Le primarie e il PD

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C’è una lettura “positiva” e una “negativa”.
 
 
Quella “positiva” mi pare la seguente.
In un partito (a maggior ragione in una coalizione) attraversato da varie anime invece che da due grossi gruppi, le primarie con tre, quattro, cinque (!) candidati sono destinate al fallimento per una ragione puramente matematica.
 
 
Prendete i numeri del caso Palermo: candidato A: 9945 voti (33.7%), candidato B: 9787 voti (33.1%), candidato C: 8067 voti (27.3%), candidato D: 1732 voti (5.9%). Vince il candidato A che scontenta i due terzi della base del partito (o della coalizione). Se poi il candidato A non è quello “designato” (!) dai vertici del partito, questi finiscono contemporaneamente tra gli scontenti e tra i vilipesi.
Credo non occorra essere degli esperti di sistemi elettorali per capire che le primarie senza le “secondarie” non funzionano. Le primarie, almeno nelle condizioni del caso italiano, devono individuare i due candidati che si sfideranno in un secondo turno (chiamiamole secondarie) che finalmente individuerà il candidato del partito o della coalizione.
Nel caso di Palermo, A e B sarebbero andati a un secondo turno e se l’ordine in cui li ho messi rispecchiasse anche la loro distanza politica, è verosimile che i voti di C si sarebbero riversati su B almeno in gran parte (sono o non sono dello stesso partito / coalizione ?) facendolo vincere di parecchie lunghezze. In tal modo B sarebbe il candidato di (almeno) il 60% della base, e forse persino del 60% del vertice !
L’aspetto “positivo” di questa lettura è che un piccolo aggiustamento può dare un senso compiuto a questo grande strumento di partecipazione politica.
 
 
C’è poi una lettura “negativa”.
Il partito (la coalizione) è attraversato da numerose componenti, conflittuali e irriducibili. La componente prevalente, sia pure di stretta misura e diversa da zona a zona e da momento a momento, è quella che, per una imperscrutabile alchimia socio-politica, riesce a intercettare gli umori e le preferenze della metà più uno del corpo elettorale. Le attuali primarie individuano magicamente questa componente che di fatto è minoritaria nella base del partito ma maggioritaria nel corpo elettorale e nella società, la cui complessità (ci credereste ?) supera persino quella del PD.
Dunque le primarie vanno bene così come sono e il risultato elettorale (quello che conta) è la garanzia che il sistema funziona perfettamente o comunque sufficientemente bene da far vincere le elezioni (v. il caso di Milano). Le prossime amministrative saranno anche un buon test per questa visione “negativa” e sensitiva delle primarie.
Se il partito (o la coalizione) ne uscirà vincente, avanti così (finché dura la magia). In caso contrario bisognerebbe seguire la prima strada. Ma c’è da dubitare che una sconfitta lasci sopravvivere un po’ di lucidità nei gruppi dirigenti.
 

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