Redditometro, spesometro e consumi
di OIDA - pubblicato il 30/12/2011 in MERCATO & REGOLE«In salita la febbre da redditometro. Il fisco deve frenare.» Così titola “Il Sole 24 Ore” del 29 dicembre scorso a proposito di quelle che vengono riportate come voci di indicazioni impazzite circa i criteri di calcolo del nuovo redditometro, attualmente in fase di sperimentazione.
Al punto che, sempre secondo il quotidiano, alcuni proprietari di costosi Suv sarebbero pronti a liberarsene sottoprezzo per timore - a torto o a ragione - di finire pizzicati fra le maglie del fisco. «Dato però che le manovre affrettate non fanno bene a nessuno», così conclude l'articolista, «anche chi volesse "ripararsi", forse farebbe bene ad aspettare che il fisco cali, davvero, le sue carte».
Oida ritiene che queste voci sono verosimili quali conseguenze prevedibili di un certo modo di essere dello strumento (come già anticipato qui e qui). Esse rivelano piuttosto quanto lo schema di redditometro preannunciato il 25 ottobre 2011 sia inadeguato per il contrasto alla evasione di massa.
Pertanto, se non se ne ribalta la filosofia di fondo, esso sarà capace di innescare meccanismi inappropriati di contrazione dei consumi. Senza viceversa promettere, per converso, risultati efficaci in termini di recupero della evasione: nė in sede di maggiori redditi dichiarati spontaneamente (cosiddetta "compliance"), nė per il tramite dei recuperi da azione repressiva.
Trattasi infatti di un approccio pervasivo che per la prima volta assegna al volto sospettoso del fisco un ruolo di protagonista anche in quegli spazi di vita quotidiana da sempre estranei a tal genere di preoccupazione. Con il rischio, quindi, di toccare fasce inedite di contribuenti, quelli in buona fede, per indole assai propensi a sentirsi inquieti al cospetto della autorità costituita, anche se solo per motivi psicologici.
Esiste tuttavia una dimensione del problema che ha una base reale e non psicologica. A quest'ultimo riguardo va segnalata, a esempio, l'incertezza in cui trovasi ad oggi chi deve effettuare un acquisto importante. Facciamo il caso di chi intende oggi comprare una vettura di lusso. Costui domani potrà essere assoggettato ad accertamento in base al futuro redditometro. Ad oggi, tuttavia, non gli è consentito conoscere in anticipo come funzionerà questo futuro controllo.
Il provvedimento del ministro dell'economia e delle Finanze, previsto dal decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 non è stato ancora pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Esso stabilirà i calcoli che è necessario fare onde appurare in via preventiva qual è la quota di reddito sufficiente a "coprire" senza problemi la maxi-disponibilità annua.
Non si tratta, in questo caso, di preoccupazione figurativa e basta. Il problema è concreto dato che il nuovo decreto ministeriale avrà titolo giuridico per prendere alle spalle il contribuente e metterlo in difetto (fiscalmente parlando), potendo accertare non solo le annualità future, ma anche (ed in via retroattiva) le tre annualità già decorse a partire dal 2009.
Sarebbe dunque ragionevole mettere i consumatori (almeno i maxi-consumatori) nella condizione di farsi i calcoli in anticipo, in modo da non correre il rischio di rimanere impigliati in meccanismi che un domani potrebbero tramutarsi in una trappola a titolo di evasione presunta. Sono inconvenienti che potrebbero accadere anche a loro insaputa ed anche per mero errore. Come talvolta avvenuto in passato proprio in materia di redditometro, a cominciare dalla vicenda accaduta oltre dieci anni or sono, che portò al congelamento dello strumento stabilito dalle Entrate con la circolare 101/E del 30 aprile 1999.
Sotto altro profilo, tuttavia, mi riferisco qui a quello più squisitamente psicologico, la versione di redditometro in corso di predisposizione rischia in qualche modo di interferire con il normale andamento dei consumi. Vi è in particolare una fascia di contribuenti (che poi sono quelli particolarmente sensibili a “essere”, oltre che ad “apparire”, in regola col fisco) i quali potrebbero sentirsi condizionati dalla subordinazione gerarchica che evoca l'obbligo psicologico di munirsi del previo lasciapassare fiscale.
Mettere sotto il temutissimo faro indagatorio del fisco cento voci di spesa (comprese alcune di tipo minuto e giornaliero) è scelta che scatena inevitabilmente meccanismi mentali poco controllabili nelle fasce di contribuenti poco avvezze a questo genere di assillo (per lo più sono quelli che dichiarano già fino all'ultimo centesimo). Prima di effettuare un acquisto collocato nella fascia border line del proprio paniere, infatti, questo tipo di contribuente avrà necessità in futuro essere rassicurato giorno dopo giorno, e fino all’esasperazione, circa il fatto di avere in tasca preventivamente il disco verde del fisco.
Il guaio è che la percezione psicologica di una qualunque compera personale ricadente nella fascia "di confine" è, a seconda dell'individuo, una, dieci, cento volte superiore alla realtà obiettiva. Ma pur tuttavia è il dato percepito, appunto, e non già quello effettivo, l'unica molla che muove i comportamenti umani, ivi compresa la propensione ai consumi, tanto più nel target di consumatore tipico della dimensione di massa.
