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Gli Stadi in Italia: costruire o ripopolare?
di MARCO DI DOMIZIO - pubblicato il 26/05/2009 in MERCATO & REGOLELa recente eliminazione delle 3 squadre italiane dalla fase dei quarti di finale della Champions League ha riaperto dubbi e interrogativi sulla competitività del calcio italiano: su di esso si è ancora una volta materializzata la parola “crisi”. Sul fatto che ci possano essere alcuni problemi possiamo anche essere d’accordo, più difficile appare stabilire a cosa intendiamo riferirci quando usiamo questo termine. La scelta è alquanto varia: crisi economica, di competitività, politica, di identità, di appeal…insomma il ventaglio è alquanto ampio.
In realtà tale scelta implica la necessità di analizzare e “mettere a fuoco” specifici contesti al fine di modificare eventuali negatività, dunque intervenire in termini di policy o, come qualcuno preferirebbe, di governance. Le possibilità di intervento si complicano se proviamo a mettere tutte le precedenti voci in un unico contenitore e, dopo aver mescolato per bene, si cercasse di risolvere i problemi attraverso una goccia di pozione magica in grado di ribaltare le tendenze negative. Siamo stati eliminati dalla Champions League? La responsabilità è stata individuata nel fatto che le società inglesi sono proprietarie del proprio stadio e quindi sono più ricche! La soluzione è presto trovata: facciamo in modo che le nostre società diventino proprietarie del proprio impianto e la ricchezza che ne deriverebbe avrebbe l’effetto immediato di rendere i) le società più ricche, ii) gli stadi più confortevoli, iii) gli eventi più sicuri, iv) il prodotto più appetibile dal punto di vista commerciale. È fatta, non accadrà più che la “perfida Albione” elimini le nostre squadre dalla più importante competizione a livello continentale.
Proviamo intanto a contestualizzare i problemi. Intanto chiediamoci se esiste effettivamente un gap di performance tra le squadre italiane e quelle straniere, in particolare con quelle inglesi. Affidiamoci ai numeri: nella tabella 1 riportiamo il numero di squadre approdate ai quarti di finale della Champions League, distinte per nazione, a partire dalla prima edizione “allargata” del 1997/98.
In realtà tale scelta implica la necessità di analizzare e “mettere a fuoco” specifici contesti al fine di modificare eventuali negatività, dunque intervenire in termini di policy o, come qualcuno preferirebbe, di governance. Le possibilità di intervento si complicano se proviamo a mettere tutte le precedenti voci in un unico contenitore e, dopo aver mescolato per bene, si cercasse di risolvere i problemi attraverso una goccia di pozione magica in grado di ribaltare le tendenze negative. Siamo stati eliminati dalla Champions League? La responsabilità è stata individuata nel fatto che le società inglesi sono proprietarie del proprio stadio e quindi sono più ricche! La soluzione è presto trovata: facciamo in modo che le nostre società diventino proprietarie del proprio impianto e la ricchezza che ne deriverebbe avrebbe l’effetto immediato di rendere i) le società più ricche, ii) gli stadi più confortevoli, iii) gli eventi più sicuri, iv) il prodotto più appetibile dal punto di vista commerciale. È fatta, non accadrà più che la “perfida Albione” elimini le nostre squadre dalla più importante competizione a livello continentale.
Proviamo intanto a contestualizzare i problemi. Intanto chiediamoci se esiste effettivamente un gap di performance tra le squadre italiane e quelle straniere, in particolare con quelle inglesi. Affidiamoci ai numeri: nella tabella 1 riportiamo il numero di squadre approdate ai quarti di finale della Champions League, distinte per nazione, a partire dalla prima edizione “allargata” del 1997/98.
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Tabella 1: Numero delle squadre approdate ai quarti di finale della Champios League per nazione di appartenenza
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‘98
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‘99
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‘00
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‘01
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‘02
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‘03
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‘04
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‘05
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‘06
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‘07
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‘08
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‘09
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Ing (26)
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1
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1
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2
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3
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2
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1
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2
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2
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1
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3
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4
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4
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Spa (22)
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1
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1
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3
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3
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3
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3
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2
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2
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1
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1
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2
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Ita (17)
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1
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2
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1
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3
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1
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3
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3
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2
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1
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Ger (13)
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3
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2
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1
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1
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2
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1
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1
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1
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1
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Fra (5)
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1
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2
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1
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1
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Ola (3)
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1
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1
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1
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Por (3)
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1
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1
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1
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Altre (7)
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1
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2
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1
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1
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1
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1
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È indubbio che i club inglesi mostrino performance superiori rispetto a quelle dei club italiani (e non solo), ma tale gap si è determinato in particolare negli ultimi tre anni in cui ben 11 volte, sulle 12 potenziali, le squadre inglesi sono approdate ai quarti. È possibile che nel giro di tre anni si siano create le condizioni per un ampliamento così forte del livello di competitività? È possibile ricondurre tale gap alla possibilità di disporre di uno stadio di proprietà? Ma soprattutto il gap economico, se esiste, è riconducibile alla mancanza di uno stadio di proprietà?
