L’inesistente verità dei numeri: Berlusconi e la Confindustria

parma.jpg

Ma chi dice la verità sui numeri? – si chiede il Corriere della Sera, riferendo delle opposte conclusioni raggiunte dal Presidente del Consiglio da una parte, e dal Centro Studi di Confindustria dall’altra, sull’andamento dell’economia italiana al convegno organizzato da quest’ultimo a Parma il 9 e 10 aprile, “Libertà e benessere: l’Italia al futuro”.

Per Confindustria l’Italia è in declino perché non crescono PIL e produttività da una decina di anni. Per Silvio Berlusconi invece l’Italia tiene.

Le polemiche tra pessimisti e ottimisti sono una delle novità introdotte nella politica italiana da Berlusconi stesso. Nella prima repubblica a essere ottimisti erano solo i democristiani, ma in modo sommesso. All’ottimismo si appellò negli anni ottanta Bettino Craxi, sull’onda del sorpasso al PIL della Gran Bretagna. Ma la sua caduta in disgrazia e le obiettive difficoltà dell’economia e della società italiana negli anni novanta, ridiedero il monopolio intellettuale al pessimismo e alla sua variante economica, il declinismo.

Berlusconi fa l’ottimista a oltranza, infischiandosene, e forse godendone, dell’ostracismo degli intellettuali italiani che, economisti in prima fila, trovano inconcepibile e di cattivo gusto lasciarsi andare a qualunque valutazione anche timidamente positiva su questo nostro paese – a parte il clima, la cucina e il design, naturalmente.

Siamo alle solite: passa il tempo, l’Italia è unita da 150 anni, ma continua a mancare quello che gli americani (che la possiedono) chiamano una narrativa condivisa del paese, compresa una narrativa economica.

Forse sbaglio, ma a me sembra che altrove ci si divida sulle scelte di politica economica, come è più che giusto che sia, ma non sui dati fondamentali alla base di quelle scelte. Non mi pare ci sia discussione negli Stati Uniti sull’andamento della bilancia dei pagamenti, dell’occupazione o della produttività.

Da noi invece c’è. Sull’occupazione si legge di tutto di più e siamo bravissimi nell’”interpretare” i dati dell’ISTAT-Eurostat. Sul commercio con l’estero e la competitività peggio ancora: quello è proprio il campo di battaglia di declinisti vs. ottimisti. And on and on and on.

Continuo a non capire molte cose. Ad esempio, se la produttività ristagna come mai non c’è una corrispondente perdita della nostra competitività internazionale? La quota italiana delle esportazioni mondiali di merci è quasi inalterata da decenni – un risultato eccellente, visto che se la quota cinese è quasi decuplicata tra il 1973 e il 2008, arrivando al 9%, altri le hanno fatto spazio, ovvero tutto il resto del G7 meno la Germania.

Per anni e anni si sono agitati scenari di crollo dell’unione monetaria predicati sulla nostra perdita di competitività. Ma, oltre al fatto che alla resa dei conti (e a giudizio dei mercati!) non siamo noi ma altri a minacciare la tenuta dell’euro, basta dare un’occhiata all’andamento delle bilance commerciali per vedere che un problema di competitività non è l’Italia ad averlo, visto che è praticamente in pareggio, ma paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna. O la Grecia.

Sul perché a noi italiani manchi persino la parte statistica di una narrativa economica condivisa, azzardo un’ipotesi. E questa è la grande incidenza (già, quanto grande?) dell’economia sommersa. Lì dentro cosa succede nessuno sa. Può appunto succedere di tutto, al punto da cambiare completamente di segno a fenomeni di cui misuriamo solo la parte emersa. Perché economia in nero non vuol dire solo criminalità, ma anche recuperi di margini di profitto, produttività e dunque competitività, attraverso l’evasione fiscale, magari parziale, in ambiti per altri aspetti legali.

Andrebbe fatto di più per esplorare questo ignoto economico e in ogni caso sarebbe un oggetto di discussione interessante per un convegno scientifico.

In definitiva è facile condividere l’agenda per il futuro dell’Italia proposta da Confindustria: riforme strutturali, alleggerimento della pressione fiscale, più risorse alla ricerca e all’innovazione. Non credo però che il declinismo sia una tattica capace di persuadere Silvio Berlusconi a fare riforme che non sembra essere realmente intenzionato a fare.

Top