Eurobond: dietro l’euro c’è un corpo sano, non graviamolo di altro debito ma diamogli una testa

di MARCO DE ANDREIS, MAURO MARÈ - pubblicato il 02/02/2011 in MERCATO & REGOLE
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 C’è grande fermento intorno all’idea di Eurobond. Fermento che ha dato luogo anche a trovate geniali come My name is Bond, Euro Bond, titolo di un post del 16 dicembre di Paolo Manasse su Vox.eu, poi copiato dalla rubrica Charlemagne dell’Economist il 20 gennaio.

Passando alla sostanza del problema, possono gli Eurobond risolvere la crisi del debito sovrano europeo? Secondo noi possono sicuramente dare un contributo concreto e alleviare il problema, nell’ipotesi di debito sostitutivo, mentre in quella di debito aggiuntivo la possono peggiorare.

Molte delle proposte circolate recentemente del primo tipo – la più autorevole è certamente quella di Juncker e Tremonti qui nella traduzione italiana apparsa sul Sole 24 Ore – mirano a sostituire nel tempo quote del debito pubblico dei singoli paesi dell’Eurozona con un debito europeo, emesso nell’ esempio Juncker-Tremonti da una Agenzia Europea del Debito (AED).

Questo debito costerebbe all’emittente meno di quanto costa a molti Stati membri dell’Unione monetaria, in particolare a quelli più a rischio e qui c’è l’enorme vantaggio della proposta. Inoltre, titoli emessi dall’AED potrebbero essere scambiati a premio con titoli nazionali già in circolazione. I risparmi conseguenti potrebbero essere girati in tutto o in parte ai paesi più a rischio agevolandone il risanamento fiscale. Meno interessi sul debito per molti, dunque, una cosa molto positiva.

Si creerebbe anche un “mercato liquido globale” per i titoli europei e si favorirebbe l’integrazione dei mercati finanziari europei. Tutte cose quindi importanti e utili.

Non si può dimenticare, però, che ad alcuni paesi il debito dell’AED costerebbe più di quanto costa il proprio. I primi (5 miliardi di) Eurobond emessi dalla European Financial Stability Facility martedì scorso, 25 gennaio, rendono mezzo punto percentuale in più dei corrispondenti titoli tedeschi. Kein Wunder che la cancelliera Angela Merkel abbia subito mostrato scetticiscmo verso questa proposta.

Inoltre, una cosa è il servizio del debito, altra è lo stock. Per carità, evitare nell’immediato che la dinamica fuori controllo degli interessi spinga alcuni paesi al fallimento è importante. Ma non è risolutivo. Lo è solo ridurre lo stock di debito. Quando si fa, come si fa? Restano, insomma, le domande di sempre a cui la politica, che deve fare i conti con il consenso, trova difficile rispondere.

L’altra versione di Eurobond, invece, è una versione non già sostitutiva del debito esistente degli Stati membri, bensì aggiuntiva. L’idea origina con Jacques Delors nel 1993: debito garantito dal bilancio comunitario per la creazione di reti infrastrutturali europee. L’idea è stata ripresa da molti altri, anche in tempi recentissimi. Ma deve essere chiaro a tutti che se attuata oggi significherebbe la creazione di altro debito pubblico, da parte dell’Unione, in aggiunta a quello degli Stati membri.

Dunque, se con gli Eurobond sostitutivi la crisi del debito sovrano europeo si alleggerirebbe, con quelli aggiuntivi potrebbe invece aggravarsi, anche se andrebbe considerato l’effetto potenziale sulla crescita economica che deriverebbe dalla costruzione delle reti europee – e quindi in definitiva anche la stabilizzazione del rapporto debito/Pil che ne potrebbe derivare nel medio-lungo periodo.

Vorremmo essere chiari: la crisi del debito sovrano è ovunque nel mondo ricco. Conosciamo la situazione europea. Ma qualcuno presta attenzione al fatto che negli Stati Uniti, mentre il debito federale si avvicina a grandi passi al 100% del PIL, si sta discutendo l’opportunità di come e se lasciar fallire alcuni Stati gravemente indebitati, come la California e l’Illinois?

Il 27 gennaio, Standard & Poor ha abbassato il rating del debito pubblico giapponese da AA a AA-. Debito che viaggia verso il 210% del PIL in un contesto di finanza pubblica in cui non si prevede un avanzo primario prima del 2020.

In Europa il Trattato proibisce – per ora, salvo modifiche naturalmente – l’indebitamento del nostro equivalente di governo federale, cioè le istituzioni europee. Aggirare questo divieto per alleviare l’emergenza è forse accettabile. Rimuoverlo, aggravando lo stato complessivo della finanza pubblica, sia pure nel nobile intento di aumentare gli investimenti in infrastrutture, è secondo noi inaccettabile.

Infine, se le varie idee di Eurobond sostitutivi e aggiuntivi vedessero la luce, l’Unione Europea diventerebbe, dal punto di vista fiscale, davvero una costruzione strana ed asimmetrica. Avrebbe una moneta unica con una banca centrale, ma non avrebbe un Tesoro, né una vera imposizione fiscale, né un bilancio degno di questo nome - adesso è l’1% del PIL europeo sprecato in sussidi a pioggia e sconnesso da vere funzioni di governo. Ma in compenso l’Unione deterrebbe un debito pari a più della metà del PIL dell’eurozona!

La fantasia di molti europei, a quanto pare, è pronta a concepire qualunque soluzione pur di mancare l’obiettivo dei nostri padri fondatori: una federazione europea, magari leggera ma dotata di un Tesoro e di un bilancio significativo (vicino al 5%), finanziato con vere risorse proprie, per svolgere vere funzioni di governo.

Dietro l’euro c’è un corpo nel suo insieme sano, forte e in sostanziale equilibrio col resto del mondo. Evitiamo di aggravarlo con altro debito e diamogli una testa. Basterebbe questo.

 

 

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