La nostra risposta è no! Quello dello stadio di proprietà si sta trasformando in una sorta di mito sul quale sono stati e si stanno tuttora riversando fiumi di inchiostro tra inchieste giornalistiche, pamphlet, libri (di sociologi), tesi di laurea ed altro. Quello che più sorprende è che per alimentare il dibattito intorno a questo tema si citano realtà lontane anni luce da quella italiana. Si portano come casi di confronto quelli dell’Amsterdam Arena, dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera, dell’Emirates Stadium di Londra, ovvero di realtà metropolitane estreme per dimensioni economiche e di bacino di utenza. Tali modelli sono esportabili in Italia? Se sì, per quante squadre? Quale opportunità, non solo di redditività ma soprattutto di finanziamento dell’opera, avrebbe una società di medie dimensioni di Serie A per non parlare di quelle provinciali?[1]
Ancora una volta si confondono i problemi di poche realtà calcistiche con quelle dell’intero movimento. La vera sfida, politica ed economica, con la quale il mondo del calcio sarà costretto a confrontarsi nel prossimo futuro non può e non deve essere il recupero di competitività tecnica in ambito europeo di poche squadre metropolitane, quanto piuttosto ridare vigore all’intero movimento professionistico. In particolare stiamo osservando un fenomeno (di lungo periodo) di forte contrazione del numero di presenze negli stadi che solo nello scorso campionato ha invertito sostanzialmente il segno negativo, ma semplicemente perché la Serie A ha “riconquistato” tre squadre metropolitane (Juventus, Genoa e Napoli) perdendone tre (Messina, Chievo Verona ed Ascoli) che insieme assommano un bacino di utenza in termini di residenti pari a poco più della metà della sola città di Napoli (considerando per il Chievo i residenti di tutta la città di Verona). Proviamo a guardare i dati relativi alle presenze assolute e medie negli stadi nell’ultimo decennio . Se fino alla seconda metà degli anni ’90 la contrazione del numero di paganti per le singole partite era stata compensata da un aumento (sebbene meno che proporzionale) del numero degli abbonati, nell’ultimo decennio la tendenza negativa interessa entrambe le voci. Nella successiva tabella 2 sono riportate in dettaglio le diverse voci delle presenze in Serie A a partire dal campionato 1998/99.
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Tabella 2: Presenze degli spettatori in Serie A. Fonte: Lega Nazionale Professionisti (LNP)
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98/99
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99/00
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00/01
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01/02
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02/03
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|
Paganti
|
2.612.285
|
2.375.825
|
2.436.482
|
2.352.961
|
1.922.771
|
|
Abbonati
|
6.782.524
|
6.721.834
|
6.475.285
|
5.586.234
|
5.865.799
|
|
Spettatori
|
9.394.809
|
9.097.659
|
8.911.767
|
7.939.195
|
7.788.570
|
|
Med. Paganti
|
8.537
|
7.764
|
7.962
|
7.689
|
6.284
|
|
Med. Abbonati
|
22.165
|
21.967
|
21.161
|
18.256
|
19.169
|
|
Med. Spettatori
|
30.702
|
29.731
|
29.123
|
25.945
|
25.453
|
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03/04
|
04/05
|
05/06
|
06/07
|
07/08
|
|
Paganti
|
2.008.367
|
2.359.081
|
2.036.105
|
1.886.667
|
2.400.718
|
|
Abbonati
|
5.845.365
|
7.135.944
|
6.093.530
|
5.240.637
|
6.375.165
|
|
Spettatori
|
7.853.732
|
9.495.025
|
8.129.635
|
7.127.304
|
8.775.883
|
|
Med. Paganti
|
6.563
|
6.208
|
5.358
|
4.965
|
6.318
|
|
Med. Abbonati
|
19.103
|
18.779
|
16.036
|
13.791
|
16.777
|
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Med. Spettatori
|
25.666
|
24.987
|
21.394
|
18.756
|
23.094
|
I giudizi non cambiano se consideriamo la percentuale di occupazione degli stadi che dovrebbe essere la variabile oggettiva rispetto alla quale valutare le presenze degli spettatori, essendo i valori assoluti spesso fortemente condizionati dalla griglia delle squadre partecipanti al campionato. Nel grafico 1 abbiamo considerato le percentuali di occupazione degli stadi sia in Serie A che in serie B negli ultimi dieci anni.

