London Summit 2009: i primi elementi di una nuova architettura mondiale?

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Molti si aspettavano un fallimento: e così forse non è stato, ma non è stato neanche un grande successo. Si è riusciti ad evitare che le questioni principali venissero aggirate o del tutto ignorate, ma c’è molto, molto ancora da fare: come sintesi si può affermare “some useful progress, but still a way to go” (FT). 

 
Innanzitutto, la questione centrale dei toxic assets non è stata affrontata ed essa compare solo nel punto 8 dello statement, ben nascosta tra le righe, dove si dice solo che si deve “to address decisively the problem of impaired assets”. Decisamente un po’ pochino!

 
La questione cruciale per far ripartire il sistema finanziario e  bancario, quella di separare tra bad e good assets – qui e a questo livello generale è poco importante discutere i dettagli tecnici della soluzione, se debba essere cioè una bad bank, una good bank, una nazionalizzazione temporanea o altro ancora – non ha trovato quindi soluzione proprio perché soprattutto da parte americana non si è pronti a far pagare il costo ai veri responsabili della crisi e ci si rende conto che sarebbe non efficiente, costosissimo e soprattutto oltraggioso scaricarlo solo sui contribuenti americani – e quindi anche su quelli non americani.   

 
Il Summit aveva suscitato aspettative e speranze differenziate, ottimismo in alcune capitali ma anche molto scetticismo nella stampa specializzata, sulle reali possibilità di un summit, anche se importante come il G20 di Londra, di far ripartire l’economia mondiale e risolvere le questioni finanziarie principali.

 
Aspettative molto modeste dal G20 di Londra avevano, con buone argomentazioni, sia Martin Wolf su FT (“Why G20 leaders will fail to deal with the big challenge”) che Willem Buiter (con “The G20: expect nothing, hope for the best and prepare for the worst”) che afferma malignamente che la data ottimale del summit sarebbe dovuta essere il 1 aprile, per meglio confezionare il pesce….

 
La lettura del G20 Leaders’ Statement chiarisce bene cosa si sia riuscito a fare, quali i piccoli ma indubbi progressi, quali infine le molte questioni aperte:

la lotta ai paradisi fiscali è un punto importante ma si deve essere onesti e realisti. La si poteva fare molto prima e anche con maggiore semplicità e determinazione. Basta che i governi siano davvero intenzionati a farla, come l’esempio italiano con San Marino ha in parte dimostrato…;

i nuovi incarichi assegnati al Financial Stability Forum, ora trasformato in Board) sembrano importanti e congruenti – fornire un early warning  dei rischi macroeconomici e finanziari, ecc. – ma ancora tutti da valutare nelle loro potenzialità;

le somme stanziate sono importanti, oltre 1.100 miliardi di $ – anche se circa la metà non immediatamente disponibili – si supera il fantastico trilione di disneyana memoria (almeno per la mia generazione). Ne deriverà un’inevitabile stimolo e spinta all’economia mondiale;

il rafforzamento dell’IMF, sia appunto con l’affidamento di una nuova disponibilità finanziaria di 750 miliardi di $, e nuovi diritti speciali di prelievo (SDR) per 250 miliardi, sembra uno dei punti più importanti: si assegna all’IMF un nuovo ruolo, lo si potenzia e siamo convinti che questa decisone sia davvero rilevante nella costruzione della nuova architettura internazionale – anche se sarebbe ora di affrontare la questione per noi europei di quale sarà il ruolo dell’Europa in un nuovo IMF riformato, soprattutto quando già si vedono i paesi emergenti affacciarsi alla porta  con l’intenzione di prendere un posto importante al tavolo della discussione…;

la decisione di vigilare e supervisionare tutti gli intermediari finanziari compresi gli hedge funds.

  
Restano però molti dubbi, sugli strumenti che si vogliono usare, sui tempi delle diverse azioni e interventi,  sull’efficacia delle politiche fiscali di stimolo, soprattutto sulla loro composizione più efficace; sulle agenzie di rating. Infine, come appena detto, sulle reali soluzioni che si vorranno trovare al problema dei derivati e degli assets tossici; ma soprattutto sulle reali intenzioni di “to fight all forms of protectionism and mantain open trade and investment” (dichiarazione summit di Horsham dei Ministri delle Finanze e dei governatori banche centrali, 13-14 marzo 2009).

 
Infatti al di là delle dichiarazioni di principio, il Rapporto della World Bank pubblicato il 2 marzo 2009 evidenzia che 17 dei 20 paesi hanno intrapreso negli ultimi mesi diverse pratiche restrittive per il commercio – i 7 e gli altri più importanti paesi del G20. E se si analizzano seriamente le pratiche restrittive, dal piano francese per difendere l’occupazione interna, fino all’American Recovery Act del 2009 – con la previsione che i beni siano prodotti negli USA – c’è poco da stare allegri o molto per essere pessimisti.

 
Ma c’è anche sullo sfondo la questione che i tanto decantati piani di stimolo fiscali non avranno particolare effetti, o quelli che potrebbero avere, se essi non verranno associati a nuove politiche macro di vera regolamentazione finanziaria e prudenziale.           

 
Infine v’è ancora la questione dell’Europa, della voce dell’Unione in questa crisi e della necessità che essa compia un salto politico, istituzionale ed economico. La recente lettera di alcuni membri dell’ECFR ai leader europei richiama la necessità per l’interesse dei paesi europei, per la loro crescita economica, prosperità e pace che l’Unione sfrutti l’opportunità enorme che le offre la crisi e decida definitivamente di spiccare un salto in avanti. Rafforzando e proteggendo il mercato unico, il vero “unico” bene pubblico europeo, astenendosi da politiche protezionistiche e anzi dando poteri più stringenti a Bruxelles, affiancando alla BCE un Tesoro centrale che colmi definitivamente il gap istituzionale nella governance economica europea; fino alla possibilità di un’emissione di eurobonds o addirittura di un IMF europeo.

 
Il summit di Londra non segna quindi in conclusione “the end of the world financial crisis or the recession” ma forse – e ce lo auguriamo – più modestamente “the beginning of the end” (si veda J. Portes su Vox).
 

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