un impegno quotidiano massimo (trasformantesi alla fine in sana abitudine) può assicurare.
Tant’è che, a ben guardare, i tassi di efficienza nei vari ambienti di lavoro, più che dall'indole personale dei singoli (distribuiti in dosi uguali dappertutto, ovviamente), dipendono dal tipo di attività, dal tasso di elasticità della domanda di servizio che l'utenza impone. E, sopratutto, da quanto il contesto ambientale, nel suo complesso, sia in grado di fungere da vero e proprio pungolo nel generare la salutare spinta che, nei confronti di chiunque, porta a dare il massimo (piuttosto che quella deprimente che induce viceversa ad accodarsi giocoforza dietro la filosofia dominante del dare il minimo).
4.- Riflettendo su queste considerazioni si può giungere a intravedere la via maestra onde ridare efficienza alle amministrazioni pubbliche. E questa via, a mio parere, consiste in primis nel bandire completamente l'approccio di tipo castigatorio, ispirato a forme di punizione, di risarcimento se non addirittura di vendetta. Un tale atteggiamento equivale a un clamoroso autogol per la collettività. Esso, semmai, può essere tutt'al più proprio degli organismi repressivi deputati alla applicazione dei vari tipi di sanzione in sede di giudizio e valutazione del caso singolo.
La collettività in quanto tale, invece, non può e non deve dare giudizi morali, mai concludere sbrigativamente "sono fannulloni", è "tutta colpa loro" (anche perché questo non è vero affatto, come ho cercato di spiegare qui). Mai dunque farsi prendere la mano dal desiderio di rivalsa. Alla comunità, piuttosto, e ai decisori pubblici che ne interpretano i voleri, compete solo di scegliere la direzione di marcia, e questo si fa solo guardando avanti e mai volgendosi all'indietro.
Dall'aver constatato che il cosiddetto fannullone, prima di esserne causa, è esso stesso l'effetto e la vittima prima di una patologia che nasce da disfunzioni strutturali di contesto, discende che le leve del cambiamento non possono consistere in una medicina di tipo individuale che si limiti a puntare solitariamente su meri congegni sanzionatori, come è negli obiettivi, in verità tutti da verificare, del cosiddetto decreto Brunetta (che punta sulla introduzione dei sistemi di valutazione inseriti all'interno del ciclo delle performance, in base al decreto legislativo n. 150 del 2009).
Questo può andar bene a regime, dopo che saranno state vinte tutte quelle resistenze di massa che come visto, sotto la forza di macigni aventi antiche radici di natura socio-emozionale, tengono inchiodato il mondo del pubblico impiego dentro il recinto di una condizione "insalubre".
Per questo, nei limiti in cui ciò sarà consentito, servirebbe un intervento concertato su un duplice fronte. Prima di curare il singolo bisogna curare la (vecchia e pregressa) massa. E questo lo si può fare solo inventandosi leve aventi una capacità di impatto e di trascinamento in dosi gigantesche, aventi la forza di rompere l'argine costruitosi dopo decenni di incrostazioni, storture e resistenze.
Ricordate l'esempio del giocatore solitario che corre a tutto spiano e a cui nessuno passa la palla? Serve lo stesso spirito, ma in dosi più ampie. Una corda che non sia così esile da andare incontro a un esito scontato, che è quello di spezzarsi senza scampo laddove, in termini puramente quantitativi, lo scontro diventi del tipo "uno contro tutti". Da ciò discende quanto sia in realtà inevitabile che si punti a costruire un meccanismo motivazionale coinvolgente che faccia scattare, a livello di massa piuttosto che a livello di singolo, la voglia di giocare e di vincere una partita vera di campionato (facendo così riemergere la motivazione ad allenarsi, faticare e sacrificarsi).
E questi meccanismi, a mio parere, li si può azionare solo puntando sulla prospettazione della carota, piuttosto che solo del bastone. Più che la carota come benefit individuale, anzi, serve una cosa ancora diversa: disegnare orizzonti collettivi in cui credere come comunità di lavoratori. E dunque un sogno da raccontarsi e da raccontare, come può essere a esempio una forte e travolgente spinta di ammodernamento dei processi che si basi su dosi massicce di partecipazione degli utenti. E che a esempio punti, fin dove sarà via via possibile, a un apprezzamento (e a una valutazione) diffusi dei servizi pubblici da parte degli stessi destinatari, magari con effetto "pungolo" realizzato mediante ricadute dirette sulle varie forme di retribuzione possibile. Questo orizzonte, che fino a ieri era impensabile, oggi comincia a diventare forse praticabile grazie alle nuove tecnologie web a costo zero.
Nel momento in cui ciò fosse realizzabile, inoltre, questo ammodernamento andrebbe altresì affiancato da una forte accelerazione sul terreno delle nuove energie, con iniezioni di risorse umane anagraficamente più fresche, le più vicine, evidentemente, alle nuove tecnologie. E sono sicuro che, nonostante i vincoli attuali che la renderebbero impraticabile per un deficit strutturale di risorse pubbliche, il bilancio di una tale opzione sarebbe indubbiamente a somma positiva.
Senza dimenticare, infine, la necessità di individuare congegni organizzativi in grado di ricalcare il privato, quanto ai profili di efficienza ed economicità. In modo da replicarne - in capo alle persone che vi lavorano - non tanto obiettivi e valori, quanto semplicemente quei meccanismi neutri di funzionamento collaudati da sempre. Ovvero meccanismi che sono semplicemente da imitare, facendo leva sugli stessi flussi motivazionali e sulle stesse dinamiche psicologiche.





Commenti:
L'articolo è davvero molto interessante e stimolante, dovrebbe essere letto da tutti gli amministratori pubblici! Considerando che l'articolo offre interessanti spunti indicando "la via maestra onde ridare efficienza alle amministrazioni pubbliche" , vorrei sapere quali iniziative ha assunto l'Autore dello stesso con riferimento all'Amministrazione che dirige: in tal modo è possibile condividere le cd best practices!
La via maestra per ridare efficienza alla pa è ovviamente in un
combinato disposto. Nel quale in primis rileva la capacità degli
organi di vertice di creare precondizioni assolutamente non ostative
(quando non favorevoli ) a stimolare, motivare, eccetera. Se posso
indicare nella mia esperienza una vicenda positiva, penserei al fatto
di aver eliminato ogni barriera e messo in comune, senza riserve e
senza remore, sia con i collaboratori sia con i propri
omologhi responsabili di altre unità operative, il prezioso patrimonio
di fatti e vicende che riempiono la vita lavorativa quotidiana (un
concetto ben più profondo della semplice nozione di trasparenza).
Forse ho la fortuna di lavorare in una amministrazione pubblica diversa dalle altre....