La lettura dei dati conferma una tendenza complessiva negativa per la Serie A ed una sostanziale stabilità per la Serie B, schiacciata quest’ultima verso valori molto bassi, intorno al 30%. Il dato in controtendenza del precedente campionato di Serie A del 2007/08 non deve confondere. Come già specificato questo è imputabile al ritorno in Serie A di Juventus, Napoli e Genoa (in particolare di queste ultime due che hanno riconquistato la Serie A dopo diversi anni di campionati di Serie B e C1).

La lettura dei dati conferma una tendenza complessiva negativa per la Serie A ed una sostanziale stabilità per la Serie B, schiacciata quest’ultima verso valori molto bassi, intorno al 30%. Il dato in controtendenza del precedente campionato di Serie A del 2007/08 non deve confondere. Come già specificato questo è imputabile al ritorno in Serie A di Juventus, Napoli e Genoa (in particolare di queste ultime due che hanno riconquistato la Serie A dopo diversi anni di campionati di Serie B e C1).
Se consideriamo i dati della percentuale di occupazione disaggregati per singola squadra (per motivi di comodità sono riportati nella tabella 3 in appendice) è possibile individuare due fenomeni di fondo che caratterizzano da una lato le realtà metropolitane e dall’altro quelle provinciali. Per le prime una forte dipendenza delle percentuali di occupazione dai risultati sul campo; per le seconde una componente di trend decrescente associato a possibili attitudini di “assuefazione” dei tifosi alla categoria che il ristretto bacino di utenza non è in grado di compensare con “acquisti” di nuovi spettatori. Il trend va letto in chiave ancora più negativa se consideriamo che negli ultimi anni si è registrata una generale riduzione della capienza degli stadi, sia a seguito di ristrutturazioni o di nuove costruzioni di stadi, sia per motivi di sicurezza.[2] Lo “spopolamento” degli stadi italiani ha origini piuttosto lontane. Un nostro studio del 2007 lo colloca all’inizio degli anni ’80, ma l’accelerazione che ha subito negli ultimi tempi è davvero rilevante.[3] Non certo questa può essere attribuita alla scomodità degli stadi, se sono scomodi oggi, lo erano anche 10 anni fa, con l’unica differenza che fino a 10 anni fa probabilmente non c’erano alternative alla visione live dell’evento, al contrario di quanto accade oggi. Perché dunque costruire stadi nuovi se il mercato dal lato della domanda sembra orientato verso altre direzioni? Quali sono potenzialmente le squadre per le quali avrebbe un senso avviare tali progetti e quale sforzo finanziario e dunque anche tecnico sarebbero costrette a sopportare? Su quali basi analitiche si può affermare che in questo settore è l’offerta a fare la domanda?
Il nostro suggerimento è che la questione “presenze allo stadio” torni ad essere prioritaria rispetto ad altri problemi. Fino a qualche mese fa l’argomento principale all’ordine del giorno era quello legato ai diritti televisivi e alla modalità di ripartizione della torta dei circa 900 milioni di euro provenienti dalla loro vendita. La definizione delle nuove regole sancite nella Legge Melandri-Gentiloni se da un lato ha in parte chiuso alcune questioni giuridiche sulle quali rimandiamo ad altre letture (si veda ad esempio Jacopo Figus Diaz e Valerio Forti, La disciplina antitrust della nuova legislazione sui diritti di trasmissione: Quid novi sub sole?, in Rivista di Diritto e di Economia dello Sport, Vol. IV, n.2, 2008) dall’altro, a nostro parere, non hanno esaurito la portata dell’argomento. In un recente lavoro due economisti scozzesi, Allan Grant e Roy Graeme (Does Television Crowd Out Spectators?, in Journal of Sports Economics, vol. 9, n.6, december 2008) hanno provato a chiedersi e a testare la ipotesi se la trasmissione in diretta televisiva delle partite sia in grado di “spiazzare” in qualche modo le presenze allo stadio. La letteratura economica al riguardo ha sempre espresso una posizione secondo la quale la “televisione” ha un impatto negativo sulle presenze, ma tale impatto può essere più che compensato dalla sua capacità “promozionale” offerta agli eventi sportivi tale da allargare il potenziale mercato a nuovi fruitori dell’evento live. Grant e Graeme evidenziano come, seppure limitatamente alla realtà scozzese, nettamente sottodimensionata rispetto ai numeri del nostro campionato, l’impatto della trasmissione in diretta delle partite sulla vendita dei biglietti per il singolo evento non solo è negativo, ma anche piuttosto intenso approssimandosi a circa il 30%.
