Londra abbaia contro il Patto per l’euro

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 Oltre a causare un’onda anomala fisica, il terremoto che ha colpito il Giappone venerdì scorso, 11 marzo, ne ha causata una mediatica che ha sommerso quasi ogni altra notizia. Così abbiamo smesso di prestare attenzione alla rivolta in Libia e, altro esempio, nessuno ha fatto granché caso al vertice – lo stesso giorno dello tsunami – dell’eurozona.
In quel vertice è stato adottato il Patto per l’euro – patto che verrà sottoposto all’intero Consiglio europeo del 24/25 marzo per i paesi dell’UE fuori dell’unione monetaria che volessero farlo proprio.
Il fondo europeo di stabilità finanziaria è stato trasformato in un meccanismo europeo di stabilità e la relativa dotazione portata da 440 a 500 miliardi di euro, mentre il patto vero e proprio ruota attorno a quattro obiettivi: migliorare la competitività, aumentare l’occupazione, contribuire ulteriormente alla sostenibilità delle finanze pubbliche, rafforzare la stabilità finanziaria. Si era tanto temuto un diktat tedesco sull’innalzamento dell’età pensionabile e i limiti costituzionali ai deficit di bilancio pubblico, ma dal vertice sono uscite semplici esortazioni.
Tipo: “allineare il sistema pensionistico alla situazione demografica nazionale, ad esempio allineando l’età pensionabile effettiva all’aspettativa di vita…limitare i regimi di pensionamento anticipato”. Quanto ai limiti al deficit, si è deciso che “gli Stati membri manterranno la facoltà di scegliere lo specifico strumento giuridico nazionale cui ricorrere”.
Sulla tassazione delle imprese si auspica di arrivare ad armonizzare la base imponibile – ma attraverso una proposta di direttiva e cioè uno strumento a 27, non limitato ai membri dell’eurozona.
L’Economist in edicola lo stesso giorno del vertice aveva lanciato un fuoco di sbarramento dai toni davvero isterici. Toni che mettono a nudo il terrore britannico di rimanere fuori dal club che conta, di fare insomma la fine della Norvegia, che le regole sul mercato interno le applica senza contribuire a redigerle.
Il giornale si era ad esempio scatenato, prima ancora di conoscere il risultato, sull’armonizzazione della corporate tax base, “sicuramente un semplice passo verso l’armonizzazione delle aliquote”. Le due cose sono molto diverse, ma la tattica britannica è sempre la stessa: l’integrazione europea va ammazzata sul nascere dovunque rischi di germogliare. E poi giù, a lamentare la deriva dirigista che l’Europa è destinata a prendere se viene guidata dall’eurozona, senza i veri campioni del mercato come la Gran Bretagna stessa e la Polonia.
La Polonia intende adottare l’euro e prima o poi avrà il suo posto al tavolo. Ma se Londra è così preoccupata dalla derive dirigiste dell’euro perché non rinuncia all’opt out e non ci salta sopra, come ha fatto con la Comunità negli anni settanta? No, stavolta i britannici non solo vogliono rimanere fuori, ma pretendono anche di distruggere – da fuori – ogni tentativo di approfondimento dell’integrazione politica dell’eurozona attraverso nuovi meccanismi di governance economica.
Sono tanto allarmati all’Economist che vedono nel modestissimo risultato del vertice di venerdì scorso i germi addirittura di un “distacco dell’eurozona dal resto dell’UE”, aggiungendo: “La sorpresa è semmai che questa separazione abbia preso così tanto tempo. La crisi finanziaria più profonda del secolo ha esposto la fragilità di un’unione monetaria senza un’unione economica e fiscale. Persino ora, l’eurozona nel suo insieme ha livelli di deficit e di debito inferiori a quelli dell’America”.
Alleluja! Se ne sono accorti anche all’Economist che la sola cosa sensata che ci resta da fare è l’Unione politica. E gli rode. Mamma quanto gli rode. Lasciamo abbaiare il bulldog britannico. È troppo divertente.

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