Troppi i poteri, pochi i controlli: le ragioni di fondo dell’evasione fiscale di massa (e del disagio degli autonomi)

di GIUSEPPE PASQUALE - pubblicato il 14/05/2011 in MERCATO & REGOLE
  • PRINT
  • COMMENTA
  • INVIA
  • Bookmark and Share
  • BOOKMARK

 La “oppressione” dei controlli fiscali sugli autonomi, cui ha fatto cenno di recente il ministro dell’economia Giulio Tremonti, è questione sì di quantità e di coordinamento, ma anche un problema di qualità e di natura dei controlli.


Ci sono accertamenti retroattivi su base presuntiva (del tipo studio di settore o percentuali di ricarico) e controlli attuali istantanei su base oggettiva (del tipo scontrino fiscale). In quest’ultimo caso il controllore non ha poteri discrezionali e si limita a compiere atti dovuti: nessun contribuente, ritengo, si lamenterà se ha ricevuto uno, tre, dieci controlli di questo tipo: se lo scontrino manca sarà constatata la violazione in vista della sanzione fissa e, per ovvi motivi (poiché l’infrazione qui è incontrovertibile) nessuno avrà a che ridire. Se invece lo scontrino esiste, il controllore farà il suo lavoro ed emetterà la attestazione di regolarità (e sono anzi numerosi gli autonomi che vanno orgogliosi di poter ostentare il verbale della guardia di finanza che dimostra il proprio impegno di contribuente in buona fede).

 


Viceversa, quando la persona del controllore possiede margini di discrezionalità, allora sì che il controllo è percepito con disagio dal contribuente. Poiché lo stato di soggezione, il sentirsi alla mercé del verificatore è una delle cose che, comprensibilmente, mal si sopporta dal punto di vista dell’autonomo. È tuttavia una questione psicologica, di percezione. Che, ovviamente, risente dell’aspettativa soggettiva del controllato, la quale prescinde di norma dal comportamento, dalla correttezza e dalla professionalità del verificatore.

 
Per questo io auspicherei più controlli, ma meno poteri discrezionali.


Proprio nell’ambito fiscale, invece, e particolarmente nel contrasto alla evasione di massa, l’accertamento che rettifica quanto dichiarato avviene per forza di cose sempre in chiave retrospettiva e quindi giocoforza su base presuntiva. Nell’attuale architettura del sistema la natura indiziaria di questo potere è elemento indefettibile: è qui che, a mio parere, si annida il vulnus strutturale che rende poco sensato tutto l’impianto.


Ritengo, quindi, che l’aspetto “oppressivo” del controllo fiscale risieda, più che nell’affollamento in sé delle verifiche, in questa loro caratteristica intrinseca che ne fa, visibilmente, un’arma spuntata e grossolana. Con cui non si riesce a centrare, con la precisione che viceversa in questo ambito sarebbe rigorosamente necessaria, chi e quanto ha evaso: l’accertamento può esser fatto solo a distanza di anni rispetto ai fatti, e in conseguenza di ciò, esso potrà poggiare solo su ragionamenti e conteggi soggettivi (circa la probabile quantità di imponibile evaso), piuttosto che su prove certe di tipo obiettivo.


 Il personale dell’amministrazione finanziaria nel suo complesso lavora molto bene e, anzi, in particolare l’agenzia delle entrate - che per legge detiene l’esclusiva dei poteri di accertamento - ha fatto passi da gigante nel corso degli ultimi 10-15 anni. Anche per quanto concerne l’atteggiamento di attenzione e di crescente rispetto verso il contribuente assoggettato a verifica.


Resta il fatto che questo sistema, nonostante una mole incredibile di adempimenti, controlli e fastidi sulle spalle dell’autonomo, continua a registrare da decenni sempre gli stessi livelli insostenibili di evasione. Forse è giunto il momento di prendere atto che, evidentemente, è il sistema in quanto tale che non funziona. E immaginare di mettere in campo un punto di rottura. Chiedendoci, in particolare, se le moderne tecnologie info-telematiche non rendano possibile intraprendere nuove strade, capaci di rivedere l’attuale impalcatura, obsoleta e ultratrentennale.

 
Grazie a questa, infatti, fisco e contribuente continuano ancora oggi a recitare il gioco delle parti, come il gatto e la volpe: con riferimento all’anno in corso - in base all’ordinamento fiscale attuale - c’è la esaltazione massima del fai-da-te, nel senso che il fisco è chiamato a guardare dall’altra parte e, di conseguenza, l’autonomo può evadere come e quanto vuole con la garanzia dell’anonimato (voglio dire che gli viene consentito, in punto di fatto, di non lasciare alcuna traccia in funzione dei futuri controlli). Fatta eccezione per lo sporadico, casuale e, soprattutto, assai eventuale, controllo sullo scontrino fiscale, infatti, tutti gli altri accertamenti – che poi sono quelli decisivi in quanto deputati a misurare il quantum evaso – per legge non possono riguardare l’anno in corso poiché il contribuente ha ancora tempo fino a settembre dell’anno dopo per prendere posizione lui – in sede di prima dichiarazione - su quanto ha guadagnato l’anno prima.