Negli ultimi anni la diretta televisiva in Italia si è sempre più caratterizzata per la sua attitudine di sostituibilità all’evento live. Questo per due ordini di motivi; da un lato economico se consideriamo il prezzo relativo dei biglietti (anche per settori popolari) rispetto al costo della diretta televisiva (che generalmente ha un pubblico che coinvolge più soggetti e senza considerare che per alcuni “pacchetti” offerti in abbonamento l’incidenza del costo per singolo evento è davvero irrisoria). Dall’altro per la copertura totale degli eventi, sia geografica, sia in termini di numero di eventi trasmessi, sia delle diverse piattaforme utilizzate (TV digitale, TV satellitare, telefonia mobile, internet). In Inghilterra, paese al quale si fa riferimento solitamente, la copertura non è totale. Ad esempio nel campionato 2006/07 della Premiere League il numero degli eventi trasmessi è stato di 138 partite su 380.
Una politica di riorganizzazione dell’evento calcistico intorno ai nuovi stadi non potrebbe prescindere dal far tornare tale struttura al centro delle politiche di intervento. Da circa 15 anni la logica sembra essere stata completamente opposta, tutto è sembrato teso alla nascita di un nuovo pubblico prettamente televisivo che si è sostituito ai tradizionali spettatori, tanto da rendere il prodotto calcistico live completamente svalutato. Oltre ai dati relativi alle presenze e alla percentuale di occupazione degli stadi, un altro dato dimostra tale processo, la continua riduzione dell’incasso medio per partita in serie A che, a partire dal campionato 1998/99 e, ad eccezione dei dati relativi all’ultimo campionato, presenta una tendenza alla riduzione che si accentua se consideriamo i dati a prezzi costanti (grafico 2).[4]
Questo risulta chiaro anche dai dati relativi al peso che i ricavi derivanti dalle gare hanno rispetto al volume d’affari registrato dalle società. In media, nel campionato 2007/08, i ricavi da gare hanno rappresentato circa il 13% delle entrate complessive delle squadre in Serie A contro percentuali triple delle società inglesi che in valore assoluto implicano una differenza pari a circa 700 milioni di euro![5]
Cosa è possibile fare per invertire la rotta? Gli ambiti di intervento che noi consideriamo sono due: le modalità di trasmissione delle partite e una nuova forma di calendarizzazione. Per quanto riguarda il primo occorre che la diretta televisiva torni ad essere fattore complementare all’evento live e non sostitutivo, uno strumento in grado di comporre gli eventuali eccessi di domanda da parte del pubblico. In alcune realtà professionistiche, come ad esempio nella National Football League, massima espressione dello sport professionistico americano e mondiale, la trasmissione in diretta sul territorio nazionale della partita è condizionata alla vendita di almeno il 75% dei biglietti. Perché non perseguire una strategia di questo tipo limitatamente agli ambiti regionali o provinciali? Non credo che possano esserci problemi “tecnici” nel definire forme di oscuramento per talune aree geografiche o per intere regioni qualora la percentuale di occupazione dello stadio per una partita disputata in un certo ambito territoriale non superasse una certa soglia minima, questo almeno per le piattaforme televisive. Ancora si potrebbe accrescere la quota parte della fetta dei diritti televisivi da ripartire in base al numero dei tifosi privilegiando non il numero in valore assoluto, ma la percentuale di occupazione dello stadio dei paganti per singola gara con l’attribuzione di incentivi o bonus per coperture oltre determinate soglie o la penalizzazione per soglie non superate. In questo modo ogni società assumerebbe a proprio carico la responsabilità di “riempire lo stadio” per poter avere accesso alla distribuzione della torta qualora una fetta consistente della stessa fosse legata anche al numero degli eventi trasmessi. In questo contesto dovrebbero emergere le attitudini manageriali dei soggetti coinvolti rispetto alle strategie ottimali in termini di capienza “dichiarata”, prezzi relativi abbonamenti-biglietti, attività promozionali e altro.
