Tre posizioni sui quattro quesiti

di MARCO DE ANDREIS, ALFREDO MACCHIATI, MAURO MARÈ - pubblicato il 09/06/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Questi referendum non mi piacciono. 

Non mi piace che in 500000 (circa l’1% degli aventi diritto al voto) decidano sull’utilizzo del tempo di quasi 50 milioni di elettori (pena il senso di colpa di non andare a votare): mi sembra una minoranza troppo esigua. 

Non mi piacciono i referendum su questioni così tecniche su cui, siamo in una democrazia rappresentativa, si deve esprimere chi è eletto (e pagato dai cittadini) per legiferare.

Non mi piacciono i referendum su materie interessate da eventi catastrofici (e rarissimi) perché questo influenza l’opinione degli elettori, al di là dei meriti e demeriti (e indubbiamente ve ne sono parecchi) del progetto nucleare.

Non mi piacciono i referendum sulle questioni ideologiche (pubblico e privato nei sevizi locali) perché qui la questione è di regolazione e assai poco di proprietà: gli ideologismi su stato e mercato dovrebbero aver fatto il loro tempo in paese che ha poco di entrambi.

Non mi piacciono i referendum sulle questioni giudiziarie del Presidente del Consiglio perché se vince il sì è molto probabile che il Parlamento se ne dovrà occupare di nuovo (e già se ne sta occupando da quindici anni) mentre se non si raggiunge il quorum il Presidente potrà giustamente dire che gli Italiani vogliono il legittimo impedimento.

Non mi piacciono questi referendum  che mortificano l’area (sempre più esigua) liberale e riformista del paese: perché se vince il sì la vera vittoria sarà di chi il referendum l’ha indetto (che non è certo liberale e tantomeno riformista)    mentre se non vota il 50,1% (ci pare improbabile che vinca il no) canterà vittoria chi ha governato in questi anni e non mi pare sia un premio meritato.


Alfredo Macchiati
 

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 Intanto voto ai quattro referendum del 12-13 giugno perché credo nell’istituto. E poi ecco come voto.

Voto no al primo quesito, confermando così la possibilità di dare in gestione ai privati, o a società miste privati-pubblico, le reti idriche. I monopoli pubblici nella gestione di queste (e altre) reti sprecano la risorsa che dovrebbero distribuire – l’acqua – e altre risorse ancora per motivi di clientela politica. Meglio romperli.

Voto sì al secondo quesito, abrogando la remunerazione garantita al 7% del capitale alle società concessionarie degli acquedotti. Nel determinare la tariffa, il regolatore potrà certo tenere conto della remunerazione del capitale, ma non in maniera così rigida e in concorso con altri fattori, prima di tutto la qualità del servizio.

Voto sì al terzo quesito, abrogando le norme che consentono di tornare al nucleare. Il nucleare non è competitivo economicamente e in più pone irrisolvibili problemi di proliferazione militare e di gestione delle scorie radioattive – e sorvolo sulla sicurezza, malgrado Fukushima. Riparleremo di nucleare quando saranno disponibili altri impianti, magari col Torio come combustibile piuttosto che con l’Uranio.

Voto no al quarto quesito, perché penso che nella misura in cui un esponente dell’esecutivo è espressione della volontà popolare, in assenza di flagranza di reato e nell’esercizio delle sue funzioni non deve essere messo sotto processo da chi non è a sua volta espressione della volontà popolare. Mi piace il legittimo impedimento? No. Ma meglio questo che correre il rischio che un/una eletto/eletta dal popolo sia alla mercé di un burocrate, vincitore di un pubblico concorso. Cioè di un giudice.


Marco De Andreis

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È difficile scrivere un post sui referendum. Devo confessare che ho trovato i dibattiti molto modesti e poco interessanti, molto faziosi e ideologici. Gli argomenti sono sicuramente importanti ma l’uso e l’abuso dello strumento ci lascia perplessi. Soprattutto per questioni molto tecniche e delicate, come quella dell’acqua che non so quanto verrà compresa dagli elettori che alla fine voteranno secondo indicazioni dei partiti e pro o contro Berlusconi.

 

Ma entriamo nel merito. Sul nucleare mi sembra che non ci siano dubbi, almeno per me. È rischioso, costoso, la questione del trattamento e smaltimento delle scorie non è stata risolta o non lo sarà per molti anni e l’incidente in Giappone, come abbiamo già scritto su questo sito, credo che ponga la parola fine a questo tipo di energia. Non voglio entrare nel dettaglio tecnico del referendum ma è chiaro che un si sarebbe la mossa definitiva per bloccare la costruzione di centrali nucleari e uscire da questa opzione energetica. Saremmo quindi costretti in un certo senso ad affrontare con serietà la strada delle risorse alternative e rinnovabili.

 

Più interessante e complicato è quello sull’acqua. I due quesiti richiedono scelte e conoscenze non banali, forse si poteva evitare di sottoporre questo argomento alla consultazione popolare. Il primo quesito chiede di esprimere la propria volontà sulla gestione delle risorse idriche. La vittoria del si farebbe sì che a gestire il servizio idrico siano imprese pubbliche, il no confermerebbe la scelta del decreto del2008. http://www.camera.it/parlam/leggi/08133l.htm.