 

Come pendant di tutto questo, d’altro canto, la situazione si ribalta simmetricamente a favore del fisco, con riferimento agli anni passati. È l’amministrazione finanziaria che in questo caso, in sede di accertamento postumo, ha la potestà di stabilire unilateralmente in capo all’autonomo la cifra giusta del guadagno che fu. Ma, fatto con la logica dell’ora per allora, va da sé che questo controllo – largamente a posteriori - non potrà che essere permeato da insopprimibili dosi di discrezionalità.


Per il popolo delle partite Iva ridurre la variabile fisco a una posta certa, sottratta all’alea dei metodi presuntivi, avrebbe un valore incommensurabile, che di sicuro sarebbe disposto a compensare con l’accettazione di vincoli e limitazioni ulteriori (purché sensati). La parte sana, che è largamente preponderante fra gli autonomi, ritengo sia fortemente interessata a discutere di questo, fino a poter accettare un sistema in cui tutti si venga allo stesso modo imbrigliati, persino in una sorta di Grande Fratello condiviso, capace di costringere se stessi al pari di tutti gli altri, a pagare il dovuto.


Su questa strada occorrerebbe rompere forse qualche tabù. Avviando una riconsiderazione profonda del sistema di contrasto vigente, poiché esso affonda le radici nella preistoria delle tecniche contabili (1973, un tempo in cui non si conosceva neppure il personal computer!).

 

Serve, inoltre, un nuovo spirito nella legislazione. In modo che l’evasore di massa non venga trattato alla stessa stregua del delinquente fiscale (che è colui che vive di truffe e artifizi, quali frodi carosello, fatture inesistenti, compensazioni indebite, eccetera). L’evasore di massa è uno che vive e guadagna del proprio lavoro e non certo di illeciti (parliamo dell’artigiano, del commerciante, del professionista). E che quindi, nella progettazione giuridica del sistema, va traghettato verso un adempimento spontaneo responsabile, poiché questo tipo di cittadino non sa essere trasgressivo quando è costretto a lasciare tracce visibili, anzi non vede l'ora di essere a posto e sentirsi in regola con la legge, fisco compreso.

 

Non sto dicendo che l’autonomo è, a priori, una persona onesta. Anzi ritengo sia profondamente inammissibile e fuorviante che da parte degli addetti ai lavori si invochino i principi etici e le categorie della morale. Voglio semplicemente dire che sarebbe sciocco pretendere che egli si comporti da santo (o, se si vuole, da fesso). Per cui, deve essere chiaro che fino a quando sarà agevole da parte di tutti evadere con la garanzia dell’anonimato è normale aspettarci che i livelli della evasione di massa rimarranno gli stessi di oggi (e cioè quelli di sempre).

 

Se questo è vero, occorrerà escogitare un nuovo modello dell’azione di contrasto, magari estremamente complesso nella progettazione, ma alla fine probabilmente fattibile, soprattutto con l’aiuto delle nuove tecnologie e con la necessaria adesione degli stessi destinatari: mi riferisco a una soluzione che imponga al contribuente di sottostare a monte a una sorta di vincolo di tracciabilità, riguardo alle operazioni commerciali di gestione.

 

Questo ampliamento delle dosi di tracciabilità, tuttavia, dovrà essere inversamente proporzionale alle dosi di potere discrezionale da lasciare nelle mani dei controllori.


Questa è una leva rispetto alla quale l’autonomo è ovviamente assai sensibile. Negli ultimi anni è stato invece commesso l’errore, a mio parere, di rafforzare il contrasto all’evasione limitandosi ad ampliare in capo al fisco i poteri di natura presuntivo-discrezionale, trascurando invece il presidio dei veri controlli, vale a dire delle verifiche di tipo oggettivo, basate su prova certa.

 

Ritengo, per converso, che sia decisamente più opportuno muoversi nella direzione opposta. Ovvero di affinare al massimo livello le tecniche che consentano al fisco di stabilire su basi obiettive e al di fuori di poteri discrezionali, chi e quanto ha evaso. Certo, sul piano tecnico, questo sembra davvero un obiettivo velleitario, ma la posta in gioco è troppo alta e merita senz’altro un approfondimento in sede tecnica onde verificarne la fattibilità. In un prossimo intervento su questo sito, sarà esaminata una ipotesi concreta che si muove in questa direzione.

 

 illustrazione Renè Magritte

Lascia un commento

Crusoe è aperto ai commenti degli utenti (non più di 1.500 caratteri). Verranno rimossi i messaggi chiaramente ingiuriosi.
0 di max. 1500 caratteri