In secondo luogo occorre stabilire e fissare in modo chiaro le priorità dell’intero movimento calcistico che non può limitarsi alle realtà metropolitane. Se il calcio professionistico coinvolge le leghe di Serie A, B, Lega Pro di 1a e 2a divisione, nella definizione di tali strategie occorre tenere conto delle esigenze di tutte queste realtà. Quale capacità attrattiva possono esercitare le categorie inferiori se gli eventi si svolgono in contemporanea con le partite di Serie A? A nostro parere occorrerebbe evitare sovrapposizioni tra eventi e quindi stabilire un calendario per giornate e per orari in cui le diverse serie non entrino in competizione, in particolare la Serie A con le altre serie minori. Si potrebbero quindi spostare le partite della LegaPro al sabato, come avvenuto per la Serie B, lasciando alla Serie A tutto lo spazio domenicale. In questo modo le serie inferiori recupererebbero un potenziale bacino di utenza sottratto dalla trasmissione delle partite della Serie A, ma questo varrebbe anche al contrario; la stessa Serie A potrebbe acquisire pubblico, sia dal vivo che televisivo, da un bacino di utenza che, sulla base dei dati del precedente campionato, supera i 2,5 milioni di spettatori.
Appendice
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Tabella 3: percentuale di occupazione per squadra – Serie A 1998-2008
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98/99
|
99/00
|
00/01
|
01/02
|
02/03
|
03/04
|
04/05
|
05/06
|
06/07
|
07/08
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Ancona
|
|
|
|
|
|
0,552
|
|
|
|
|
|
Ascoli
|
|
|
|
|
|
|
|
0,488
|
0,338
|
|
|
Atalanta
|
|
|
0,700
|
0,615
|
0,593
|
|
0,552
|
|
0,502
|
0,501
|
|
Bari
|
0,365
|
0,352
|
0,238
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Bologna
|
0,762
|
0,752
|
0,651
|
0,586
|
0,622
|
0,585
|
0,482
|
|
|
|
|
Brescia
|
|
|
0,541
|
0,547
|
0,578
|
0,511
|
0,321
|
|
|
|
|
Cagliari
|
0,537
|
0,424
|
|
|
|
|
0,603
|
0,461
|
0,526
|
0,734
|
|
Catania
|
|
|
|
|
|
|
|
|
0,824
|
0,883
|
|
Chievo
|
|
|
|
0,380
|
0,439
|
0,383
|
0,313
|
0,217
|
0,182
|
|
|
Como
|
|
|
|
|
0,531
|
|
|
|
|
|
|
Empoli
|
0,603
|
|
|
|
0,447
|
0,371
|
|
0,327
|
0,301
|
0,428
|
|
Fiorentina
|
0,749
|
0,760
|
0,626
|
0,408
|
|
|
0,643
|
0,660
|
0,639
|
0,634
|
|
Genoa
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
0,676
|
|
Inter
|
0,801
|
0,778
|
0,649
|
0,730
|
0,740
|
0,693
|
0,681
|
0,617
|
0,582
|
0,619
|
|
Juventus
|
0,683
|
0,610
|
0,598
|
0,623
|
0,607
|
0,522
|
0,395
|
0,452
|
|
0,858
|
|
Lazio
|
0,643
|
0,628
|
0,574
|
0,515
|
0,542
|
0,638
|
0,475
|
0,346
|
0,319
|
0,288
|
|
Lecce
|
|
0,547
|
0,491
|
0,381
|
|
0,400
|
0,398
|
0,307
|
|
|
|
Livorno
|
|
|
|
|
|
|
0,841
|
0,656
|
0,423
|
0,493
|
|
Messina
|
|
|
|
|
|
|
0,704
|
0,566
|
0,335
|
|
|
Milan
|
0,677
|
0,683
|
0,612
|
0,686
|
0,736
|
0,758
|
0,765
|
0,709
|
0,574
|
0,673
|
|
Modena
|
|
|
|
|
0,829
|
0,745
|
|
|
|
|
|
Napoli
|
|
|
0,498
|
|
|
|
|
|
|
0,683
|
|
Palermo
|
|
|
|
|
|
|
0,908
|
0,749
|
0,637
|
0,634
|
|
Parma
|
0,791
|
0,677
|
0,629
|
0,573
|
0,541
|
0,506
|
0,446
|
0,444
|
0,501
|
0,500
|
|
Perugia
|
0,646
|
0,493
|
0,406
|
0,378
|
0,371
|
0,398
|
|
|
|
|
|
Piacenza
|
0,537
|
0,480
|
|
0,427
|
0,369
|
|
|
|
|
|
|
Reggina
|
|
0,858
|
0,860
|
|
0,875
|
0,738
|
0,594
|
0,487
|
0,369
|
0,490
|
|
Roma
|
0,632
|
0,679
|
0,743
|
0,716
|
0,678
|
0,615
|
0,556
|
0,451
|
0,478
|
0,477
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Salernitana
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0,852
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Sampdoria
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0,510
