Le nuove sfide del sistema pensionistico

pensionimare.jpg

Le riforme effettuate in Italia nell’ultimo quindicennio – l’introduzione del criterio contributivo nel 2005 e, nel 2007, l’indicizzazione dell’età pensionabile in relazione all’aumento della vita attesa nonché l’avvio della previdenza completare – hanno sicuramente ristabilito la sostenibilità economica e finanziaria del sistema pensionistico.
Sostenibilità economica e finanziaria che, per essere credibile e duratura, va però associata alla sostenibilità sociale, a un accordo più o meno implicito e condiviso anche sul piano generazionale con una riconsiderazione periodica delle distribuzione dei costi e dei benefici tra le varie coorti, così da verificare una time consistency nella realizzazione della riforma del sistema.
Si deve essere anche consapevoli che l’invecchiamento rappresenta una sfida molto seria oltre che ai sistemi pensionistici, anche al mercato del lavoro, alla sanità, al long-term care e alle altre voci di spesa. Il processo di invecchiamento pone infatti due tipi di problemi: per i giovani e le persone in età di lavoro; per gli anziani e soprattutto per i più anziani (over 80).
Assisteremo a una notevole riduzione del numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro e all’emergere di nuove figure lavorative, con maggiori caratteristiche di irregolarità e saltuarietà. La loro capacità di risparmio ne sarà influenzata, quindi anche quella di contribuzione ai vari pilastri pensionistici.
Diversamente, i più anziani (over 65), ma soprattutto gli over 80, aumenteranno molto di numero, sia in valore assoluto sia in relazione alla popolazione in età di lavoro. Per gli individui con età superiore agli 80 anni, quella che si delinea a partire dal 2020-2030, non è solo una questione pensionistica, ma anche, forse soprattutto, una questione in termini di politiche di welfare, di non autosufficienza, di long-term care e di assistenza domiciliare.
Serve perciò nuova coesione sulla ripartizione dei costi tra le generazioni. Il criterio di equità che informa i sistemi pensionistici, il contenuto di solidarietà generazionale in esso definito in modo più o meno implicito, ritorneranno al centro dell’attenzione della discussione politica ed economica. La ripartizione del costo delle riforme tra le diverse coorti è un aspetto che appare trascurato e che invece dovrebbe essere al centro dell’agenda di politica economica.
V’è innanzitutto, un problema di scarsa conoscenza dei veri tassi di sostituzione e del grado effettivo di copertura che il pilastro pubblico e quello privato saranno in grado di offrire. Questo aspetto può essere solo affrontato con più informazione, c’è poco da fare, con campagne specifiche, mirate ai diversi gruppi e già a partire dalla scuola secondaria; con l’offerta di strumenti di simulazione e di calcolo pensionistico, che permettano una semplice stima, seppur provvisoria, del probabile grado di copertura del percorso di accumulazione; con il coinvolgimento dei diversi attori che operano nel settore pensionistico e se necessario di enti indipendenti e internazionali.
Esiste poi un chiaro problema di adeguatezza dei futuri trattamenti pensionistici che ormai si è ben delineato e che presto solleverà dilemmi delicati e un potenziale di conflitto tra le generazioni. Le riforma effettuate nel passato, in particolare quella che ha introdotto il metodo contributivo, presupponevano l’esistenza di una crescita sostenuta del reddito e alcune condizioni particolari del mercato del lavoro.
Queste condizioni sembrano essere venute meno: ci troviamo infatti di fronte a un processo di rallentamento della crescita economica significativo che durerà per molto; allo stesso tempo il mercato del lavoro in questi anni è profondamente cambiato, con l’emergere appunto di una nuova precarietà e discontinuità delle posizioni lavorative e la riduzione delle dinamiche retributive. Questi sviluppi, proprio in virtù del nuovo sistema contributivo adottato, determineranno, è facile comprenderlo, una notevole riduzione del grado di copertura dei futuri trattamenti pensionistici.
Possono essere escogitati dei rimedi parziali, delle forme di integrazione non completa del profilo contributivo individuale che però non risolvono la questione di fondo dell’adeguatezza delle pensioni future.
