La morale americana e quella francese (forse europea)

di MAURO MARÈ - pubblicato il 27/05/2011 in MERITO & OPPORTUNITÀ
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 Sabato 14 maggio Dominique Strauss Kahn è stato fermato e poi incolpato di avere commesso un crimine odioso e grave, soprattutto se l’autore ha una storia personale di grande successo, i mezzi intellettuali per discernere il bene dal male e una notevole ricchezza. Ma il mio post non è sulla vicenda personale, umana o giudiziaria di DSK. Vedremo in seguito se è innocente o colpevole, non abbiamo i mezzi per saperlo, lo accerterà se possibile la giustizia americana, non è importante per il tema che voglio affrontare. Se colpevole è giusto che venga condannato, altrimenti sarà liberato, sperando nel riconoscimento dell’errore e del danno enorme subito.


Possiamo anche ammettere la nostra simpatia per il profilo politico ed economico dell’uomo, per la sua storia e per gli indubbi successi negli ultimi anni nella gestione dell’IMF, per il ruolo che ha saputo dare al Fondo Monetario nel salvataggio della Grecia e nella tempesta finanziaria degli ultimi anni, soprattutto per il peso internazionale dell’Unione Europea che indirettamente la sua posizione assicurava.


Ma come dicevo il post non è su questo, vuole invece affrontare la diversità di reazioni e comportamenti che ha caratterizzato questa settimana l’opinione pubblica americana e quella francese. Ero questi giorni in Francia è quindi ho potuto seguire da vicino la “risposta” francese e le differenze con quella americana. Capire perché la morale e la sensibilità americana sia così diversa da quella francese (non sono sicuro che possiamo definire anche europea) è l’oggetto di questa nota.


Innanzitutto, l’enormità delle reazioni da parte degli intellettuali francesi. In primo luogo, Bernard Henry Levy (che ha parlato di uomo gettato in pasto ai cani e ha accusato la stampa francese e americana sostenendo l’esistenza di un complotto), ma anche Jean Daniel e molti altri, che hanno accusato gli Usa di fascismo, razzismo, oscurantismo e comportamenti bigotti. Sono apparsi articoli veementi contro il perbenismo americano, sulla presunta brutalità giudiziaria e le procedure poliziesche, selvagge e poco garantiste, moraliste e puritane. È chiaro che si deve procedere con grande cautela, non lo si può già condannare come hanno fatto i media americani. Alcuni hanno parlato di un complotto per

eliminare un concorrente scomodo per le elezioni in Francia e rimuovere un ostacolo europeo al dominio americano sulla finanza mondiale. Non lo sappiamo, credo poco ai complotti, ma staremo a vedere.


Ma se guardiamo con animo sereno i fatti, DSK è stato portato, 2 giorni dopo l’arresto, davanti al giudice in manette. Non aveva subito violenze, la questione che è stata sollevata era la presenza della stampa e soprattutto la famosa “walk” che ha dovuto fare prima di entrare nella corte, ripresa dalle TV. Certo, la pressione della stampa per avere foto e immagini di questi momenti, ha portato le autorità americane forse ad esagerare, ma alla stessa procedura sono sottoposti anche i neri del Bronx arrestati per spaccio di droga o altri reati violenti. Non vedo in sé nessuna eccezionalità, né differenze particolari. Si certo, se si è sottoposti a questo trattamento, forse con un certa dose di accanimento mediatico, un personaggio pubblico ne esce distrutto ed è nei fatti finito.


Ma vogliamo allora sostenere che DSK avrebbe dovuto esser trattato diversamente solo in ragione del suo rango? Anche a me non è mai piaciuto l’animo oscuro della morale pubblica americana, lo spirito di vendetta e di sadismo che si cela nel suo profondo, sicuramente in parte reazionario e poco garantista, fermo alla morale western e cowboy; un processo dovrebbe richiedere maggiore cautela e una minore esposizione mediatica. Ma questa è la regola, ci piaccia o no, ed essa è applicata a tutti, da James Brown (nome inventato ovviamente) del Bronx, a Bernie Madoff e anche a DSK. C’è poco da fare.


Sicuramente in questo caso ha giocato anche il sentimento di rivalsa dell’uomo di “main street”, che nel vedere un potente crollare a terra, ne deriva un piacere sadico. C’è anche forse quello che Alessandro Piperno ha definito sul Corriere “isterico fanatismo radical”, un sentimento di “intimidazione”, la “scuola del risentimento” che sarebbe sorta dall’eccesso del politically correct e del femminismo estremo. Si forse è vero, ci sono tutti questi elementi. Che nella società americana sono eccessivi e ridicoli, anche perché dopo 5 giorni lavorativi perfetti, il sabato tutti si ubriacano e perdono il senso dei limiti. Però sono necessarie anche alcune parole per la vittima, africana e semplice impiegata.


Ma io ci sento però, anche, un sentimento di uguaglianza, di giustizia, dove tutti finiscono per essere uguali senza distinzione, per cui anche i potenti sono chiamati a rispondere delle proprie azioni come gli altri cittadini normali. Mi piacerebbe anzi che queste procedure trovassero applicazione anche in Italia, cosa che purtroppo avviene di rado…


Nella società americana, al di là dei molti eccessi – si pensi all’uso delle armi e alle motivazioni addotte per giustificarle – e del forte sentimento puritano, esiste anche una chiara percezione dei doveri pubblici, un’etica collettiva e una pressione sociale molto più forte di quella europea, un sentimento di responsabilità e di accountability nei confronti del pubblico che trova di rado applicazione in Europa e che va apprezzato, quanto condannato l’eccesso all’OK Corral.

 


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