L’Irap e la riduzione delle imposte

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La discussione innescata con la proposta, poi rientrata, dell’eliminazione dell’Irap ha generato dubbi e confusione ma ha un evidente merito: ha riproposto al centro della discussione economica e politica un tema molto importante: quello della riduzione delle imposte in Italia. La difficile situazione della nostra economia e la necessità di sfruttar pienamente le chance di ripresa ci obbligano infatti a capire se e in quale misura una riduzione del prelievo tributario sia possibile oggi in Italia. Siamo tutti d’accordo che è troppo elevato, che sarebbe necessaria una sua riduzione, ma ciò può avvenire senza produrre ulteriori costi aggiuntivi per le precaria situazione della finanza pubblica italiana?
Certo è che se si osserva la nostra posizione relativa rispetto agli altri paesi dell’UE (si veda qui), l’Italia si caratterizza per un livello molto elevato di pressione fiscale e con un evidente problema di mix tributario rispetto agli altri paesi – troppe imposte sul reddito da lavoro dipendente e sulle imprese, poche sui consumi e sui patrimoni.
Innanzitutto la questione Irap. Chi scrive ha espresso alcune volte in passato (ad esempio, si veda qui e qui) i suoi dubbi in merito all’Irap. Ma la mia obiezione essenziale riguardava il suo utilizzo sul piano regionale e per il decentramento tributario. Il punto debole dell’Irap è infatti che essa usa una base imponibile – il reddito netto prodotto o valore aggiunto netto, che colpisce i profitti delle imprese, gli interessi, i salari, i redditi da lavoro autonomo ecc. – per finanziare il consumo di un servizio di tipo personale, la sanità. Ciò indebolisce e di molto l’applicazione del criterio del beneficio o della controprestazione. I contributi sanitari avevano alcuni difetti, erano distorsivi e regressivi, ma almeno era chiaro l’elemento di controprestazione, era evidente nel contribuente per cosa si pagava. Questo aspetto invece si affievolisce e di molto con l’Irap, anche se mi si dirà che tassando tutti i redditi un certo legame continua a permanere.
Inoltre la base imponibile Irap è alquanto sperequata sul piano regionale, per cui il suo utilizzo non appare ottimale dal punto di vista dell’autonomia finanziaria e dell’accountability, perché finisce per accrescere il ruolo dei trasferimenti e delle politiche di perequazione. Altri problemi sono quelli della regionalizzazione dell’imposta, che con l’Irap non è agevole, soprattutto in presenza di imprese multi impianto e infine la possibilità di “esportazione” dell’imposta – tra regioni naturalmente.
Detto ciò va però ammesso che la discussione che si è sviluppata dimostra che spesso i pregi e i difetti dell’Irap non sono sempre chiari, che sulla sua essenza, sul suo funzionamento, soprattutto su quale sia la base imponibile tassata con l’Irap spesso vi sono fraintendimenti. È indubbio che l’Irap ha alcuni meriti, soprattutto se la si immagina come tributo centrale e non regionale: a) in virtù dell’elevata base imponibile, rende possibile l’applicazione di un’aliquota relativamente mite per ottenere un gettito consistente; b) ha permesso una razionalizzazione del sistema, avendo sostituito altri prelievi più o meno distorsivi c) come poi ha riconosciuto la Corte di Giustizia europea, l’Irap tassa si il valore aggiunto ma in sostanza è alquanto diversa dall’Iva, che invece tassa quello tipo consumo – l’Iva come è noto è un’imposta sui consumi finali delle famiglie.
Sulla differenza tra Irap e Iva vale la pena di spendere due ulteriori parole. Infatti mentre l’Irap tassa tutto il reddito prodotto indipendentemente dalla sua destinazione a consumi, investimenti ed esportazioni, l’Iva tassa solo i consumi ed esenta gli investimenti e le esportazioni, ma tassa a differenza dell’Irap, le importazioni. Per questo un naturale candidato a sostituire parte del gettito dell’Irap non può che essere l’Iva, dati i vantaggi che essa può arrecare sul piano del recupero di competitività delle imprese e dell’economia italiana.
