L’unione politica, ultimo tabù dell’Europa

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Al New York Times, che l’altro giorno gli chiedeva un parere sulle misure annunciate dalla BCE in difesa dei titoli italiani e spagnoli, Gilles Moëc, un economista della Deutsche Bank, rispondeva che, anche se sulla loro immediata efficacia pesano molte incertezze, esse sono un altro sviluppo positivo per la coesione europea.
“Malgrado tutti i loro ritardi e le loro procedure contorte – spiegava Moëc – i partner europei, sin dall’inizio della crisi, si sono sempre mossi, alla fine, nella stessa direzione di creare una sempre più stretta solidarietà finanziaria tra stati membri, rompendo un tabù dopo l’altro nel farlo”.
I mitici mercati premiano dunque una maggiore integrazione dell’Europa non solo nei fatti, ma anche a parole – quando qualcuno, almeno, si prende la pena di dare loro un nome e un volto e rivolgergli domande.
Dunque, vari tabù sono stati rotti – il no-bail-out degli Stati membri, il ruolo della BCE, l’emissione di eurobond per rimpiazzare titoli nazionali. Ma sempre sotto la pressione degli eventi. La direzione, inoltre, è certo chiara: “una sempre più stretta solidarietà finanziaria tra stati membri”. Ma manca la meta, l’obiettivo finale.
E questa meta è davvero l’ultimo tabù, così forte che i più hanno persino paura a pronunciarne il nome. Si chiama unione politica. Si chiama federazione europea.
Quando ad esempio si dice che bisognerebbe affiancare alla BCE un ministero delle Finanze – e lo hanno detto recentemente in tanti, da Jean Claude Trichet a Jacques Attali, dall’Economist al Fondo Monetario Internazionale – si sta in realtà dicendo che l’unione monetaria va completata con un’unione politica. Perché un ministero delle Finanze presuppone tasse, che a loro volta servono a pagare funzioni di governo. Se gli Stati membri non trasferiscono all’Unione alcune funzioni di governo non si danno né Tesoro né Finanze europei.
A meno che non ci si voglia limitare a raccogliere soldi per re-distribuirli. Che è ciò che l’Unione fa già oggi col proprio bilancio: solo sussidi, trasferimenti. Ma, e giustamente crediamo, i tedeschi non vogliono una transfer union, un’unione la cui principale e quasi unica ragion d’essere siano i trasferimenti – e stavolta su scala molto, molto maggiore di quel magro 1% del PIL dell’UE che è oggi il bilancio europeo.
Se non si comincia ad affrontare da subito quel nodo che l’Europa si rifiuta di sciogliere dai primi anni ’50 – l’unione politica – a furia di agire sempre e solo sotto la pressione degli eventi, si rischia di trasformare l’Europa in un mostro istituzionale: un’entità politica mal definita, priva di una precisa identità, senza funzioni di governo vere, con un bilancio risibile ma dotata di moneta propria e magari gravata da un enorme debito pubblico pari al 60% del PIL (nell’ipotesi che alla fine passi, come ci auguriamo, la proposta Juncker-Tremonti di qualche mese fa).
Le principali e ricorrenti obiezioni rivolte all’idea di unire politicamente l’Europa sono due. La prima è il timore di creare un cosiddetto superstato europeo che soffochi gli stati nazionali. La seconda è la riluttanza, che hanno tutti gli Stati membri, chi più chi meno, a perdere sovranità proprie a favore di un centro federale.
Quanto alla prima obiezione, c’è da dire che la Federazione che sarebbe realisticamente giusto fare oggi, lungi dall’essere un superstato sarebbe al contrario una “Federazione leggera” che assorbe e spende attorno al 5% del PIL europeo – la spesa pubblica degli stati nazionali europei maggiori si aggira attorno alla metà dei rispettivi PIL.
Un bilancio di 600-700 miliardi di euro consentirebbe all’Unione di svolgere – anche e all’occorrenza – funzioni di stabilizzazione macro-economica e redistribuzione via ordinaria manovra fiscale, tassando di più gli stati in espansione e meno quelli in recessione. Senza creare meccanismi ad hoc o, peggio, dar luogo a tutta la pubblicità che circonda vertice dopo vertice chiamato a decidere il prossimo pacchetto di aiuti ai paesi in difficoltà.
Le funzioni di governo che sarebbe logico spostare a livello europeo sono, a nostro avviso, la difesa, la diplomazia (compresi gli aiuti allo sviluppo e quelli umanitari), il controllo delle frontiere e dell’immigrazione, la creazione delle grandi reti infrastrutturali europee e alcuni programmi di ricerca scientifica di grande respiro – nonché quello che il bilancio dell’Unione già fa, ovvero gli aiuti alle regioni più povere e in ritardo di sviluppo.
Quanto alla perdita di sovranità questa c’è già e così evidente che è inutile avere remore o rimpianti. Mario Monti ha adombrato il concetto di commissariamento del governo italiano da parte di “un governo tecnico sopranazionale … con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York” a proposito della decisione, venerdì scorso, di anticipare il pareggio di bilancio.
Ma per lo stesso commissariamento sono già passati greci, portoghesi, irlandesi e spagnoli. E attenzione: anche la sovranità tedesca è di fatto limitata dalle responsabilità che la Germania ha verso il resto dell’eurozona.
Invece di piangere per la sovranità nazionale persa, a noi viene da dire “meno male” – meno male che c’è qualcuno da qualche parte disposto a correggere le nostre cantonate e i nostri endemici ritardi. Meno male che, grazie anche alla saggezza di un Altiero Spinelli e di altri padri fondatori dell’Europa, non siamo soli al mondo come lo è, ad esempio, l’Argentina.
Invece di avere “un governo tecnico con sedi sparse”, tanto vale allora avere un governo politico a livello federale a Bruxelles, con un mandato e dei poteri definiti e circoscritti per legge. Un governo cui tutti hanno ceduto un pezzo della propria sovranità su un piede di parità che può tassare e spendere cifre non enormi – una “Federazione leggera” – ma significative.
Sono ormai sessant’anni che l’Europa elude la soluzione del suo problema politico. A noi sembra arrivato il momento di rompere quest’ultimo tabù.

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