Le molte sfide delle grandi banche europee – Parte 2 di 2

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La densità dei problemi e gli spazi per i possibili aggiustamenti al nuovo scenario bancario variano  sensibilmente in Europa, in gran parte a causa della diseguale gravità delle ferite prodotte dalla crisi finanziaria apertasi a metà 2007, crisi che in alcuni paesi si è combinata con lo scoppio di una bolla immobiliare. Gli oltre 40 gruppi bancari (prevalentemente di grandi dimensioni) che nel recente passato hanno beneficiato di aiuti pubblici risultano da tempo impegnati nell’attuazione dei severi piani di ristrutturazione imposti dall’autorità di Bruxelles.

 

Ne sta derivando una completa ridefinizione della mappa bancaria europea. Se si escludono i casi di Francia e Italia, negli altri paesi è molto profonda la separazione tra le realtà aziendali in fase di forte ridimensionamento e il resto del sistema che, pur tra molte difficoltà, sta procedendo agli aggiustamenti richiesti dal diverso assetto del mercato. Le esperienze di Regno Unito, Germania e Paesi Bassi illustrano (ovviamente con analogie e differenze) questa situazione.

 

 

Regno Unito. Due dei quattro gruppi maggiori sono ancora saldamente nelle mani dello stato (84% nel caso di Royal Bank of Scotland, 43% in quello di Lloyds Banking Group). Entrambi i gruppi stanno attuando il gravoso programma di ridimensionamento concordato con le autorità di Bruxelles: tra fine 2008 e settembre 2012 hanno effettuato cessioni di attività per oltre £380 mld, quasi equamente ripartite.

 

La possibilità di una prossima riprivatizzazione di questi due gruppi sembra però nuovamente sfumata a causa dell’insufficiente qualità di importanti sezioni del portafoglio prestiti. Un problema che grava sulle maggiori banche inglesi ma in particolare su questi due gruppi è quello dell’immobiliare non residenziale: all’inizio del 2012 a livello sistema oltre il 40% di questi finanziamenti risultava caratterizzato da un loan-to-value (rapporto tra finanziamento in essere e stima del valore di mercato dell’immobile) superiore all’80%, un livello questo peraltro ancora elevato considerata la condizione del mercato.

 

Anche gli altri due gruppi maggiori (Barclays e HSBC) risultano impegnati in importanti processi di dismissione, però più spesso interpretabili come adeguamento alle mutate condizioni di mercato. HSBC sta chiudendo le sue attività in 39 paesi ove giudica inadeguata la scala della sua presenza e pochi giorni fa ha ceduto per $9,5 mld la  partecipazione (poco meno del 16%) in uno dei colossi assicurativi (Ping An) della Cina, paese dove però intende (appena possibile) rafforzare la presenza in campo bancario. Da parte sua, Barclays ha ceduto per £3,8 mld la quota (19,8%) ancora in suo possesso di Black Rock (tra i principali gestori di fondi a livello mondiale), ha ridimensionato la sua rete internazionale, ha avviato la riduzione della sua attività di investment banking.

 

Nell’insieme, la rimodulazione del profilo operativo delle maggiori banche inglesi è ancora incompleta. Lo testimonia, tra l’altro, un rapporto prestiti/depositi ancora frequentemente al di sopra del 100% (HSBC sola rilevante eccezione).

 

Nelle settimane scorse, inoltre, il Financial Policy Committee (FPC, organismo istituito dalla Bank of England a metà 2011 per individuare possibili problemi sistemici e proporre interventi capaci di accrescere la solidità del circuito finanziario nazionale) ha richiamato l’attenzione su due aspetti che condizionano le prospettive del vertice del sistema bancario inglese. Il primo è individuato nell’esito sfavorevole di alcune indagini a carico delle maggiori banche inglesi (scorretta vendita di prodotti assicurativi alla clientela, scarsa diligenza nel vigilare su possibili operazioni di riciclaggio, manipolazione delle informazioni necessarie alla determinazione del LIBOR, etc). Queste vicende hanno determinato serie  conseguenze sia sul piano reputazionale sia su quello finanziario (ad esempio, il rimborso dei contratti assicurativi ha già comportato oneri per quasi £10mld con la previsione di un ulteriore esborso di £4-10 mld). In secondo luogo, il FPC ritiene che importanti componenti dell’attivo non siano valutate in modo realistico (svalutazioni insufficienti), con un conseguente fabbisogno patrimoniale stimato a £ 20-50 mld. Nell’attuale contesto congiunturale e dopo i costosi salvataggi attuati in passato, la natura prevalentemente pubblica di due grandi gruppi rende decisamente difficile la soluzione del problema.

 

 

Paesi Bassi. Il caso di questo paese è altrettanto complesso. La crisi apertasi a metà del 2007, infatti, ha profondamente differenziato la sorte dei tre maggiori gruppi olandesi. Grazie ad un modello di business molto tradizionale Rabobank ha attraversato quasi indenne questi anni di crisi.

 

Ben diversa la sorte degli altri due.  Abn Amro, oggetto di un’acquisizione ostile nell’ottobre 2007, ha subito un processo di smembramento: le principali attività estere sono passate sotto il controllo del Santander che le ha integrate (Brasile) o cedute (Italia); le attività in Olanda, invece sono state quasi interamente nazionalizzate, in parte anche come conseguenza del crisi di Fortis, uno dei tre gruppi protagonisti della scalata ostile. Il governo olandese ribadisce l’intenzione di procedere appena possibile (ufficialmente entro il 2014) ad una riprivatizzazione di questo gruppo il cui bilancio alla fine dello scorso anno superava i €400 mld.