Gli aspetti centrali della vicenda sono quelli che abbiamo scritto sopra ma la discussione si è concentrata anche su altri tre aspetti: la indeducibilità di questa imposta, il fatto che tassando i profitti, ma anche gli altri redditi, finisce per essere pagata anche se l’impresa è in perdita; infine, produce un gettito di circa 38 miliardi di euro e pur con tutti i dubbi sui suoi effetti appare davvero difficile trovare un’imposta equivalente in grado di produrre un gettito di tali dimensioni. L’ultimo punto è semplicissimo: non ci sono i soldi per eliminarla e questo già potrebbe bastare… al di là delle preferenze di politica tributaria
La indeducibilità sembra richiamare un aspetto prima facie alquanto ingiusto del funzionamento dell’imposta, ma che in parte ha invece una sua logica: che tassando tutti i redditi, l’impresa sta in realtà riscuotendo per conto delle stato (ops.. delle regioni) il prelievo sui redditi da lavoro, sui profitti e sugli interessi. Va anche però detto che questo di per se non appare un aspetto del tutto positivo, in quanto si configura come un’ulteriore tassazione sulle stesse basi imponibili (su cui già agisce un prelievo significativo dello stato centrale con l’Ire e l’Ires). Forse una misura di deduzione in sede Ires sarebbe possibile ma di fatto cambierebbe in parte la natura dell’Irap. Si potrebbe inoltre sostenere che se l’Irap ha natura regionale, è poi alquanto ovvio ,che essa non sia deducibile da imposte erariali, ma che se divenisse erariale si potrebbe ammettere una sua deducibilità parziale o totale. La stessa risposta si può dare alla seconda obiezione dell’obbligo tributario che emerge anche se ci si trova in perdita. È indubbiamente l’aspetto più controverso e più “odioso” dell’Irap ed è quello su cui si è concentrata l’attenzione: ma ancora, se ci si limita alla considerazione della sola base imponibile dell’imposta, non può che essere così: anche se l’impresa ha un utile negativo, le altre componenti della base imponibile sono ancora positive per cui resta l’obbligo tributario. Ovviamente si può dissentire sulla scelta di questa peculiare base imponibile e sui suoi presunti vantaggi, anche su quella che anziché legarla al prodotto netto meno i costi inerenti alla produzione, si è deciso di legarla al reddito e quindi montarla con un forte legame con i bilanci delle società. Forse sarebbe stato più chiaro non unire nella medesima base imponibile l’Irap, ma lasciare distinte le sue diverse componenti – e i contribuenti – in modo che l’obbligo tributario fosse chiaro anche in caso di utili negativi. Una maggiore o minore traslazione dell’imposta da parte delle imprese può naturalmente “aggiustare” tutto – senza però che questo argomento diventi un espediente per far quadrare il ragionamento sugli effetti dell’imposta.
Sul piano del federalismo fiscale, qualche soluzione per sostituire l’Irap potrebbe essere individuata, ad esempio potenziando il ruolo delle addizionali regionali sull’Ire, oppure potenziando la compartecipazione all’Iva – entrambi le soluzioni presentano alcuni inconvenienti: la prima è che le regioni potrebbero finire per interferire con l’azione redistributiva dello stato centrale, come è già successo in passato; la seconda è che questa compartecipazione non è una forma di prelievo autonoma, ma di fatto un trasferimento, anche se lo si lega ai consumi regionali – che sono più uniformemente distribuiti sul territorio rispetto ai redditi. Vi sarebbe sicuramente un certo margine per usare l’Iva per il federalismo fiscale – soprattutto se a livello europeo si usasse l’opzione di un’Iva con un’imposta sui consumi finali (come proposto qui e qui – ma i vincoli europei, ormai incoerenti, dovranno essere prima o poi comunque risolti.
