Cosa hanno in comune fannulloni e furbi-evasori?

di GIUSEPPE PASQUALE - pubblicato il 01/11/2011 in MERITO & OPPORTUNITÀ
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Fannulloni da una parte, furbi-evasori dall'altra. In mezzo, come stretto in una morsa, il Paese serio che lavora sodo, che s'ingegna e produce (nonostante tutto). L'evasione fiscale di massa, nel comparto delle attività professionali, produttive e commerciali, é problema perfettamente simmetrico - a parti invertite - rispetto a quello relativo ai servizi pubblici inefficienti, quelli che vengono resi molto spesso al di sotto del normale standard qualitativo di mercato.

 

Che piaccia o no, entrambi i fenomeni sono una piaga sociale, di pari gravità, che il nostro sistema Paese non può più permettersi di tollerare oltre. Si è evasori quando si sottraggono a tassazione i propri guadagni, non diversamente da quando si sottrae quantità e qualità del proprio lavoro dovuto, regolarmente retribuito a spese della collettività.


In quest'ultimo caso il danno comprende non solo la retribuzione pagata in più, ma anche il costo dei disservizi e degli incagli, di vario genere, che si fanno gravare sul triplice fronte: cittadini, imprese, sistema Paese. Anche per le inefficienze nel comparto pubblico vale a mio parere la considerazione per cui, come per l’evasione fiscale, quando il fenomeno dilaga a livello di massa le cause determinanti vanno ricercate al di fuori del comportamento dei singoli.


Tali cause, infatti, almeno per la maggior parte, risiedono non già nel singolo operatore, ma nel sistema che fa da ambiente inclusivo, capace di condizionare, fino anche a determinare, i comportamenti individuali. Un contesto che spesso, nel vivere quotidiano, è il risultato del complesso intrecciarsi di regole, di prassi, di impegno personale, di professionalità, di buone e cattive intenzioni, come anche di convenienze, disimpegni, connivenze, nonché di piccole e grandi omertà, da parte dei vari protagonisti della scena (senza alcuna esclusione per nessuno dei possibili livelli operativi).


Nei sistemi a inefficienza diffusa, dunque, la massa dei dipendenti-trasgressori non è mai colpevole da sola. «Il pesce puzza dalla testa», dice un antico adagio tramandato dalla saggezza popolare. E' come se in una classe composta da trenta studenti, a conclusione del quinquennio, solo due stanno sopra la sufficienza.Prima di prendertela – unicamente - con la massa degli studenti, hai il dovere, secondo buon senso, di comprendere il contesto globale. Non è strano? quasi tutti bocciati? Come mai è accaduto? Cosa può essersi verificato? oltre al fatto - scontato - che gli allievi non hanno studiato? Può essere – anche - che il professore non ha saputo dare lezioni. Anche - che non ha saputo motivare, che non si preparava, che non interrogava mai, eccetera.


 Prendersela con gli allievi e basta, però, è l'unico modo per far sì che la debacle si ripeta uguale in eterno. E’ un effetto sicuro.


Il professore continuerà – al riparo da sguardi indiscreti - a non spiegare, a non interrogare, eccetera. Un preside intelligente, a sua volta, probabilmente avrà messo le mani per tempo avanti facendo tappezzare in ogni dove l’istituto con la scritta “dovete studiare”. Ma, purtuttavia è sicuro che così facendo i tassi di promozione, complici gli studenti certo, rimarranno sempre prossimi allo zero.


Questo modo di approcciare al fenomeno è legato a un’ottica moralistica. Farne una questione etica, infatti, è un criterio certamente comodo, ma al tempo stesso sbrigativo e fuorviante. Se la mettiamo così è inevitabile che tuttala colpa finisce per essere solo degli studenti. E così persino il professore-fannullone si sentirà in diritto di lanciare i suoi strali: «è tutta colpa loro» (esattamente l’inverso di ciò che di lui diranno gli studenti: «è tutta colpa sua»).


Inoltre, nel trasferire la questione dal puro e nudo piano pragmatico a quello morale si commette anche un errore di metodo. Si dimentica soprattutto che lo studente non ha fatto tutto da solo. E nemmeno il professore. Sono stati entrambi complici (forse inconsapevolmente) all’interno di un ingranaggio a parti vincolate, ostaggio a loro volta di una situazione che inevitabilmente ha radici e spiegazioni assai più ampie e più profonde.


