Riforma fiscale: nuovo look ai controlli di massa?

di GIUSEPPE PASQUALE - pubblicato il 02/03/2010 in MERCATO & REGOLE
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La diffusione della evasione fiscale di massa (che terrei distinta da fenomeni evasivi di ben altra natura, quali quelli di frode fiscale) è la conseguenza di un problema che non è politico, ma eminentemente tecnico, ovvero di qualità delle regole di diritto tributario in vigore. Ritengo anzi che la parte sana e preponderante del popolo delle partite Iva sia fortemente interessata ad avere un contesto ordinamentale che cessi di essere presidiato solo da un incontrollabile (ed incontrollato) sentimento di “onestà fiscale” rimesso in buona sostanza alla coscienza dello stesso debitore. Realizzare un sistema obiettivamente capace di irretire la totalità dei cosiddetti “autonomi”, dentro l’obbligo di pagamento del giusto importo dovuto, è tuttavia impresa di una complessità che non ha pari. Per questo sarebbe auspicabile che si investano risorse adeguate volte a studiare i modi per re-ingegnerizzare nel suo complesso l’odierno sistema di contrasto all’evasione, divenuto oltremodo obsoleto. Verificando la fattibilità di strade alternative rispetto a quelle che hanno condotto ai risultati fallimentari oggi sotto gli occhi di tutti. In questo contesto, un contributo autorevole è stato dato, di recente, da Massimo Romano e Vincenzo Visco in un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 20 gennaio 2010, nonché sui siti www.nens.it e www.nelmerito.it.

Il meccanismo proposto, mirato evidentemente al mondo delle imprese e dei professionisti sotto i 5 milioni di euro di introito annuo, si ispira alla stessa novità di fondo che connota il modello vigente degli studi di settore: far conoscere in anticipo al contribuente la cifra imponibile che il Fisco si aspetta. Esso sarebbe quindi basato su una quantificazione anticipata da effettuare a seguito di un «confronto» prima della presentazione della dichiarazione. Così che per il Fisco diventi possibile prospettare al contribuente, «in caso di conferma degli elementi, le conseguenze alle quali andrà incontro». A differenza di ciò che accade oggi, tuttavia, in futuro i funzionari del Fisco avrebbero a disposizione da subito, nelle proprie banche dati, un’ampia gamma di informazioni riferite ai fatti di gestione interni all’azienda, sulla base di una molteplicità di dati che in futuro potrebbero essere acquisiti telematicamente – ritengo – grazie a nuovi obblighi da istituire per legge. Si tratterebbe di informazioni in grado di «ricostruire analiticamente l’attività di impresa o professionale: rapporti tra clienti e fornitori, invio telematico dei corrispettivi, movimenti finanziari, tracciabilità dei compensi, costi sostenuti, eccetera» (così nel sito www.nelmerito.it dell’11 febbraio 2010).

La nuova idea a mio parere presenta punti di forza e punti di debolezza. Cominciamo dai primi. E’ indubbiamente positivo (e avrebbe un fortissimo appeal) un sistema che dice in anticipo qual è la cifra che il Fisco si aspetta. Il contribuente (soprattutto questo tipo di contribuente) desidera fissare un punto fermo nel rapporto col Fisco in modo da ridurre la sudditanza di fatto verso il futuro funzionario-controllore. Sottrarsi agli enigmi e all’alea di eventuali future pretese del Fisco è dunque di enorme interesse per questa platea di destinatari. In linea generale, inoltre, è assai apprezzabile l’idea di popolare il più possibile la banca dati del Fisco, facendo leva sulla informatica e sulla telematica. E’ proprio quello di cui abbiamo bisogno per svecchiare il meccanismo dei controlli che viceversa è rimasto bloccato per quasi 40 anni intorno a una logica di circolazione su cartaceo delle informazioni gestionali ed aziendali (una logica che considero oramai preistorica).

Proprio su questo punto, tuttavia, esprimo qualche riserva riguardo alla filosofia di fondo che ispira la proposta. Meccanismi tecnici quali la tracciabilità dei compensi, l’invio telematico dei corrispettivi giornalieri, e persino l’elenco clienti e fornitori (che, in verità, sarebbe strumento utile già da oggi), sono congegni certamente in grado di rendere più difficoltosa l’evasione. Ma da soli, tuttavia, essi non sono in grado di colpirla al cuore e di compiere il passo decisivo che serve per assicurare una emersione in massa degli imponibili oggi sottratti al Fisco. La parte preponderante dell’evasione, infatti, viene realizzata mettendo in atto quelle movimentazioni finanziarie, invisibili per eccellenza, che come tutti sanno sono quelle praticate “per cassa” (a tale riguardo, Raffaello Lupi ha parlato lucidamente di “paradiso del sommerso”, in contrapposizione all’”inferno del dichiarato”, in “Evasione, paradiso e inferno”, Ipsoa 2008). Sembra pertanto che anche nel futuro contesto ispirato alla proposta qui in commento ci siano le condizioni perché, nel “giorno dopo giorno”, l’evasione continui a essere praticata senza lasciar traccia, e quindi - di conseguenza - in modo capillare e per dosi anche ragguardevoli.

Se così è, diventa difficile immaginare un sistema di contrasto che risulti capace di distinguere chi ha evaso e chi no, su basi probatorie incontrovertibili (in altro articolo ho sottolineato l’importanza di una tale esigenza). Una volta che si interviene solo a cose fatte, dunque, nessun sistema sarebbe in grado di indovinare a posteriori una cifra che coincida con la vera quantità di evasione invisibilmente a suo tempo praticata dal singolo.