Cosa si può fare? Quale sono le possibili soluzioni? Come si potrebbe ridurre l’Irap? Si potrebbe innanzitutto agire sulla base imponibile, prevedendone cioè l’eliminazione di alcune parti – ad esempio in parte la componente lavoro – oppure riducendo sic et simpliciter e di molto le aliquote. Non si vede, in questa situazione, come si possano trovare le compensazioni di gettito per permetterne una totale eliminazione. Aggiungo che trovo interventi parziali sulla base (meno sulle aliquote) non soddisfacenti perché eliminano il “pregio” principale dell’Irap, ovvero la sua ampia base imponibile che tassa tutti i redditi e/o il valore aggiunto. Quindi mi pare che esista una sola soluzione. Se ci sono i soldi la si elimini, ma del tutto, altrimenti dobbiamo aspettare, c’è poco da fare. Naturalmente si può anche procedere per gradi, in base alle disponibilità finanziarie, ma seppur realista questa non mi sembra essere la migliore soluzione.
Se un certo accordo si può trovare sulla necessità di ridurre la pressione tributaria, senza naturalmente aggravare lo stato dei conti pubblici, più aperta appare la questione se l’Irap debba essere al primo posto dell’agenda di politica tributaria oppure se vi siano prima ancora altre necessità. Queste necessità esistono e riguardano il livello elevato di pressione tributaria attualmente esistente sul lavoro dipendente. I recenti dati sulle dichiarazioni fiscali Ire 2008, per l’anno d’imposta 2007, evidenziano in modo molto chiaro, ma è così da molto tempo, un aspetto distributivo centrale e strutturale del tributo.
L’Ire è ormai di fatto un’imposta sul redditi da lavoro dipendente e da pensione e questo dovrebbe indurre un profondo ripensamento del significato della progressività, almeno di quella che si vorrebbe attuare con l’imposta sui redditi personali. Gli altri tipi di redditi, quelli da lavoro autonomo, da impresa, da capitale, da patrimonio, per diverse ragioni – difficoltà a definire con precisione la base imponibile, utilizzo di stime, medie e coefficienti presuntivi, elevata possibilità di far ricorso a pratiche elusive ed evasive – riescono ad evitare l’imposizione personale.
L’insuccesso dei tentativi di riforma dell’Irpef dell’ultimo ventennio, le modifiche avvenute nel mercato del lavoro e nell’economia italiana, le difficoltà oggettive di applicare nella tassazione personale un concetto di reddito onnicomprensivo – che pur se astrattamente condivisibile nelle sue implicazioni in termini di equità, lo rendono del tutto inapplicabile nella realtà concreta – dovrebbero spingere ormai senza più indugi verso una modifica radicale del funzionamento attuale dell’imposta sui redditi personali, delle sue potenzialità e dei possibili obiettivi con essa raggiungibili.
Questa situazione rende evidente la necessità di intraprendere una modifica dell’attuale mix impositivo, di operare una redistribuzione del carico tributario verso le altre basi imponibili, prima fra tutte quella dei consumi. A spingere in questa direzione è anche il confronto internazionale che colloca l’Italia in una posizione largamente squilibrata, con un’elevata imposizione sul fattore lavoro e in parte sul capitale ma con un ridottissimo onere sui consumi e sulla ricchezza.
Larga parte dei problemi dell’Ire deriva dall’esistenza di un’evasione diffusa e generalizzata che caratterizza questa imposta e più in generale il nostro sistema tributario. Si noti però che l’evasione e la difficoltà a tassare le basi imponibili diverse dai redditi da lavoro dipendente e da pensione deriva da fenomeni di sottrazione della base imponibile che si verificano, per così dire, a monte del prelievo sui redditi personali e in particolare in occasione dell’imposizione sui consumi. Per cui l’Iva resta l’imposta chiave, su cui agire per riequilibrare la distribuzione del prelievo tributario e potenziare la lotta all’evasione.
 
 

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