I codici etici degli atenei: analisi e tendenze di un fenomeno in crescita

di SIMONA MORETTINI - pubblicato il 22/02/2010 in MERCATO & REGOLE
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L’adozione di codici etici da parte delle università italiane è un fenomeno relativamente recente ma destinato ad espandersi nel breve termine, considerato che nel disegno di legge in materia di riforma dell’università e della ricerca, presentato nell’autunno del 2009, si richiede espressamente a tutti gli atenei “di adottare entro sei mesi un codice etico che individui tra l’altro le situazioni di conflitto di interesse e di predisporre opportune misure per eliminarle”.

Dal 2006 ad oggi sono state adottate 16 carte etiche con una progressiva tendenza all’aumento del loro numero.

La loro diffusione è legata principalmente a due fattori. Il primo, esogeno, riguarda la volontà delle università italiane di uniformarsi a quelle europee e di Stati uniti e Australia. Il secondo, endogeno, è connesso, invece, alla peculiare situazione di malcostume registrata recentemente nel nostro Paese. In effetti, è proprio a seguito degli scandali di parentopoli, delle tante denunce di stampa e delle inchieste aperte dalla magistratura che molti atenei hanno fatto ricorso ai codici etici per tentare di ridare credibilità al sistema universitario italiano.

I codici etici finora emanati sono generalmente brevi (in media 19 articoli) e si rivolgono a tutta la cd. “comunità universitaria o accademica”.

Quanto all’ambito oggettivo di applicazione, la tipologia delle regole di condotta elencate nei codici etici è estremamente ampia e variegata. Tuttavia, le regole più comuni sono quelle relative a: conflitto di interesse; uso delle risorse di ateneo; rifiuto della discriminazione; accettazione di doni e benefici; uso della reputazione e del nome dell’ateneo; abuso ruolo e/o posizione; proprietà intellettuale e plagio; nepotismo e favoritismo; rispetto della riservatezza; libertà accademica; abusi e molestie sessuali.

Anche per quanto riguarda, il contenuto delle singole regole, la situazione è eterogenea. Alcuni codici, infatti, si limitano ad enunciare le disposizioni di principio, altri, invece, cercano di fornire precise indicazioni del comportamento vietato, avvalendosi a volte anche di definizioni ed esempi.

Tutti i codici di ateneo disciplinano, poi, un organo ad hoc, variamente denominato, con funzioni di vigilanza, controllo ed osservanza del rispetto delle regole di condotta. Quanto alla provenienza dei membri che li compongono, i codici o non dicono nulla, rinviando a successivi regolamenti interni, o prevedono membri interni, rappresentativi delle singole categorie destinatarie delle regole di condotta, oppure richiedono una composizione mista di rappresentati sia interni che esterni all’ente di riferimento. Solamente nelle ipotesi di organi monocratici è previsto un soggetto esterno al corpo docente universitario e, pertanto, terzo ed imparziale.

Tali organismi possono attivarsi solo su iniziativa di parte (denunce e/o segnalazioni non anonime); raramente è prevista, infatti, la possibilità per tali controllori di avviare un accertamento d’ufficio.

Nel caso in cui non sia possibile concordare una soluzione amichevole della controversia, tali organi possono o limitarsi a proporre agli organi competenti l’avvio del procedimento disciplinare; o formulare una precisa proposta di sanzione da applicare al caso di specie, rimettendo però la decisione sempre agli organismi competenti; oppure sanzionare direttamente il soggetto ritenuto responsabile della violazione del codice con un richiamo (privato o pubblico a seconda della gravità della violazione) e rimettere la pratica al rettore competente per eventuali sanzioni disciplinari più gravi. In realtà, tale ultima ipotesi è la più rara, essendo prevista solo in un caso (Bari).

Al fine di garantire la trasparenza del procedimento, solitamente è previsto che tutti gli atti adottati da tali organismi di verifica debbano essere motivati, nonché l'onere di predisporre una relazione annuale, che dia conto del numero dei procedimenti avviati, degli esiti, delle eventuali modifiche ed integrazioni da apportare al codice, ect.

Nonostante quello dei codici etici sia un fenomeno destinato a crescere, allo stato attuale il loro grado di implementation e compliance da parte degli atenei è decisamente irrisorio. A tale situazione contribuisce anche quella che può essere definita la principale debolezza delle carte comportamentali, ovvero l’assenza di alcun valore giuridico delle regole di condotta in esse contenute. Alcuni codici non dicono nulla al riguardo; la maggior parte fa riferimento a un dovere/obbligo di tutti i componenti della comunità accademica di osservare e rispettare il codice, specificando sempre, tuttavia, che lo stesso non si sostituisce alle norme ed ai regolamenti vigenti; altri, invece, si appellano vagamente al senso di fedeltà all'istituzione universitaria dei singoli destinatari. Sono solamente due i casi (Foggia e Napoli L’Orientale), in cui è disciplinato espressamente il “diritto di non adesione al codice” da parte dei membri della comunità accademica.

L’Università degli Studi di Napoli L’Orientale prevede, inoltre, che “La dichiarazione di non adesione inciderà nelle valutazioni degli organi accademici, in particolare nell’attribuzione e nella gestione dei finanziamenti e nei rapporti con enti esterni”. Forse la previsione di un simile disincentivo potrebbe rappresentare il primo passo verso una maggiore considerazione giuridica dei codici etici da parte dell’intera comunità accademica.

 


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