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0,654
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0,598
|
0,607
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0,511
|
0,587
|
|
Siena
|
|
|
|
|
|
0,829
|
0,564
|
0,502
|
0,431
|
0,580
|
|
Torino
|
|
0,317
|
|
0,274
|
0,226
|
|
|
|
0,806
|
0,728
|
|
Treviso
|
|
|
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|
|
|
|
0,527
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Udinese
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0,559
|
0,496
|
0,496
|
0,386
|
0,411
|
0,431
|
0,385
|
0,392
|
0,460
|
0,507
|
|
Venezia
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0,732
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0,707
|
|
0,620
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Verona
|
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0,398
|
0,420
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0,440
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Vicenza
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0,772
|
|
0,727
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[1] Intanto dobbiamo sottolineare come per queste realtà la dimensione calcistica dell’opera è solo una parte del progetto complessivo che si caratterizza innanzitutto per la sua natura commerciale e residenziale, tanto che è naturale avere qualche dubbio sul fatto che le spinte verso la costruzione di nuovi stadi non nascondano altri obiettivi di tipo speculativo (e non sarebbe la prima volta che il calcio venga usato alla stregua di un cavallo di Troia!). Ma avere uno stadio di proprietà, come dimostrano l’Ajax e il Bayern Monaco, non implica un recupero di competitività. Anzi, se consideriamo l’Arsenal che è il padrone di casa dell’Emirates sappiamo che la società ha congelato la propria attività di potenziamento tecnico per far fronte alla quota parte del finanziamento del progetto, ma nonostante questo ha raggiunto le semifinali della attuale Champions League!
[2] Prendendo a riferimento le squadre che partecipavano al campionato 1998/99 per diverse strutture la capienza è stata ridotta in misura sostanziale. Ad esempio il S.Elia di Cagliari ha visto ridotta la capienza del 49%, Il Friuli di Udine del 26%, l’Olimpico dell’8%, per non tacere il fatto che sia la Juventus che il Torino giocano attualmente allo Stadio Olimpico che ha una capienza pari a poco più di 1/3 dello Stadio Delle Alpi dove in precedenza le due squadre disputavano le proprie partite.
[3] M.Di Domizio, La Domanda di Calcio in Italia: Serie A 1962-2006, Rivista di Diritto e di Economia dello Sport, n.1/2007.
[4] I dati a prezzi costanti sono stati costruiti tenendo conto dell’indice dei prezzi al consumo per la voce “partite di calcio” fino al 2006. Per il dato 2007 è stata considerata la variazione dell’indice dei prezzi al consumo relativa alla voce “Ricreazione, spettacoli e cultura”. Dati disponibili sul sito www.istat.it.
[5] Fonte StageUp.





Commenti:
Premessa: sono contento che il problema degli stadi in Italia sia tra i primi 10 per importanza, significa che il resto va tutto benissimo! Ora proverò a rispondere all'analisi dell'autore sulla base della mia esperienza da tifoso ed appassionato di calcio.
Il calcio inglese non esiste, si deve parlare della multinazionale del calcio, o se preferite, del giochino di qualche paperone.
Gli inglesi sono stati bravi a creare un Brand, a pubblicizzare il loro calcio come quello "originale", come il più spettacolare del mondo.
In Italia in tanti ci sono cascati, spinti dal bombardamento mediatico operato da svariati giornalisti, opinionisti, veline e chi più ne ha più ne metta.
