L’evasione da riscossione

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Un recente documento, approvato il 10 ottobre 2013 dalla Sezione centrale di controllo della Corte dei Conti (deliberazione n. 8/2013/G), rivela dati interessanti riguardanti una forma assai insidiosa di evasione (cosiddetta evasione da riscossione). Che nel corso degli ultimi anni si è diffusa sempre più a livello di massa raggiungendo dimensioni insospettabili.

 

Lo studio della Corte, per la verità, punta precipuamente a dimostrare come negli anni 2006 e 2007 (i soli nei quali vigeva l’obbligo di presentare l’elenco clienti e fornitori, per sopravvenuta soppressione dell’adempimento dal 2008) vi è stato un incremento rilevante del livello di imposte introitate dall’erario, con particolare riguardo al dato nazionale aggregato dell’Iva versata in modo spontaneo. A prescindere, cioè, dai futuri recuperi in sede di accertamento (si veda la tavola 7 a pagina 40). Un incremento significativo, che quindi sarebbe in stretta relazione con la vigenza di detto obbligo. Personalmente ho sempre ritenuto che l’obbligo in questione è senz’altro utile in chiave antievasione, per cui sicuramente è stato un errore sopprimerlo (vedasi qui).

 

Ciò detto, tuttavia, appare ancor più significativo un altro dato che è rivelato dal documento in parola. E che conferma le conclusioni preoccupanti cui due anni prima era giunta la stessa Corte dei Conti (deliberazione n. 8/2011/G del 13 luglio 2011) in sede di monitoraggio dell’intera attività di accertamento svolta dall’Agenzia delle Entrate, per come consuntivata, in contraddittorio con la stessa, relativamente al quinquennio 2006-2010. E, cioè, il fatto che durante i cinque anni in osservazione, gli avvisi di accertamento regolarmente notificati sono stati ignorati (cioè, nessuno ha pagato, ma nessuno li ha neppure impugnati) per una quota pari, in media, a un euro ogni due accertati (!).  

 

Il più recente documento di ottobre 2013, invece, arriva fino a tutto il 2012 e monitora selettivamente solo uno spaccato dell’intera azione accertatrice dell’Agenzia delle Entrate. Con particolare riferimento ai soli accertamenti che hanno avuto come fonte d’innesco una squadratura o altra anomalia emerse a monte, dall’incrocio degli elenchi clienti/fornitori. A pagina 26 la Corte rileva che:

«la gran parte degli accertamenti eseguiti (dal 1° gennaio 2009, nda) alla suddetta data del 30 aprile 2013 interessati alle discordanze degli incroci clienti/fornitori (77.986 accertamenti per una maggiore imposta accertata di 3,296 miliardi di euro) non ha dato luogo ad alcuna reazione del contribuente accertato e si tradurrà in azioni esecutive affidate ad Equitalia che, con molta probabilità, come conferma l’esperienza storica, diverranno quote inesigibili fra alcuni anni».

 

In particolare, dal più ampio contesto del documento emerge che la specifica azione di accertamento ha “fruttato” direttamente, in termini di recupero a seguito di definizione concordata, una quota di entrata pari a circa il 2% del totale addebiti (comprensivi di imposte e sanzioni). L’altro 98% procurerà quote marginali di introito, nei soli limiti di ciò che residuerà a valle del contenzioso tributario (peraltro, a sua volta attivato nel 4% dei casi per un importo pari al 7% del monte addebiti). Mentre è risultata in questo caso pari al 90% (!) la quota d’importo destinata in futuro a gravare (a vuoto) su Equitalia, come acutamente rilevato dalla Corte medesima (nel quinquennio 2006-2010, giusto quanto si diceva sopra, la media annua era invece risultata pari al 49% del monte addebiti).

 

Il dato in parola, che per questa ristretta tipologia di illecito registra un balzo del 41% rispetto al valore medio del quinquennio 2006-2010, testimonia infatti quanto sia dilagante, sottotraccia, l’evasione da riscossione, ovvero quella preordinata e studiata a tavolino da veri delinquenti fiscali, troppo sicuri – ormai per esperienza pluridecennale – della propria impunità. Garantita, spesso, mediante la creazione di organismi societari ad hoc, affidati sovente a finti-manager ultraottantenni.

 

Società fatte durare non più di uno o due anni, in pratica per il tempo necessario a risucchiarne indisturbatamente tutta la liquidità resa possibile dalle vendite esentasse (solo apparentemente regolari), prima di scomparire nel nulla dopo aver spostato, magari in un paradiso fiscale, la propria sede legale. Lasciando così che la srl, ormai ridotta a scatola vuota, faccia da schermo rispetto ai (vani) tentativi futuri di recupero, contro cui andrà inevitabilmente a “schiantarsi” l’azione di Equitalia.  Forse è per questo che il plafond dei carichi da riscuotere, sul groppone di Equitalia, ha raggiunto in pochi anni la cifra da capogiro pari a oltre 500 miliardi (si veda qui), promettendo frattanto di raddoppiare, in base al trend attuale, nel giro di sei anni. Nella tabella in fondo è riportato un quadro di sintesi che, a seguito di elaborazione, illustra alcuni dati rilevati da entrambi i documenti di analisi approvati dalla Corte dei Conti, rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

 

Sempre a proposito di evasione da riscossione, ma spostando l’attenzione su un terreno affine, e cioè su un fenomeno diverso e più innocuo che è quello della semplice “morosità” (ovvero il debito segnalato già in dichiarazione dallo stesso contribuente) vanno altresì rilevati due elementi di interesse: primo, quanto dichiarato dal Direttore dell’agenzia delle Entrate Attilio Befera in sede di Audizione presso la sesta commissione della Camera (Finanze) il 6 giugno 2013: «abbiamo un po’ l’impressione che nel 2012 si stia riallargando, ma per motivi di carenza di liquidità, perché stiamo notando dichiarazioni che non hanno come seguito il pagamento».  

 

E, in secondo luogo, il dato rilevabile a pagina 32 della nota di aggiornamento del Def 2013, presentata dal Governo il 23 settembre 2013 alla presidenza del Senato, in base al quale l’ammontare medio annuo delle “morosità” emergenti in sede di liquidazione delle sole dichiarazioni Iva (ai fini del recupero ai sensi dell’articolo 54-bis del D.p.r. n. 633 del 1972) è stata mediamente pari, in termini di imposta versata in meno, a circa 6 miliardi di euro su base annua. Il dato, tuttavia, si riferisce alla media del periodo 2003-2009, mentre non sono disponibili né i dati delle “morosità” riferite alle imposte dirette, né quelli relativi all’Iva per gli anni più recenti, post 2009.  

 

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