Questa situazione solleva aspetti cruciali non solo di equità ma anche di tenuta del sistema pensionistico complessivo, richiede interventi strutturali decisi. Per cui a posto del percorso dei coefficienti pensionistici indifferenziati, uguali per tutti – che genera disparità di trattamento fra le coorti e all’interno di ciascuna di esse – la strada della definizione di coefficienti diversi per le diversi coorti va sicuramente esplorata, legandoli alla speranza di vita e prevedendo la loro revisione, quando necessaria, come proposto qui.
Il meccanismo attuale di indicizzazione tra attivi e pensionati andrebbe inoltre forse anche riconsiderato: ad esempio, con la revisione dei criteri attuali, la reintroduzione della indicizzazione, oltre che all’inflazione, anche ai salari e soprattutto la sua equiparazione – comunque la si definisca – tra attivi e pensionati.
Sicuramente un ragionamento più sereno e realistico va fatto anche sul livello delle aliquote contributive oggi esistenti, considerando i possibili vantaggi di un’unificazione delle stesse tra lavoratori dipendenti, parasubordinati ed autonomi, come proposto recentemente da Treu e Cazzola. In tal modo, oltre a ridurre i rischi prodotti da questa differenziazione sulla stabilità della spesa pensionistica e l’equilibrio finanziario del sistema, si permetterebbe la costruzione di un adeguato profilo di accumulazione per i lavoratori non regolari e soprattutto si ridurebbero le distorsioni esistenti nel mercato del lavoro – in ragione appunto della differenziazione contributiva.
La previsione di meccanismi di opting out per i giovani e i nuovi assunti possono essere eventualmente considerati; la libertà di scelta dei lavoratori ne sarebbe indubbiamente rafforzata, tuttavia, essi potrebbero determinare anche evidenti problemi per la finanza pubblica e la stabilità del sistema pensionistico. La loro ammissibilità non deve comportare conseguenze negative per il debito e le pubbliche finanze.
Si possono avere quindi, in definitiva, misure più o meno dirette per lo scopo di accrescere l’adeguatezza dei trattamenti futuri. Una prima direzione di tipo indiretto potrebbe essere quella, come delineato sopra, di prevedere dei coefficienti di rendimenti più elevati (di quelli normali) per queste figure a basso reddito o con carriere irregolari e discontinue. Una soluzione più diretta è invece quella che stabilisce una misura di integrazione – con copertura da parte del bilancio pubblico, quindi con il ricorso al sistema tributario – per quei trattamenti pensionistici che non raggiungono un livello minimo di adeguatezza.
Un sistema pensionistico in linea con questa impostazione dovrebbe quindi ribadire l’utilità dell’esistenza di due/tre componenti/pilastri principali. In primo luogo, vi sarebbe la definizione di una pensione sociale di base per tutti, con finalità universalistiche e finanziata con il sistema tributario – che potrebbe garantire perciò una maggior trasparenza. Questo soglia universalistica potrebbe opportunamente risolvere il problema dell’adeguatezza dei trattamenti di base – naturalmente con la fissazione di alcuni criteri minimi ed obbligatori, per evitare comportamenti strategici e l’azzardo morale – e riaffermare il principio basilare della solidarietà sociale e dell’equità tra le coorti.
Vi sarebbe poi un secondo pilastro a ripartizione con natura contributiva pura che legherebbe i trattamenti aggiuntivi futuri al profilo dei contributi versati. Infine, vi sarebbe l’ultimo pilastro, contributivo a capitalizzazione, rappresentato dai fondi pensione, che oltre a garantire opportune integrazioni e coperture, potrebbe efficacemente diversificare il rischio dell’accumulazione pensionistica e ridurre il rischio politico della stessa.
In conclusione, le principali difficoltà dei sistemi pensionistici sono note, come lo sono in larga parte anche le possibili soluzioni. I governi trovano però molte difficoltà per realizzare misure di riforma certe e durature, essi necessitano di un capitale politico che è difficile da trovare nei sistemi politici ed elettorali della attuali democrazie. Eppure uno sforzo di informazione va tentato, un tentativo di riforma deve essere effettuato per migliorare la distribuzione degli oneri sulle diverse generazioni, per rendere il sistema pensionistico più stabile e condiviso; e quindi in definitiva più sostenibile di fronte al notevole invecchiamento che caratterizzerà la società italiana negli anni futuri.
 

Top