Lo stato di salute dell’istituto referendario

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L’esito dei referendum del 12 e 13 giugno induce a domandarsi se questo istituto abbia finalmente ritrovato la sua linfa dopo una serie continua di insuccessi. Ma in che modo deve misurarsi la salute dell’istituto referendario? È sufficiente utilizzare il parametro della partecipazione al voto? Difficile esserne certi.

Quale istituto di “democrazia diretta”, il referendum dovrebbe essere svincolato da contingenze politiche e pressioni partitiche. Il naturale coinvolgimento dei partiti nelle campagne referendarie non dovrebbe spingere verso la politicizzazione integrale dei referendum, bensì contribuire all’arricchimento del dibattito sulle questioni oggetto della domanda abrogativa.

Un certo, progressivo, inaridimento dell’istituto è legato all’utilizzo dell’astensione come modalità di voto finalizzata al non raggiungimento del quorum. Anche sull’abolizione della quota proporzionale nel 1999, unico referendum negli ultimi quindici anni a registrare un’affluenza significativa (49,6%), l’arma dell’astensionismo fu utilizzata efficacemente. In quella occasione l’oggetto della questione referendaria (di per sé tecnico) venne molto politicizzato dalle forze in campo. Questa intrusione non costruttiva della politica in una votazione che dovrebbe invece possedere un carattere, da un lato, rigorosamente tematico, dall’altro autenticamente deliberativo, sembra ritrovarsi anche nell’ultima tornata referendaria. In questa occasione l’opzione astensionista, pur fortemente utilizzata, non ha centrato il bersaglio. Il differente esito di questi due referendum si connette in qualche misura alla diversa natura dei temi, ma appare soprattutto il riflesso del diverso stato di salute o comunque del giudizio sull’operato del governo.

I risultati dell’ultima consultazione non appaiono pertanto indicare una effettiva (improvvisa) rinascita dell’istituto referendario. D’altra parte, l’insuccesso di un referendum abrogativo ha implicazioni differenti a seconda del “combinato disposto” dell’affluenza e della percentuale di favorevoli all’abrogazione. Anche nel 1999, infatti, si espresse a favore dell’abrogazione della quota proporzionale oltre il 90% dei votanti, pari al 45,4% degli aventi diritto. Non è infrequente che un quesito referendario venga respinto nonostante sia stato votato da una consistente percentuale di elettori, magari superiore a quella di coloro che hanno “investito” un governo, come nelle ultime elezioni politiche in cui la coalizione di maggioranza è stata votata effettivamente dal 36,3% degli aventi diritto. Questi elementi segnalano la necessità, pure all’indomani del successo dei referendum del 12 e 13 giugno, di un ripensamento delle regole fondamentali dell’istituto.

I dati relativi alla recente tornata referendaria, comparati con quelli delle ultime elezioni politiche, sembrano evidenziare, ancora una volta, la commistione tra voto/astensionismo di carattere “politico” e voto/astensionismo di carattere “tematico”. Sottolineare il carattere (anche) politico della recente tornata referendaria non significa sminuire l’esito né il lavoro svolto dai Comitati promotori, quanto piuttosto ribadire l’importante funzione riequilibratrice (della democrazia rappresentativa) di questo istituto.