 

Da parte sua, ING sta cercando di riemergere dal salvataggio di cui ha beneficato nel 2008. Per rimborsare l’aiuto statale ricevuto (€ 10 mld) ha prima (2009) perfezionato un aumento di capitale (€7,5 mld) e poi (2011) venduto per circa $9 mld la sua sussidiaria statunitense (ING Direct). Diversamente da come stabilito con le autorità di Bruxelles, ING non è invece ancora uscito dal mercato assicurativo: nel novembre 2012 ha ottenuto un prolungamento dei tempi inizialmente stabiliti (dall’iniziale scadenza del 2013 per la cessione totale si è passati al 50% entro il 2015 e il resto entro il 2018) in parallelo però con una maggiore rigidità del piano di rimborso dei residui €3 mld di aiuti statali. 

 

A turbare questo scenario nel complesso in positiva evoluzione è la situazione del mercato dei mutui, un problema su cui recentemente anche la Commissione Europea ha richiamato l’attenzione. In effetti, alla fine dello scorso anno i mutui immobiliari ammontavano a €670 mld pari al 111% del Pil, oltre 60 punti percentuali in più rispetto al 1995. A rendere ora preoccupante la situazione è la difficile congiuntura economica (l’Olanda è in piena recessione). Lo ”sgonfiamento” della bolla immobiliare potrebbe avere serie ripercussioni per l’intero sistema bancario. Malgrado le quotazioni siano tornate ai livelli del 2004 oltre il 20% dei mutui risulta “sott’acqua”, è cioè di importo superiore al valore della casa di cui hanno finanziato l’acquisto.

 

 

Germania. Anche in questo paese il sistema bancario sembra ancora lontano dall’aver sanato le ferite prodotte dalla crisi finanziaria. Si tratta in effetti di un compito gravoso considerato che tra gli undici gruppi che hanno dovuto richiedere un sostegno pubblico sono presenti ben sette dei dieci maggiori operatori bancari tedeschi.

 

Il processo per ristabilire un equilibrato assetto bancario ha indubbiamente compiuto considerevoli passi in avanti. Nel quadriennio 2008-11 le sette maggiori Landesbanken hanno complessivamente ridotto l’attivo totale di oltre il 20% (-40% l’attivo ponderato per il rischio) e hanno quindi completato circa due terzi dei piani di ristrutturazione concordati.

 

Malgrado l’importante programma di ridimensionamento (cessione di attività già attuata o programmata per circa €600 mld) rimane difficile la situazione della Commerzbank, secondo gruppo nazionale e destinatario del più importante intervento di sostegno predisposto dalle autorità nazionali.

 

Sei dei 13 gruppi tedeschi presi in considerazione non sono risultati a fine 2011 nella condizione di superare il test patrimoniale proposto dall’EBA. Alla verifica effettuata a metà 2012 gli interventi adottati sono risultati adeguati a soddisfare i requisiti richiesti.

 

Nel valutare le prospettive del sistema bancario tedesco si colgono ombre e luci. Tra i  problemi ancora non adeguatamente ridimensionati c’è quello dei finanziamenti a beneficio di settori esposti ad una congiuntura particolarmente sfavorevole, dalla nautica all’immobiliare non residenziale all’estero. Ancora consistente è poi l’ammontare delle cosiddette attività di “livello 3”, attività eredità della crisi finanziaria 2008-09, valutate utilizzando parametri non direttamente osservabili sul mercato (cd. mark-to-model approach) e ovviamente di difficile liquidabilità: a metà 2012 i primi due gruppi tedeschi ne segnalavano in bilancio un ammontare pari al 55% del loro patrimonio netto.

 

Altrettanto importanti sono i fattori che possono mitigare favorevolmente lo scenario bancario tedesco. Il primo è costituito dal migliore posizionamento economico e finanziario della Germania nel contesto europeo, una circostanza che rende più facile il raggiungimento di un favorevole consuntivo economico (nella prima metà del 2012 le 12 maggiori banche tedesche hanno congiuntamente conseguito un risultato finale analogo a quello dell’intero anno precedente).

 

Di rilievo è poi la svolta strategica annunciata recentemente dalla Deutsche Bank, il gruppo bancario di gran lunga più importante del Paese (il suo attivo supera la somma di quello della Commerzbank e delle sette principali Landesbanken). Il nuovo vertice del gruppo ha illustrato un piano nel quale sono previste alcune rilevanti novità, tra le quali: rafforzamento patrimoniale da realizzare interamente attraverso la cessione di attività non-core (€135 mld di attività ponderate nell’arco del triennio 2013-15, obiettivo per un terzo da conseguire entro marzo 2013); ridimensionamento del contributo dell’investment banking alla formazione del risultato annuale.

 

Nel 2011 questa attività ha contribuito per quasi tre quarti al risultato lordo totale (€4 mld su un totale di €5,4 mld). L’obiettivo è quello di ridurre questo contributo al di sotto del 50%, in parte in modo virtuoso (rafforzamento delle altre fonti di ricavo) ma in parte anche attraverso un   ridimensionamento di queste attività (da qui dovrebbe pervenire oltre il 40% della riduzione dei costi del gruppo).

 

 

Da questa rapida ricostruzione emerge che le difficoltà bancarie europee non sono localizzate solo in Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia. Anche nel Regno Unito, Paesi Bassi e Germania la situazione appare complessa e i processi di risanamento in una fase ancora interlocutoria. La rilevante (ma per molti aspetti non decisiva) differenza è che nel caso di questi ultimi paesi l’intervento di sostegno/salvataggio è stato effettuato con risorse messe a disposizione dalle autorità nazionali invece che dalla Bce.

 

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