L’integrazione finanziaria europea in una fase critica

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L’integrazione finanziaria europea in una fase critica

Di Silvano Carletti

 

La verifica dello stato dell’integrazione finanziaria dell’area europea deve  necessariamente concentrarsi sui due segmenti quantitativamente più importanti, e cioè sui titoli di debito e sul settore bancario.

Per quanto riguarda il primo comparto i dati della Bce non si presentano confortanti. Dal 1997 in poi la quota nel portafoglio delle banche dell’eurozona dei titoli sovrani e dei titoli emessi da operatori non finanziari residenti in altri paesi dell’area euro si è più che triplicata posizionandosi al di sopra del 51% nella prima metà del 2006.

Successivamente si è assistito ad un rapido arretramento che ha toccato il suo apice nella prima metà del 2012 con valori appena al di sopra del 24%. Il livello attuale è solo di poco superiore (25,3% a fine 2013) e di appena un paio di punti percentuali al di sopra di quello rilevato nei primi mesi di vita  dell’eurozona.

Il coinvolgimento dell’Europa nel circuito bancario internazionale ha registrato negli ultimi anni un deciso ridimensionamento tanto da rappresentare la causa principale della contrazione dell’attività bancaria internazionale.

Nel marzo 2008 l’esposizione internazionale delle banche tedesche, francesi e inglesi era relativamente simile: $ 4.700 mld nel primo caso, $4.250-4.300 mld negli altri due. Cinque anni e mezzo dopo la situazione appare mutata. Alla fine di settembre 2013 (ultimo dato disponibile) si rileva, infatti, una riduzione del 41% nel caso delle banche tedesche e del 34% per quelle francesi. In entrambi i casi l’intensità della contrazione è maggiore nel caso dell’esposizione verso controparti residenti in Europa rispetto a quella relativa all’area extra europea. La differenza, però, è relativamente contenuta (-44% vs -37% per le banche tedesche, -38% vs -28% per quelle francesi).

Ben diversa la posizione delle banche inglesi: la contrazione dell’attività bancaria internazionale è nel loro caso complessivamente limitata (-8%) ed è interamente concentrata nei confronti dell’Europa (-25%) con una variazione nulla nei confronti dei paesi extra-europei.

Importante è poi la considerazione di come si articola la contrazione dell’attività cross-border nei confronti dei paesi europei. A questo fine si sono costituiti due insiemi di paesi: quello dei paesi finanziariamente più stabili (Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Paesi Bassi) e quello dei paesi finanziariamente più vulnerabili (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia, Italia). Nel caso delle banche tedesche la riduzione dell’esposizione verso i due gruppi di paesi è in valore assoluto molto simile ($ 532-536 mld) ma piuttosto diversa in termini relativi (-38% e – 59%, rispettivamente). Situazione poco diversa per le banche francesi: la contrazione rispetto ai due insiemi di paesi è simile sia in termini assoluti ($465-493 mld) e ancor più in termini relativi (-45% e -48%).

Di nuovo, la situazione delle banche inglesi appare diversa: la contrazione verso controparti europee registrata tra marzo 2008 e settembre 2013 (-25%) è quasi interamente concentrata sui paesi europei finanziariamente più vulnerabili (-45%).

I dati appena proposti autorizzano in larga misura (seppure non interamente) ad inquadrare la riduzione dell’esposizione delle banche tedesche e francesi verso i paesi europei più vulnerabili nell’ambito di un generale ripensamento dell’attività  internazionale. Per le banche inglesi, invece, la valutazione è diversa perché il disimpegno in Europa  è quasi interamente riferibile ai paesi finanziariamente più vulnerabili.

Se si restringe l’osservazione al passato più recente (da fine 2011 a settembre 2013), quello più segnato dall’instabilità del mercato del debito sovrano, gli orientamenti sembrano più condizionati dalla specificità europea. In questo periodo la contrazione dell’attività bancaria internazionale è per le banche tedesche e francesi complessivamente molto limitata. All’interno di questo risultato si intravede una riduzione delle operazioni con i paesi finanziariamente più fragili (-15% nel caso delle banche tedesche, -6% per le banche francesi). In questo stesso periodo, l’orientamento delle banche inglesi è ancora quello di un importante disimpegno dall’Europa (-11%), ma questa volta coinvolgente in egual misura tanto i paesi finanziariamente più stabili quanto quelli finanziariamente più vulnerabili (-13% in entrambi i casi).

Per quanto riguarda le banche spagnole e italiane la scala dell’attività bancaria internazionale è decisamente più ridotta: da un terzo ad un quarto di quella dei tre paesi prima considerati. Le banche spagnole sono un caso piuttosto anomalo. Il volume complessivo della loro attività bancaria internazionale, infatti, si è considerevolmente incrementato (+23% rispetto a marzo 2008, +8% rispetto a fine 2011) malgrado un certo disimpegno dall’Europa e in particolare dagli altri paesi finanziariamente meno solidi.

I dati relativi alle banche italiane sono relativamente vicini a quelli tedeschi: la contrazione dell’attività bancaria è di carattere generale e tocca in misura intensa  sia i paesi europei forti sia quelli più esposti alla volatilità dei mercati finanziari.

Se i dati del sottoperiodo più recente sono confrontati a quelli dei quasi sei anni che separano marzo 2008 da settembre 2013 risulta evidente la contenuta portata della contrapposizione intra-europea. Nell’insieme, la contrazione dell’attività bancaria cross-border appare di carattere strutturale e riconducibile a un generale ripensamento dell’attività internazionale. Il disimpegno delle banche tedesche (o anche francesi) nei confronti dei paesi europei finanziariamente più vulnerabili prima che essere il segnale di uno sfilacciamento dell’eurozona (come sostiene ad esempio  Daniel Gros in La disunione bancaria europea, il Sole 24 ore 10 novembre 2013) è l’indicazione di una riconsiderazione strategica dell’attività internazionale, “sacrificata” a favore del mercato domestico in uno scenario di maggiore attenzione alla redditività e/o al contenimento del fabbisogno patrimoniale.

Per il ripiegamento dell’attività bancaria in Europa esistono numerose spiegazioni.

Tra queste quella sintetizzata da un accademico olandese (cfr. Dirk Schoenmaker, The Financial Trilemma, Economics Letters, 2011) occupa certamente un posto centrale. In estrema sintesi essa sostiene che i) mercati bancari integrati, ii) normative (e soprattutto vigilanza) nazionali, iii) stabilità finanziaria non sono contemporaneamente compatibili. Per governare lo scenario bisogna rinunciare ad una di queste finalità. Il dispiegarsi violento della crisi ha spinto a rinunciare al primo obiettivo, quello dell’integrazione finanziaria, in parte come conseguenza della logica molto nazionale che ha guidato numerose  operazioni di salvataggio. Il progetto di Unione Bancaria mira a privilegiare nuovamente l’obiettivo dell’integrazione finanziaria, contribuendo alla costruzione di una architettura normativa e di una vigilanza europea.

Compatibile con questa spiegazione è quella che evidenzia come la più accentuata enfasi dell’attività domestica sia derivata da un lato dalla volontà (in parte imposta) di sostenere la clientela nazionale, dall’altro lato dal drastico ridimensionamento dell’attività estera costantemente richiesto dai piani di ristrutturazione imposti alle oltre 50 banche europee (molte di grandi dimensione) fallite o salvate da rilevanti interventi statali.

 

                                                                                

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