Il dollaro è più nei guai dell’euro

di MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 11/05/2011 in MERCATO & REGOLE
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 C’è un solo quotidiano che leggo da trent’anni e più ed è l’International Herald Tribune. Col tempo s’è ridotto ad essere l’edizione internazionale del New York Times, rimanendo però un grande giornale d’informazione e d’opinione.

Per la prima volta da quando lo leggo, mi trovo per così dire dall’altra parte della barricata, ovvero il giornale se la prende sistematicamente con qualcosa che invece è a me molto cara. Questo qualcosa è l’euro. L’avevo già notato in questo post su Crusoe.

Oggi, 10 maggio, aprendo (il sito de) il NYT c’erano ben due pezzi d’opinione contro l’euro. Mi sembra che si stia esagerando e la cosa comincia a intristirmi al punto che quasi mi andava di ignorare la questione.

Non lo faccio, perché preferisco comunque fare lo sforzo di capire fino a che punto queste critiche hanno fondamento e dove invece diventano pretestuose.

Il primo articolo, Why Greece Should Say No to the Euro, di Mark Weisbrot (co-direttore del Center for Economic and Policy Research) fa il tifo per l’uscita della Grecia dall’euro. Il programma d’austerità imposto dai creditori (UE e Fondo Monetario) sta uccidendo l’economia greca, meglio sarebbe per l’autore che Atene ripudiasse almeno in parte il proprio debito pubblico e tornasse a una propria moneta nazionale svalutata rispetto all’euro.

Ora, mentre non c’è niente di male a sostenere l’idea di un default – su Crusoe è stato fatto qui e qui – le cui conseguenze sono a carico di chi si è liberamente assunto il rischio di comprare titoli greci, la ricorrente esaltazione della svalutazione come soluzione dei problemi economici di un paese è davvero miope. La svalutazione è un’aspirina: cura i sintomi, non le cause della malattia. Il recupero di competitività è pura illusione monetaria di brevissima durata. Meglio di tutti lo sappiamo noi italiani che a questa aspirina abbiamo fatto ricorso spesso e volentieri nei passati decenni.

Inoltre in questo caso c’è una totale cecità verso il substrato politico – chi è il sovrano? - di una moneta. Weisbrot si dilunga su un paragone con l’Argentina e la sua disgraziata esperienza di parità col dollaro. Dimenticando che una cosa è intestardirsi a restare agganciati a una moneta di un altro sovrano. Totalmente altra cosa è partecipare della sovranità espressa dalla propria moneta. Il dollaro non era la moneta argentina. Lo è semmai dell’Arkansas o del Colorado. Così come l’euro è a pieno titolo la moneta della Grecia.

Credo che per far passare questo concetto assai semplice dall’altra parte dell’Atlantico, noi europei dovremmo cominciare a immischiarci di più negli squilibri interni statunitensi sostenendo insistentemente l’uscita dal dollaro per quegli Stati che hanno maggiori difficoltà economiche e di finanza pubblica.

Weisbrot è in ottima compagnia, la pensano come lui quasi tutti gli economisti americani. Cosa questa che dovrebbe alquanto inquietare chi detiene titoli pubblici statunitensi, perché significa che c’è già un largo consenso in America ad eventualmente, alla bisogna, ripudiare i debiti e svalutare selvaggiamente il dollaro.

Al coro non poteva mancare il commentatore economico par excellence, Paul Krugman - The Unwisdom of Elites. Le élite senza saggezza di Krugman sono quelle americane (leggi Bush giovine) che hanno tagliato le tasse e sregolato il settore finanziario. E quelle europee che hanno creato l’euro.

Qui va distinto il Krugman che ce l’ha con la BCE e il Patto di Stabilità perché rappresentano per lui il paradigma di quanto NON s’ha da fare alla luce della Grande Depressione - e per togliere dai piedi Banca e Patto non esiterebbe a far fuori anche l’euro. Dal Krugman che invece ha ragione quando sostiene che “i leader europei hanno creato la moneta unica senza creare le istituzioni necessarie a far fronte alle disomogeneità del ciclo economico all’interno dell’eurozona”. E che sempre più raramente si ricorda di aggiungere che l’unica via d’uscita è in avanti (creare quelle istituzioni) piuttosto che indietro (sfasciare l’euro).

Con un deficit pubblico fuori controllo, un annunciato downgrading del debito e un tasso di crescita stile “vecchia Europa” sono l’America e il dollaro a essere nei guai. Quando il mondo se ne renderà finalmente conto, gli economisti americani avranno ben altro cui pensare, e su cui scrivere, che l’uscita della Grecia dall’euro.


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