Università e incentivi perversi: il calo dei “fuori corso”

di RICCARDO CESARI - pubblicato il 30/03/2011 in MERCATO & REGOLE
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Come noto, uno degli obiettivi prioritari della riforma universitaria del 3+2 (Decreto 509/1999 firmato dall’allora Ministro Zecchino) era la riduzione dei c.d. “fuori corso”, vale a dire studenti regolarmente iscritti ma che non sono riusciti a completare gli studi entro i normali anni di corso.

Si tratta di un fenomeno dannoso sia per lo studente, che deve riprogrammare il suo percorso di studi, sia per l’Università che vede alterato ogni indicatore di efficienza e distorta l’allocazione delle (scarse) risorse disponibili.

E’ possibile fare oggi un bilancio definitivo della riforma del 1999, alla soglia di una nuova rivoluzione (e qui l’etimologia astronomica è quanto mai appropriata) rappresentata dalla riforma Gelmini varata alla fine dello scorso anno.

 

Prendendo il caso dell’Università di Bologna, un Ateneo emblematico per dimensioni (oltre 80 mila studenti) e storia nel panorama universitario italiano, si nota la sistematica caduta del rapporto tra “Fuori corso” e “In corso” nell’ultimo decennio, dal 72% al 44% in termini globali, con punte di miglioramento a Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lingue, Veterinaria.

 

Su molti aspetti la Riforma del 3+2 non ha funzionato (non ha cresciuto la mobilità soprattutto internazionale degli studenti, non ha accresciuto le interrelazioni col mondo del lavoro) ma sul tema dei “Fuori corso” qualcosa si è mosso.

Obiettivo raggiunto?

A parte che l’azzeramento (o quasi) è ancora lontano, ci si deve chiedere come tale riduzione è avvenuta.

Crescenti capacità di studio degli studenti? Inverosimile.

Migliore didattica dei docenti? Non credo, stante anche il basso ricambio dei professori.

Abbassamento degli standard di preparazione richiesti negli esami? Certamente.

La riforma del 3+2 indicava l’obiettivo senza preoccuparsi di controllare la qualità dei corsi e dei laureati prodotti.

In queste condizioni l’organizzazione universitaria ha preso, inevitabilmente, la linea di minor resistenza: facile per gli studenti, facile per i docenti.

Gli incentivi hanno funzionato, il sistema universitario ha risposto ma erano gli incentivi ad essere perversi.

Poiché la Riforma Gelmini non si è preoccupata più di tanto di questi aspetti, preferendo concentrarsi su accorpamenti di corsi e di Facoltà (Scuole?), il problema resta e le conseguenze si faranno vedere più avanti.

Visto che è il tema del giorno, viene in mente il vecchio detto “Se si spegne una centrale elettrica è buio subito; se si spegne l’università è buio dopo 20 anni”. 

 

Rapporto tra “Fuori corso” e “In corso” per Facoltà dell’Università di Bologna

 



 


Commenti:

  1. Non solo con gli esami:inviato da Giuppe il 13/04/2011

    Sentendo interviste di rettori universitari mi era sembrato di capire che le soluzioni erano diverse tra cui un limite max di anni fuori corso e processi di tutoring per gli studenti. Se e' vero (e non lo escludo affatto) che sono stati semplicemente resi piu' facili gli esami dovremmo vedere una marea di laureti in piu' rispetto alla media degli anni passati.

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