In questo siamo stati fantastici, ci siamo fatti convincere del fatto che il calcio inglese sia migliore del nostro e forse, ormai ne sono convinti in maniera irreversibile anche coloro che fanno calcio, dai presidenti (a quando risale l'ultimo colpo di mercato faraonico fatto in Italia?), ai giocatori italiani (molti giocano all'estero, cosa impensabile fino a pochi anni fa) e stranieri che non sognano più di giocare in serie A.
Evidentemente il Brand "Premier League" non ha colpito soltanto l'italiano medio...
Tante volte mi chiedo: esiste una squadra inglese che sia di proprietà di inglesi?
Tra i top team la risposta è NO!
Chelsea: proprietario: Abrahmovic (russia)
Mancester UTD proprietario Malcolm Glazer (usa)
Liverpool propietari George Gillett e Tom Hicks (usa)
Arsenal: maggiori azionisti: Danny Fiszman (sud africa), Stan Kroenke (usa), la Holding Red&White, finanziata da David Dein-led, Alisher Usmanov e Farhad Moshiri
Manchester City proprietario Sulaiman Al Fahim (arabo)
Da questi dati nasce la mai riflessione: si può parlare di calcio Inglese?
A me sembra che i più ricchi e potenti uomini del mondo abbiano deciso di sfidarsi indirettamente sui campi da calcio inglesi!
Il calcio inglese è la moda del momento, se domani mattina questi personaggi decidessero di mollare tutto perchè si sono stancati del calcio, o magari perchè hanno trovato un business più redditizio cosa rimarrà in mano agli inglesi? solo una montagna di debiti! (molte squadre inglesi rischiano il tracollo finanziario)
Il calcio era e deve continuare ad essere un'espressione della nostra società. Deve rappresentare i nostri pregi e i nostri difetti e perchè sia così, sono convinto dell'importanza del fatto che le squadre restino in mano agli imprenditori italiani!
C'è crisi? staremo altre 2 stagioni senza vincere la Champions League, perchè ci sono altre priorità nel paese.
Gli unici che ci perderanno qualcosa sono coloro che vogliono vendere il prodotto Champions League poichè, mi pare scontato, la presenza di una o più squadre italiane nelle fasi finali della competizione garantirebbe maggiore audience quindi maggiori introiti pubblicitari e maggiore soddisfazione degli stessi sponsor!
Da questa perdita economica nascono le trasmissioni sportive infarcite di retorica e di attacchi al calcio italiano soprattutto nella sua versione "live", perchè non bisogna esagerare, altrimenti ci stanchiamo pure di guardare le partite in tv.
Argomento proprietà degli stadi:
il calcio è un bene pubblico, non deve diventare un bene di lusso!
la squadra di calcio è un patrimonio dell'intera città e lo stadio deve essere pubblico, aperto alla cittadinanza, sia per le partite di calcio, sia per tutti gli altri eventi (concerti, altri sport ecc).
purtroppo si sta andando nella direzione opposta:
-ai presidenti interessa costruire il loro stadio, quasi presi da un delirio di onnipotenza, cosi' da poter sfruttare incentivi pubblici (vi prego di non darne!!!) e, da bravi imprenditori, ARRICCHIRSI... una volta completata la costruzione, nascerà un nuovo regolamento: lo stadio è MIO, entra chi decido IO, al prezzo che stabilisco IO.
E chi potrà fermare questo delirio???
-ai politici interessa scaricare sui presidenti l'onere della pubblica sicurezza, seguendo l'amato modello inglese degli stewards pagati dalle società di calcio.
quindi, visto che presidenti e politica hanno interessi comuni, prepariamoci alla creazione di tanti stadi privati.
mi chiedo: possibile che in 19 anni (dopo Italia '90) i nostri stadi siano già da buttare via?!? non credo!
"Si potrebbero quindi spostare le partite della LegaPro al sabato, come avvenuto per la Serie B, lasciando alla Serie A tutto lo spazio domenicale."
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Il calcio è la Domenica alle ore 15:00
dalla serie A, alle serie C2 (lega pro... bah)
Sky ha 4800000 (4 milioni e 800 mila!!!) abbonati, non vi bastano?
evidentemente no.
segnatevi bene queste parole:
la gran parte del pubblico che segue assiduamente le serie minori (dalla C all'eccellenza) non è per nulla interessato al prodotto "Serie A", ditelo a Murdock e agli amici del digitale terrestre!
