I commissariamenti servono a poco (o nulla...)

di ETTORE JORIO - pubblicato il 04/07/2011 in MERCATO & REGOLE
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 I commissariamenti non funzionano ovunque. Basta vedere cosa sta succedendo in Campania con l’immondizia urbana che sta uccidendo Napoli, la sua immagine e quella dell’Italia nel mondo.

 

Forse a pagarne (incolpevolmente) le conseguenze sarà il governatore Stefano Caldoro ad esito dell’attuale avviso (forse improprio) di garanzia per epidemia colposa.

A fronte di questo dramma cittadino, il Governo ha deliberato, nella riunione del 30 giugno 2011, con il voto contrario della Lega Nord, un decreto legge di tre articoli con il quale ha autorizzato il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti campani al di fuori del territorio regionale. Il tutto in deroga alla vigente disciplina e previo nulla osta rilasciato dalle regioni riceventi.

 

Insomma, si ritiene di risolvere un problema da sempre irrisolto attraverso due misure: la prima, che offre il rimedio ad un problema contingente esportando l’immondizia in altre regioni, nei confronti della quale la Conferenza Stato-regioni ha manifestato il proprio dissenso, anche perché esclusa dalla procedura; l’altra, rappresentata dall’impegno ad approntare un piano straordinario, da definire entro un mese, per la realizzazione di impianti per lo smaltimento, garante di una soluzione strutturale. Insomma, misure sottotono che, sostanzialmente, si limitano a rimuovere l’attuale divieto di trasferire altrove i rifiuti propri (art. 1); ad ampliare i commissari nominati dal Governatore campano (art. 2); a stabilire la destinazione prioritaria dei trasferimenti dei rifiuti nelle regioni limitrofe (art. 3).

 

Quello dei rifiuti è un grave problema per quelle realtà geografiche del sud non avvezze culturalmente ad affrontare l’insediamento a regime della raccolta differenziata, non all’altezza di riorganizzare la raccolta e lo smaltimento nel rispetto delle migliori tecnologie, ma soprattutto incapaci di espellere dal relativo business la delinquenza organizzata che gestisce da sempre la relativa emergenza e non solo, praticamente l’intero ciclo dei rifiuti.

 

Sullo stesso tema, è stato un disastro anche il commissariamento straordinario per l’emergenza dei rifiuti calabresi. In tredici anni non ha conseguito neppure un obiettivo tra quelli prefissati. Ha solo disperso risorse, spesso male rendicontate. Ha lasciato le cose come erano, se non peggio, nonostante il miliardo disponibile dal 1998 ad oggi. Questa è la conclusione amara cui è pervenuta la Commissione Pecorella nella relazione, votata all’unanimità, il 22 giugno scorso.

Non meno opachi i frequenti commissariamenti della sanità, ex art. 120, comma 2, della Costituzione.

Al meglio, lasciano le cose così come erano.

Esasperano i tempi dei pagamenti verso fornitori, per esempio realizzando ritardi da record in Calabria di 912 giorni, di 795 in Molise, di 765 in Campania, di 403 nel Lazio.

Consolidano le liste di attesa, tanto da obbligare chi ha urgente bisogno a spendere i pochi risparmi disponibili per ricorrere alle prestazioni “più private”. Chi mette in gioco la propria vita e quella dei suoi cari a rivolgersi altrove.

 

Si incrementa così la mobilità passiva che sta arricchendo il nord del Paese (la sola Lombardia rendiconta un saldo di mobilità attiva di oltre 450 Mln), che egoisticamente imprenditorializza la gestione del “prodotto” umano, frutto del cosiddetto turismo sanitario, volontariamente stimolato dalle regioni che ne godono economicamente attraverso forme di accoglimento incentivanti.

Per non parlare del personale che manca e delle precarie condizioni di manutenzione delle strutture in senso lato.

Per finire alle tecnologie tanto retrò da mettere in imbarazzo gli attenti medici pubblici preposti al loro uso, costretti - come sono - a firmare referti diagnostici (soprattutto per immagini) assistiti da apparecchiature quantomeno obsolete.