E’ qui, dunque, il punto cruciale che spiega il perché di un tipo di evasione da sempre estesa a livello di massa.Un tale sistema, infatti, fa percepire al contribuente “autonomo” che l’eventuale futuro controllo, in quanto effettuabile solo su base presuntiva, avrebbe un esito in buona sostanza indifferente e scollegato: sia rispetto al “se” si evade, sia rispetto a “quanto” si decide frattanto di evadere. E, infatti, anche nel contesto immaginato con la proposta qui in commento, sarebbe ben possibile far pervenire al Fisco dati contabili di facciata, che ovviamente eviterebbero di mostrare tutte le transazioni a nero frattanto effettuate per cassa (poche, troppe o nulle che siano). Per cui, i funzionari incaricati di questa nuova forma di contraddittorio ante-dichiarazione, che volessero andare oltre i dati ufficiali fatti pervenire in via telematica, sarebbero costretti a utilizzare sistematicamente metodi basati su un calcolo indiziario. Ed è circostanza incontestabile, peraltro, che per ragioni oggettive nel nostro ordinamento questi metodi sono tutt’altro che infallibili e anzi fanno correre il rischio che - nel centrare l’evasore (o presunto tale) - si possa sbagliare bersaglio o anche semplicemente essere “imprecisi” nella graduazione della cifra (rispetto alla vera quantità delle sottostanti movimentazioni a nero).

Ovviamente, in termini propositivi, pochissimi sarebbero oggi nelle condizioni di contrapporre una proposta organica alternativa (bisognerebbe aver lavorato per lungo tempo intorno a un serio studio di fattibilità). Mi limito pertanto a far cenno qui, in cinque punti, su ciò che a mio parere sarebbe utile approfondire nella sede di un’auspicabile riforma dei sistemi di contrasto oggi vigenti.

1.- Fare leva su una risorsa strategica fondamentale, peculiare solo al popolo delle partite Iva (e non certo al delinquente fiscale che vive di illegalità): mi riferisco alla forte propensione avvertita di “sentirsi a posto” a ogni costo nei riguardi dell’ordinamento. Sarebbe a mio parere opportuno, pertanto, canalizzare il cospicuo patrimonio di valori positivi sottostante a questo diffuso bisogno di regolarità, in funzione di un sistema che faccia percepire ai destinatari la inevitabilità (ed effettiva controllabilità verso tutti) dell’adempimento di pagamento che viene loro imposto;

2.- Assegnare un ruolo nuovo e preminente alle politiche di comunicazione pubblica riguardo alla fiscalità di massa: vale a dire costruire un sistema di regole che siano co-decise, già in fase di progettazione, dalla stessa struttura tecnica di gestione posta al servizio della loro divulgazione(compresa la comunicazione di tutte le conseguenze per il trasgressore).Sarebbe come mettere in campo una sorta di marketing istituzionale del “prodotto compliance”, finalizzato a far sì che la massa dei destinatari percepisca tali regole in modo corretto, così che ne resti facilitato il pagamento spontaneo, in conformità ai giusti principi di capacità contributiva;

3.- Studiare la fattibilità di sistemi alternativi quali a esempio quelli che privilegiano fin dove è tecnicamente fattibile, metodi di calcolo predeterminato delle imposte (a forfait), o ancora, sistemi basati sul cosiddetto grattino fiscale, vale a dire su un congegno nel quale la ricevuta fiscale incorpora una lotteria capace di generare una vincita (ne ho scritto, con Mauro Marè, in altro articolo);

4.- Rivedere il sistema sanzionatorio penale introducendo una nuova figura di reato, molto selettiva, che responsabilizzi fortemente ogni cittadino trasformandolo in una sorta di “notaio di se stesso”. E quindi vincolandolo severamente al dovere di lealtà verso l’Amministrazione pubblica, mediante la autonoma qualificazione di rilievo penale data a talune tipologie di auto-dichiarazione in forma solenne (la misura dovrebbe funzionare essenzialmente sul piano della deterrenza, evitando che si generi un’ulteriore fonte di intasamento della giustizia penale);

5.- Per quanto riguarda gli adempimenti particolarmente invasivi (quali tracciabilità dei compensi, visibilità per il Fisco del proprio conto in banca, regime del grattino fiscale, eccetera), fino a che essi non saranno in grado di garantire, anche in raccordo con altre misure, un sufficiente livello di emersione del sommerso, sarebbe meglio evitare di renderli obbligatori verso tutti. Questo perché, dato il costo sociale che va a gravare pure su soggetti estranei all’evasione, essi sarebbero percepiti, in particolare da questi ultimi, come una inutile, quanto fastidiosa, camicia di forza. Preferibile sarebbe piuttosto istituire un regime su base opzionale che consenta ai contribuenti più virtuosi (che pure esistono e non sono pochi) quantomeno di farsi censire e riconoscere in quanto tali dal Fisco, scegliendo su base volontaria di aderire a queste e ad altre possibili restrizioni ulteriori. Ciò in cambio di alcuni vantaggi, fra i quali, a esempio, l’accorciamento dei termini di decadenza, o anche la rinuncia del Fisco ai poteri di accertamento, limitatamente a quelli su base indiziaria.


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