"la trasmissione in diretta sul territorio nazionale della partita è condizionata alla vendita di almeno il 75% dei biglietti. Perché non perseguire una strategia di questo tipo limitatamente agli ambiti regionali o provinciali?"
interessante spunto di riflessione!
sarebbe il primo tentativo SERIO di portare gente allo stadio.
il problema sta comunque nella eccessiva differenza di costo.
2 persone per una partita di serie A in posti "popolari" spendono 25 euro a testa
guardarsi la partita da casa costa non più di 5 euro!
chi è disposto a pagare un prezzo 10 volte superiore? poche persone evidentemente!
una volta il prezzo della partita in tv era di 35'000 lire ora si è scesi troppo!
Un consiglio che voglio dare a chi legifera sulla nostra passione è di andare ogni tanto allo stadio; magari non soltanto in trbiuna monte mario all'olimpico per la finale di coppa, e di ascoltare le opinioni di chi frequenta assiduamente stadi e partite di calcio. Dei discorsi da bar siamo stanchi!
Grazie per lo spazio concessomi, spero ne nasca una discussione costruttiva.
Luca
Caro Luca, intanto grazie per l’intervento e la forma cordiale e civile dello stesso.Vedo che siamo d’accordo su diversi aspetti e credo che questo dipenda dalla comune passione per questo sport. Non mi dilungo su questi per motivi di spazio anche se ci tengo a sottolineare che, come puoi notare, nel mio articolo non parlo di “modello inglese”. L’unico riferimento velato al termine modelli riguarda solo la costruzione degli stadi. Non trovi il termine “modello inglese” semplicemente perché non credo che esista. La teoria economica ci insegna che esistono due modelli di sport (e quindi anche di calcio), quello europeo e quello americano. In Inghilterra esiste solo una struttura delle preferenze della Lega “business oriented”. Ma questo c’è anche in Italia, solo che facciamo fatica a riscontrarlo perché nella maggior parte dei casi il “business” è associato alle esternalità che il calcio è in grado di creare, esternalità di tipo relazionale, di visibilità, politiche, etc.
Tu affermi (mi permetto il tu): Il calcio è un'espressione della nostra società. Il calcio è un bene pubblico!
Siamo d’accordo sulla importanza sociale del calcio (se ti capita leggiti l’interessante articolo di Raul Caruso sulla natura relazionale del calcio su rdes.it) ma da qui a definirlo “bene pubblico” c’è molta differenza. Se portiamo questo concetto all’estremo avremmo circa 8.000 squadre di calcio, una per ogni Comune, finanziata dalle tasse dei cittadini! Il calcio non è parte dei diritti inalienabili dell’uomo. L’opportunità di fare attività fisica lo è, ma non il calcio in quanto sport. Se vuoi vedere una partita di calcio “live” è giusto pagare. Se il prezzo del biglietto lo ritieni troppo alto è giusto che tu manifesti il tuo disappunto non comprandolo. È la sola forma democratica esercitatile.
Sul fatto che il calcio è la domenica alle 15.00 potrei provocarti dicendoti che in realtà è la domenica d’inverno alle 14.30…sai quanta acqua ho preso? La mia proposta era legata ad una idea di riprogettazione del calcio professionistico che però qui sarebbe troppo lungo spiegare (magari tra qualche tempo potrai trovarne traccia su crusoe.it). Però ci tengo a sottolineare che se fossi un dirigente di una federazione o di una lega sportiva la prima cosa che mi preoccuperebbe sarebbe quella di vedere lo stadio pieno e sarebbe il parametro con il quale misurare la popolarità, piuttosto che l’audience televisiva. E non credo che tale obiettivo sia incompatibile con la massimizzazione del valore commerciale della Lega. In questo forse sono “antico”, ma è così. Questo vorrebbe dire avere dirigenti che hanno la possibilità di programmare in un arco temporale di almeno un decennio e soprattutto forti rispetto ai capricci dei singoli proprietari. In questa ottica occorre prendere in considerazione tutte le proposte come quella della possibilità di schermare le dirette nel caso in cui non si vendessero i biglietti o legare una quota dei diritti televisivi non al numero dei tifosi (rilevati da indagini demoscopiche) ma alla percentuale di occupazione dello stadio.
Se ami questi argomenti vieni a seguire il mio corso di Economia dello Sport all’Università di Teramo, non devi necessariamente iscriverti, questo si che è un bene (spero) pubblico! Potresti confrontarti con altri ragazzi altrettanto appassionati che provano a studiare queste dinamiche sotto diversi punti di vista.