Alcuni elementi, nello specifico, appaiono suggerire la non marginale politicità del referendum: i) l’elevatissima nonché sovrapponibile percentuale di “Si”, tra gli elettori sul territorio nazionale, ai quattro quesiti. Più articolato appare invece il comportamento di voto dei connazionali all’estero, meno coinvolti nella quotidiana contesa politica e di conseguenza meno vincolati ad indicazioni di voto da parte delle forze politiche. Tra questi elettori il rapporto tra “Sì” e “No” è apparso più equilibrato: 75% vs. 25% nei quesiti relativi all’acqua e al legittimo impedimento, e 67% vs. 33% nel quesito in materia nucleare; ii) l’assenza del cd. effetto Nimby. Ci saremmo potuti attendere una maggiore partecipazione al voto nei comuni che sono stati sede di centrali nucleari, in quanto tali suscettibili (o comunque percepibili come tali) di essere nuovamente localizzazione di centrali. Al contrario, non si sono registrate significative differenze né della partecipazione né del comportamento di voto rispetto ai relativi contesti regionali; iii) la significativa quota di elettori che ha votato “Sì’” in funzione anti-governativa, prescindendo da valutazioni più strettamente connesse ai temi referendari. Ne sarebbe prova l’alta partecipazione al voto in regioni dove l’acqua è gestita sì da soggetti privati, ma in modo virtuoso, a differenza di altri contesti territoriali. Secondo l’indagine condotta da Demos, un terzo degli elettori ha indicato come motivazione principale della partecipazione al referendum la volontà di dare un segnale contro il governo. A questo va poi aggiunta un’altra categoria di elettori che ha espresso un voto di natura politico-ideologica, in larga misura svincolato da considerazioni partitiche e contingenti, che muove da considerazioni di tipo più generale sull’argomento (vedi, ad esempio, la dicotomia pubblico vs. privato). Appare invece minoritaria, almeno sul totale dei votanti, quella fascia di elettori che ha espresso un voto dettato da una conoscenza ed una consapevolezza piene delle questioni referendarie.

Questi elementi suggeriscono che la materia referendaria sia stata scarsamente oggetto di analisi specifiche ed approfondite, ciò anche in virtù della complessità di alcuni settori della regolazione, come ad esempio l’acqua, che sono disciplinati in parte a livello comunitario. In questo contesto deficitario della qualità del dibattito (complice il sistema dei media), i fautori del “No” si sono adoperati “passivamente” per sabotare il referendum, i fautori del “Sì” per orientarlo politicamente. Nell’ultima consultazione referendaria, a differenza di quella del 1999, l’astensionismo tattico (sia quello puramente politico sia quello più tematico, di chi è contrario all’abrogazione) non ha centrato il bersaglio. Determinante, in tal senso, è risultato il voto di una parte (pari a circa il 10% degli aventi diritto) degli elettori del centro-destra, che non ha aderito all’invito all’astensione da parte della maggioranza. Appare significativo sottolineare, inoltre, che una buona parte di questi (circa il 4% degli aventi diritto) ha votato per il “Si”, verosimilmente anche con lo scopo di esprimere un giudizio negativo sull’operato del governo.

Per le ragioni sopra esposte appare utile, vieppiù in una fase entusiastica circa la salute dell’istituto referendario, ragionare ancora sulle sue prospettive di riforma. Da molti anni si dibatte sulla possibilità di ridurre il quorum – ma sempre in modo da garantire che una esigua minoranza non sia in grado di abrogare norme adottate col principio di maggioranza – oppure, in alternativa, di eliminarlo, prevedendo, come proposto da Agosta, che i “Sì” siano superiori ai “No” e pari ad almeno un quarto degli aventi diritto. In entrambi i casi, le forze politiche sarebbero stimolate a partecipare più costruttivamente alla campagna referendaria, restituendole un carattere autenticamente tematico e deliberativo. In questa direzione, si dovrebbe inoltre: i) prevedere un maggiore numero di firme, in linea con l’evoluzione demografica, anche al fine di impedire la banalizzazione dell’istituto derivante da domande abrogative di minore rilevanza generale; ii) tenere conto degli effetti dei referendum multipli, che da un lato riducono i costi delle votazioni, dall’altro rischiano di limitare l’attenzione sui temi oggetto della domanda abrogativa; iii) valutare, senza mettere in discussione l’importanza e la funzione democratica dell’istituto, se alcune materie non debbano essere confinate all’ambito della democrazia rappresentativa, ferma la strada del controllo di costituzionalità. Appare questo il caso della materia elettorale, a causa della sua elevata tecnicità, del ricorso obbligato alla tecnica dell’abrogazione parziale, ma soprattutto dell’esigenza che ogni ipotesi di riforma elettorale sia affrontata in una prospettiva più ampia, non esaurendosi meramente nella questione (pure decisiva) della trasformazione dei voti in seggi.

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