 

Su piano organizzativo, sub commissari che mollano “la preda”, dopo l’enfasi degli insediamenti, senza che se ne conoscano i motivi reali (vedi Campania e Calabria). Altri più titolati che arrivano, ai quali è doveroso dare presuntivamente credito. Altri impegnati da tempo non si capisce ancora in che cosa, se non a militarizzare l’organizzazione, a discapito della burocrazia che trovano in organico, spesso forte di esperienze e professionalità di rilievo. E intanto le cose rimangono tali e quali, anche nei deficit.

 

A proposito di deficit, pure quelli prodotti nel 2010 causeranno l’aggravio “sanzionatorio”dell’addizionale Irpef dello 0,30% e dell’Irap dello 0,15%. Dunque, maggiori tasse (sin dagli acconti da versare in questi giorni) per i cittadini campani, per quelli calabresi e per quelli molisani.

Ciò perché occorre coprire i buchi di bilancio del 2010, causati dall’incapacità di contenere i costi e da un sistema che fa acqua da tutte le parti.

 

Un sistema che risulta afflitto dall’inefficienza, che riesce ad esprimere una qualità erogativa che nessuno ci invidierebbe. Una qualità delle prestazioni che il recente studio elaborato dal Cerm (maggio 2011), diretto dai professori Pammolli e Salerno, ritiene che vada assolutamente migliorata, pena il default dell’esigibilità dei diritti sociali. Essa qualità dovrà migliorare in Calabria del 132%, in Puglia del 96%, in Campania e in Sicilia del 90%, nel Lazio del 76%.

 

A ben vedere, un ineludibile dovere per le regioni del centro-sud davvero difficile da assolvere, dal momento che dovranno più che raddoppiare la qualità delle prestazioni rese. Una mission pressoché impossibile quella di moltiplicare quasi per due la sua capacità di governo della salute. Pena il rimanere staccato dal resto dell’Italia, mettendo così a rischio l’unità sostanziale della Repubblica e la negazione dei diritti fondamentali, costituzionalmente protetti, ad oltre 26 milioni di cittadini.

Quindi, due handicap terribili per affrontare l’introduzione a regime del federalismo fiscale.

Una riforma che, se affrontata male, renderà impossibile la gestione della salute (e non solo). Il binomio costi/fabbisogni standard metterà a dura prova il sistema pubblico del Sud.

Con esso, i diritti di cittadinanza, atteso che non tiene conto dei deficit strutturali, tipici di queste regioni, dell’oneroso ammortamento dei mutui accesi e del pagamento degli altri debiti non mutualizzati.

Cosa fare per conseguire la normalità, garante dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti territoriali (117, c. 2, lett. m e p, Cost.)?

 

Occorrono un salto qualitativo dell’azione politica e un grande gesto di responsabilità.

Il primo. Diventa imprescindibile l’impegno ad assumere e capitalizzare le necessarie conoscenze sulla riforma della finanza pubblica che avanza inesorabilmente. Occorre dimestichezza con le nuove unità di misura che il federalismo fiscale imporrà. Basti pensare che è in via di pubblicazione il decreto legislativo attuativo sull’armonizzazione dei bilanci degli enti territoriali e della sanità.

 

Un impegno, quello di dovere assumere le dovute conoscenze, che renderà possibile la corretta formalizzazione dell’istanza delle regioni deboli, intesa a rivendicare un diverso calcolo dei costi standard, tenendo conto, non solo degli indici di deprivazione socio-economica (opportunamente rivisitati rispetto ai parametri tradizionali), ma anche del deficit infrastrutturale (ivi comprese le tecnologie strumentali alla produzione di una sanità di livello) e della quota di ammortamento del debito pregresso.

 

Il secondo. Un generale passo indietro di tutta la classe dirigente, inteso ad abdicare ai propri immeritati privilegi e preparare le consegne in favore di chi rappresenterà il nuovo reale. Quello dei capaci.


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