Libertà politiche, gruppi d’interesse e imprese fornitrici del Governo: una vicenda solo americana?

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Il Presidente Obama “With all due deference to separation of powers” (l’espressione, per noi che in tema di separazione dei poteri abbiamo perso anche l’uso della retorica, è di un certo effetto) ha severamente criticato la sentenza della Corte Suprema del 21 gennaio “Citizens United v. Federal Election Commission”. Per ben tre volte il Presidente è tornato sul tema e l’ultima volta proprio davanti ai giudici della Corte, il che è parso ai commentatori particolarmente duro ed eccezionale; a rare rebuke ha titolato il New York Times.

Con la decisione la Corte ha sancito l’incostituzionalità di ogni legge che imponga un tetto ai finanziamenti ai partiti, perché, nell’ottica dei supremi giudici, un tale provvedimento configura una limitazione della libertà di espressione. Secondo la maggioranza della Corte (ma la sentenza è passata con un risicato 5-4), i finanziamenti ai partiti non solo quindi non inficiano il processo democratico ma costituiscono un legittimo strumento di espressione politica garantito dal primo articolo del Bill of Rights, ovvero il corpus dei primi 10 emendamenti della Costituzione. La reazione del Presidente pertanto non sorprende dal momento che  la Corte di fatto ha ulteriormente liberalizzato la possibilità degli interessi forti (special interests nel linguaggio del Presidente) di finanziare la politica e questo va chiaramente contro l’obbiettivo, che in queste settimane Obama sembra voler perseguire con particolare determinazione, di contrastarli.

Fino al 2002 esistevano dei vincoli più o meno drastici sull’hard money – ovvero i soldi destinati a un singolo candidato per appoggiarne l’elezione –  mentre non era previsto alcun tetto per il soft money che invece è indirizzata più genericamente al partito al fine di sponsorizzare un’iniziativa o una proposta di legge. Sull’onda emotiva scaturita dallo scandalo Enron, corporation che aveva pompato milioni di dollari nella casse del Partito repubblicano, nel 2002 il Congresso approvò il Bipartisan Campaign Finance Act promosso dal democratico Russ Feingold e dal senatore repubblicano, poi sfidante di Obama, John McCain. La legge non solo poneva vincoli più stringenti all’hard money ma aboliva sostanzialmente il soft money, riducendo in maniera significativa l’attività di lobbying. Lo spirito della legge Feingold-McCain era cioè quello di provare a frenare la deriva plutocratica della democrazia americana.

La decisione della Corte ha anche attratto l’attenzione di qualche economista: Krugman per il momento si è astenuto e così il blog di Posner e Becker ma Freakonomics, un  blog di economisti  eterodossi guidati da Steven Levitt,  e ospitato sul NYT è intervenuto con questo post di Ian Ayres. Ayres ha proposto di risolvere il problema dell’influenza eccessiva degli interessi sulla politica mettendo sotto controllo i federal contractors, cioè le imprese americane fornitrici del governo: esse potrebbero appoggiare candidati o fare affari con il governo ma non entrambe le cose, sostiene Ayres e il rischio di corruzione sarebbe arginato, il potere dei soldi ridimensionato. Per la verità non sono convinto che poi non vi sarebbe qualche modo per le grandi imprese fornitrici di aggirare questo divieto ma certo limitare l’influenza diretta, attraverso i finanziamenti per le elezioni, delle imprese che  fanno affari con il governo è una strada che merita attenzione.

Da noi (dove il finanziamento dei partiti è prevalentemente pubblico e i fondi diretti dalle imprese sono ammessi purché iscritti a bilancio della società erogante) il tema dei rapporti tra finanziamento della politica, interessi e rapporti economici con le amministrazioni  è, come dire, sospeso. Forse anche un po’ fuori moda. Segnalo comunque, in materia di trasparenza sulle forniture, questo bel sito del governo degli Stati Uniti da dove si traggono informazioni su quali sono le principali imprese fornitrici e su come hanno ottenuto le commesse e il livello di concorrenza (con tanto di nota metodologica) che hanno incontrato nell’aggiudicarsele. Non ho trovato niente di simile nei siti della nostra PA.  

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