 

Vi sono buone argomentazioni per il si ma anche per il no. Siamo convinti che ormai la ricerca economica, ma anche il dibattito economico in Europa e anche nel nostro paese – a partire dalla forte stagione di liberalizzazioni e privatizzazioni del decennio novanta – ha reso chiaro che, nel caso dei monopoli naturali e dei servizi a rete, un servizio può conservare la proprietà pubblica – e vi sono diverse ragioni che la giustificano, soprattutto l’infrastruttura fondamentale, cioè la rete – ma che la gestione può esser separata e soprattutto data ai privati. I privati tendono ad avere obiettivi più corretti, sono vincolati ai costi e devono realizzare un utile dalla gestione per cui è probabile che una gestione di questo tipo permetta una maggiore efficienza nell’offerta del servizio – naturalmente nella convinzione che sia possibile per il settore pubblico controllare il contratto sottoscritto con i privati e verificarne il suo enforcement. Il settore pubblico invece rispetta con più difficoltà i vincoli di costo e di gestione e quindi v’è il rischio che una gestione di questo tipo sia inefficiente.

 

Tuttavia, la situazione del mercato idrico è dominata da poche grandi aziende, per lo più spa ma in generale ancora semipubbliche – Acea, A2A, ecc. – perché detenute dai Comuni e dagli enti locali, per cui anche l’affidamento in gestione ai privati non è così semplice e lineare. Siamo in presenza di una struttura più oligopolistica e realizzare un mercato serio e una vera concorrenza non è banale. La questione di fondo è quella delle regole e delle istituzioni che possono garantire una vera concorrenza e soprattutto il soddisfacimento di garanzie precise di qualità nell’offerta del servizio. I privati motivati dal profitto sarebbero meno controllabili mentre la gestione pubblica sarebbe in grado di assicurare un’elevata qualità dei servizi idrici – vista l’importanza del bene in questione, l’acqua.

 

Lo scontro ha anche natura ideologica, per cui, si ritiene che nel caso di un bene pubblico fondamentale come l’acqua sia errato parlare di mercato e che la sua gestione, non solo proprietà, debba essere per forza e ovviamente pubblica, essendo un diritto umano fondamentale. L’acqua non è una merce come le altre e qualsiasi discorso di profitto andrebbe confutato. Si tutto vero, però vanno anche ricordati gli enormi fallimenti dello stato in questi anni del dopoguerra in molti paesi Occidentali nelle gestione di molti servizi pubblici e che quasi sempre la gestione pubblica ha risposto a obiettivi politici e di difesa dei dipendenti, non dei consumatori (si pensi alle poste). Credere insomma che il settore pubblico sia sempre in grado di realizzare l’ottimo sociale è ormai paradossale. Forse ha ragione Luca Ricolfi (si veda qui): la discussione sulla «privatizzazione dell’acqua» è basata su una forzatura del significato delle parole, “visto che quel che sì renderebbe (parzialmente) privato non è il bene acqua bensì il servizio di distribuzione dell’acqua stessa. Un servizio che ora costa molto, disperde una quantità inaccettabile delle nostre risorse idriche, e in molti contesti - proprio grazie alla sua gestione pubblica - fornisce ai politici una preziosa (per loro) riserva di poltrone, posti di lavoro, incarichi e commesse”.

 

Vi è poi la questione distributiva per cui i sostenitori del sì sostengono che l’affidamento ai privati riverserebbe sui prezzi, quindi sui consumatori (si veda qui Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006) il costo degli investimenti e quindi dei profitti senza che la qualità possa essere davvero controllata. Però va riconosciuto d’altro canto che le gare d’appalto un effetto positivo sulla concorrenza lo potrebbero avere; inoltre, visti gli sprechi enormi delle famiglie e delle imprese italiane nel consumo dell’acqua, un segnale deciso sui prezzi potrebbe far emergere la consapevolezza nel consumare un bene scarso e quindi introdurre maggiore efficienza nei consumi. Sicuramente, infine, sarebbe necessaria un autorità di controllo di settore che ancora non esiste, soprattutto per vigilare nel caso si scelga la gestione privata sulla qualità del servizio.


Mauro Marè
 


 

Commenti:

  1. liberalizzazioni e magistrati:inviato da lorenzo romani il 16/06/2011

    CIao Alfredo, bel sito!

    Concordo sul fatto che ci sia stata una certa ideologizzazione del referendum, soprattutto per quanto riguarda l'acqua. Non sono contrario alla gestione privata, ma lo sono relativamente alla sua obbligatorietà, per l'ovvio fatto che l'obbligo a vendere la gestione comporta una svendita che impoverisce lo stato, e quindi i cittadini.
    A mio parere una vera liberalizzazione non dovrebbe contenere rigidità come quelle introdotte nella legge che si è abrogata, o come il 7% garantito da Prodi nel 1996, che credo fosse determinato dalla necessità di attirare i privati con un profitto certo, per alleggerire lo Stato in vista dell'entrata nell'Euro.

    Per quanto riguarda i magistrati eletti dal popolo, per me si tratta di pura demagogia: il giudice ha un ruolo essenzialmente tecnico e l'adeguatezza della sua preparazione, tecnica per l'appunto, deve essere stabilita da personale adeguato, non dal popolo. In usa i magistrati sono eletti, e infatti il loro operato è altamente ideologizzato e riflette interessi partitici che poco hanno a che vedere con il bene dei cittadini. E' evidente la disparità di trattamento che la riforma sanitaria di Obama ha ricevuto negli stati in cui i giudici della Corte Suprema sono di fatto ramificazioni del partito repubblicano.


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