Per il contribuente più scaltro, invece (mi riferisco al classico furbo-evasore), il redditometro versione 25 ottobre è percepito come del tutto innocuo. Faccio fatica a immaginare un evasore di massa perdere tempo davanti al pc e trovare tutta la pazienza che serve per caricare a una a una le cento e più voci di spesa. Il tutto, solo al fine di farsi confermare o meno dal “software fai-da-te” che il suo tenore di vita sarebbe “coperto” a sufficienza dalla quota di reddito in procinto di essere dichiarata.
Questo soggetto è antropologicamente diverso dalla persona, per così dire "timorata di Dio", che è invece l’esemplare di soggetto su cui il fisco (erroneamente) ha tarato lo strumento. L'evasore di massa, piuttosto, è uno che considera cosa normalissima correre il rischio di incorrere in una infrazione tributaria. E al quale, anzi, la minaccia di una qualunque sanzione, purché resti come sempre annunciata solo sulla carta, è pressoché indifferente. Salvo che essa non si tramuti in un controllo reale.
D’altro canto, va altresì precisato che la stragrande maggioranza delle 100 voci di spesa non è tracciata all’interno delle banche dati dell’anagrafe tributaria. Un bene s'intende tracciato quando il fisco conosce in modo automatizzato (e da fonte ufficiale certificata) sia il nominativo della persona a cui esso appartiene, sia il suo peso fiscale. Ai fini dei conteggi mediante redditometro, inoltre, per "peso fiscale" s'intende la cifra annua di norma spesa per la gestione e il mantenimento del maxi-bene.
La presenza di entrambi i dati è condizione necessaria, ma non sufficiente onde confrontare se vi è coerenza fra reddito dichiarato e tenore di vita. Ai fini del calcolo, infatti, serve altresì lo strumento di calcolo (il redditometro in senso stretto, varato con provvedimento ad hoc) che partendo dalla spesa annua di gestione /mantenimento giunge fino al reddito presunto.
Nel senso dianzi visto il massimo di tracciabilità è nelle seguenti tipologie di beni: tutti gli immobili, tutti veicoli iscritti nel pubblico registro automobilistico, i natanti e gli aeromobili iscritti negli appositi registri. Non sono invece tracciate, a esempio, nel senso dianzi visto, le spese sostenute per l'istruzione, ovvero quelle per le attività sportive, ricreative e di cura della persona. Anche se esiste una banca dati che man mano raccoglie tutti i singoli casi di contribuenti negli ultimi anni raggiunti da controlli che hanno visto emergere spese di questo tipo.
E, senza considerare, inoltre, che per via dell’obbligo di segnalazione da parte dei venditori al dettaglio, cosiddetto spesometro, queste ultime spese, come anche quelle di qualunque altra tipologia, saranno in futuro tracciabili per acquisti superiori a 3000 euro oltre Iva.
La tracciabilità di quest'ultimo tipo (spesometro), tuttavia, soffre di un fondamentale peccato originale: le fonti di alimentazione circa i nominativi del titolare degli acquisti oltre-soglia si prestano a essere neutralizzate in anticipo da parte del cliente-acquirente. Il quale di fatto avrà a disposizione molti modi per far sì che, in origine, la segnalazione non vada a buon fine (per il fisco). Uno dei tanti esempi puó essere il seguente: l'acquirente, nei riguardi del venditore, si dice disposto a comprare il gioiello solo nel caso in cui il gioielliere accetti che l'operazione venga effettuata totalmente in nero: pagamento solo per cassa e nessuna emissione di scontrino (ergo, nessuna segnalazione). Come si comporterà il venditore in questo caso? Rinuncerà alla vendita o cederà? E chi lo saprà mai che vi è stata una vendita siffatta se, in coscienza, i due hanno stretto questo patto?
Tornando al redditometro, questo significa che, al di fuori dei casi di intestazione certificata di beni immobili e mobili registrati, sarà impossibile che la quota di reddito coerente con i consumi possa essere calcolata unilateralmente dal fisco, come si dice "a tavolino" e con automatismo, facendo a meno della indispensabile collaborazione della massa dei diretti interessati. Una collaborazione, tuttavia, che per essere proficua dovrebbe poggiare in dosi elevatissime su dichiarazioni di natura confessoria rese dal controllato circa l'avvenuto sostenimento a suo tempo di spese in alcun modo verificabili, ex post, da parte del fisco.
Neppure un servizio di pedinamento full time per ciascuno dei 50 milioni di contribuenti sarebbe in grado probabilmente di portare a risultati certi in termini di cifra annua delle imposte nascoste al fisco. Tutto questo evidenzia altresì che, nei riguardi dei furbi-evasori questa collaborazione di tipo confessorio sarà impossibile da conseguire in via spontanea, tanto più se, come sembrerebbe, il contribuente viene abbandonato a sè stesso dinanzi a un pc in assetto fai-da-te.
Ciò comporta altresì che l'unico modo per rendere utile ciascuna delle cento voci di spesa effettuate dal contribuente ai fini di calcolare la giusta quota di reddito presunto sarà - dal punto di vista del fisco - di procurarsi da sé le tracce (e quindi le prove) delle spese concretamente effettuate. E ciò si può fare solo con accertamenti in chiave retrospettiva da indirizzare verso l’universo dei contribuenti. Ma questo comporterebbe che, al ritmo attualmente previsto di 35mila accertamenti all'anno, anche conteggiando solo il numero di famiglie italiane (sono oltre 22 milioni), piuttosto che i 50 milioni di contribuenti, ciascuna di esse subirà in media una verifica approfondita ogni 628 anni.
Il rischio quindi, se non si riesamina tecnicamente lo schema in corso di predisposizione, è di imbarcarsi ancora una volta nella consueta battaglia persa in partenza.



