Ma il premio Nobel James Tobin avrebbe approvato la “Tobin Tax”?

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La Tobin Tax è sbarcata dunque in Italia. Se ne parlava da parecchio, finalmente qualcosa si è mosso, e così nei giorni scorsi abbiamo assistito alle prove tecniche dell’Esecutivo per introdurla anche da noi.
Prima di chiederci se un tale provvedimento è utile o no, forse è meglio appurare intanto se il suo ideatore, James Tobin, un premio Nobel per l’economia, l’avrebbe oggi approvata.
 
 
Facciamo dunque un po’ di storia di questa famosa tassa. La sua nascita va fatta risalire ai primi anni ’70 del secolo scorso quando il dollaro soffriva per l’attacco del Marco. Tobin pensò che per salvare i cambi fissi c’era una sola strada, mettere una piccolissima tassa sulle transazioni delle divise al fine di limitare la volatilità dei tassi di cambio. Questa era l’unica ragione per cui essa avrebbe dovuto nascere, quindi nessun riferimento ad altri tipi di mercati, men che meno a quello delle azioni.
 
Poi sappiamo come è andata, nell’agosto del ’71 Richard Nixon fa sapere che il dollaro non sarebbe stato più convertibile in oro, e tutto cambia: le monete oscillano, rivalutano sia il marco che lo yen. Limitarne la volatilità con una tassa, una Tobin tax, era un’idea primitiva e ingenua.Lo stesso Tobin non vi ha insistito più di tanto. I mercati, se se ne ha un minimo di cognizione, hanno bisogno di liquidità e una tassa, agendo sullo spread D/L, ne aumenta la volatilità, non viceversa, questa è la pura e semplice verità.
 
A far propria l’idea della tassa è stata successivamente l’organizzazione francese Attac, sorta nel 1997 proprio con l’obiettivo di realizzarla per dar vita ad un’altro mondo possibile, alternativo alla globalizzazione, e in particolare alternativo al Fondo monetario internazionale (FMI), alla Banca Mondiale e all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Come? appunto con una tassa sui movimenti sull’insieme delle transazioni finanziarie. Sembra incredibile, ma e’ così. Ovviamente quei soldi sarebbero dovuti andare alle associazioni umanitarie.
 
James Tobin nel frattempo aveva preso le distanze dall’uso che era stato fatto della sua proposta. Nel 2001 dichiarò: «Apprezzo l’interesse che ha suscitato la mia idea, ma molti di questi riconoscimenti non sono venuti dalla parte giusta. Io sono un economista e, come la maggior parte degli economisti, sostengo il libero scambio. Inoltre, sostengo il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), proprio tutto ciò che questi movimenti stanno attaccando. Si usurpa il mio nome… La tassa sulle transazioni in valuta estera venne concepita per ammortizzare le fluttuazioni dei tassi di cambio. L’idea è molto semplice: ad ogni scambio di valuta in un’altra, una piccola tassa verrebbe applicata – diciamo lo 0,5% del volume della transazione. Questo dissuade gli speculatori poiché tanti investitori investono i loro soldi su una base a brevissimo termine. Se questi soldi vengono improvvisamente ritirati, le nazioni devono aumentare drasticamente i tassi di interesse per far sì che le loro valute restino attraenti. Ma alti tassi d’interesse sono spesso disastrosi per una economia nazionale, come hanno dimostrato le crisi degli anni novanta in Messico, sud-est asiatico e Russia. La mia tassa restituirebbe qualche margine di manovra alle banche emittenti delle piccole nazioni e sarebbe una misura di opposizione ai dettami dei mercati finanziari».
 
Dunque, la difesa delle piccole nazioni. Ergo non c’e’ ragione – a voler essere conseguenti – per applicarla al cambio Euro/Dollaro, per dire, o Sterlina/Dollaro, o Dollaro/Franco Svizzero o Dollaro/Yen, che sono poi i quattro cross su cui avviene il grosso degli scambi.
 
Tuttavia, giova ripeterlo, è proprio la mancanza di liquidità a generare una maggiore volatilità, e quindi una tassa sarebbe deleteria proprio per i piccoli paesi. Ma questo Tobin, nonostante il suo accenno ai tassi, sembra proprio non averlo capito.
 
A rilanciare l’idea della Tobin Tax (nella forma estesa) sono stati in Italia un gruppo di economisti cattolici, tra cui Zamagni e Luigino Bruni. Con questo ultimo ho avuto un vivace scambio di opinioni proprio su questo argomento. A livello internazionale a farla propria è stato Nicolas Sarkozy (mentre Dominique Strauss-Kahn è colui che con piu’ forza in Francia l’aveva giudicata inadatta). Poi è stata ripresa anche in Germania dalla Merkel.
 
Tornando alle cose di casa nostra, il governo italiano ha effettuato uno studio da cui emerge che dall’applicazione della tassa si avrebbe «un coefficiente di riduzione del 30% per ciò che riguarda le compravendite azionarie e, in misura più marcata, dell’80% per i prodotti derivati».
 
Sarebbe una debacle per il mercato azionario nostrano, totalmente in controtendenza oltretutto rispetto agli Stati Uniti e alla Germania, i cu indici di borsa sono vicini ai massimi storici (Italia invece -75% circa dai massimi).
 
Una simile tassa avrebbe un unico risultato: distruggere ulteriormente il valore delle nostre aziende quotate, a quel punto facilmente scalabili – e già adesso è largamente così – dalle economie che riescono a reggere meglio l’impatto della crisi. Hollande vuole applicare la tassa già a partire dall’inizio 2013. Inutile ricordare che i francesi sono tra i maggiori scalatori delle aziende del nostro paese (a cominciare da Parmalat, il cui famoso tesoretto – tra l’altro – è migrato in Francia con uno scambio azioni/denaro).
 
Purtroppo sulla Tobin Tax leggo dichiarazioni che mi lasciano sempre più perplesso, come quella di Bersani: «Sì alla Tobin tax. Siamo in ritardo» o del ministro Grilli per il quale, si legge, «non scoraggerà gli investitori esteri». E per essere in linea con la Francia ha precisato: «Se il Parlamento lo approverà dal 1 gennaio 2013 entrerà in vigore anche in Italia… Nella nostra versione non si applicherà ai titoli di Stato».
 
Ma la situazione più curiosa è certamente quella del premier Mario Monti, allievo di Tobin: applicare una tassa che porta il nome del maestro, ma che quest’ultimo avrebbe rifiutato come non propria. Tobin scomparso undici anni fa, non potrà dire nulla, ma le sue dichiarazioni sono lì, inequivocabili.

 

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