Valutare questi fatti solo con il metro della morale caricata sulle spalle del singolo, ultimo anello della catena causale, equivale ad accendere improvvisamente una lampada accecante in una stanza buia, nella quale però fino a quel momento si riuscivano perlomeno a distinguere alcune utili luci di candela: nessuno più farà caso alle candele anche se queste continuano a essere accese.


Così facendo, in altre parole, si finisce per esorcizzare il problema. Addebitando agli individui (in questo caso, agli studenti) l’intera responsabilità piuttosto che solo una parte di essa. A volte tale responsabilità sarà stata in effetti grande, mentre altre volte, all’opposto, sarà stata piccola o talvolta addirittura insignificante, volendo rimanere nei limiti di ciò che realmente può imputarsi in tutta coscienza al singolo.


Quando si adopera il giudizio morale, infatti, si entra in labirinti psico-emozionali ispirati a uno schema del tipo processo-giudizio-condanna. Tali dinamiche per definizione portano a una radicalizzazione delle posizioni, ovvero all’effetto accecamento di cui si diceva sopra. Un effetto che quindi finisce per fare da copertura a tutte le concause complementari e le determinanti, a cominciare dai limiti anche gravi di sistema i quali - molto spesso - nascondono sottotraccia l’elemento causale comune, ovvero ciò che alimenta i comportamenti insani, a loro volta replicati massivamente (guarda caso essi ed essi soltanto) in forma seriale.


L'osservazione empirica di questi fenomeni conferma che in genere, trovandosi nelle stesse condizioni, ci si comporta alla stessa maniera. Solo colui che ė munito di un bagaglio di valori interiori fuori dal comune farà eccezione, ma proprio per questo costui non dovrebbe far testo nelle previsioni di comportamento formulate dalle strutture di governo dei fenomeni di massa.


Se tutto questo è vero, dunque, deve concludersi che, così come è stato un grave errore evocare a suo tempo in modo sprezzante, nell'immaginario collettivo, la figura del cosiddetto fannullone, per le stesse ragioni, è poco ragionevole puntare oggi – nei riguardi di chi è evasore fiscale di massa - sulla mera sollecitazione di valori etici, sulla gogna mediatica, sulla minaccia di maxi-sanzioni nominali. Sbagliato, assai sbagliato come metodo, farne una questione di furbi piuttosto che fessi, di onesti piuttosto che disonesti, eccetera. Aggettivazioni come queste ultime, infatti, evocative di un giudizio morale esplicito, dovrebbero essere bandite completamente. Non perché i contegni individuali che prima sono stati definiti insani siano di per sé immuni da censura, per carità.


Ma unicamente perché questo approccio, soprattutto nel caso in cui arrivi impropriamente a lambire gli stessi addetti ai lavori, oltre a infervorare gli animi (distorcendo la percezione obiettiva dei fatti), offusca lo sguardo sulle cose e - magari senza neppure volerlo - impedisce di comprendere il fenomeno alle radici, e così di rimuoverne origine e causa.


In definitiva, l’eliminazione della grossa evasione di massa, da un lato, come anche il recupero degli standard di qualità nei servizi pubblici, sono obiettivi tutt'altro che impossibili da raggiungere, purché si adoperi una diversa metodologia.


Cioè, a patto che se ne comprendano lucidamente le ragioni di fondo, in modo da poter poi finalmente modificare non tanto l’approccio etico individuale tout court, quanto, prima ancora di questo, l’architettura propria dei contesti operativi di sistema da cui questo approccio individuale in larga parte dipende.


In ogni caso con il coinvolgimento e la condivisione necessaria di tutte le parti interessate, a partire da coloro che, ancora oggi in modo fuorviante (ma neppure l’odierno vocabolario viene qui in aiuto per consentire di scegliere espressioni più appropriate), vengono purtroppo additati come fannulloni o furbi-evasori.


In merito alle ragioni di fondo della evasione fiscale di massa ne ho parlato più volte su questo sito, a esempio qui e qui. In un prossimo post spero di potermi soffermare sugli impatti di questo approccio d’indagine con il problema concreto legato alla inefficienza diffusa dei servizi pubblici. 


Tags: evasione fiscale, fannulloni, efficienza, responsabilità, crusoe

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