Last call: Bruxelles?

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Giovedì e Venerdì si è giocata la partita sul futuro dell’Unione Europea. Molti hanno capito il momento drammatico e trattenuto il respiro – non solo per la partita dell’Italia – e hanno sperato nella buona stella dei capi di stato nel prendere le giuste decisioni.
 
Una minoranza di economisti era convinta invece che in fondo non sarebbe successo alcunché. Altri ancora speravano invece in scelte drammatiche; che la Grecia (ma non solo) sarebbe uscita dall’Euro e forse in una minaccia simile da parte di Spagna e Italia. Forse ci sono stati tutti questi elementi. 

Io sono convinto che questa volta ci siamo davvero trovati a un turning point, molto vicini al precipizio. La conclusione del vertice sembra, dalla dichiarazione congiunta e dal comunicato e dalle prime reazioni, un successo italiano e spagnolo e anche dell’Unione nel suo cammino verso uno stadio successivo di integrazione. A un passo dalla catastrofe si è riusciti a fare uno scatto in avanti, anche se i problemi dei debiti pubblici e dei divari delle economie restano tutti sul tappeto e si dovrà verificare nei fatti i dettagli dell’accordo e la loro robustezza nel resistere al giudizio dei mercati.
Comunque è un indubbio passo in avanti, per me alquanto insperato. Va dato atto a Monti di aver avuto una grande capacità negoziale e una forza politica rimarchevole, nonostante le proposte di Berlusconi di ritornare a una moneta nazionale….     

Sapevamo tutti, chi più chi meno esperto di fiscal federalism, unioni monetarie e aree valutarie ottimali, che l’impostazione data alla moneta unica nel 1990 e dopo il rapporto Delors, aveva molti difetti sia sul piano del metodo, sia della distribuzione delle responsabilità ai vari livelli e dei compiti assegnati alla varie istituzioni, sia di governance.

Mundell era stato chiaro: era necessaria una elevata flessibilità di salari e prezzi e un’elevata mobilità di lavoro e capitale. Soprattutto l’esistenza di un vero bilancio federale superiore all’1 per cento del Pil attuale che potesse affrontare gli shock asimmetrici che si sarebbero potuti verificare nell’area europea e funzionare da stabilizzatore automatico per il tramite dei sussidi di disoccupazione e del gettito sulle imposte.
Sarebbe stato necessario un governo economico dell’area, con un ministro dell’economia dell’euro, con poteri precisi di bilancio e una banca centrale europea con un mandato diverso, simile a quello della Fed. Ciò non è avvenuto e per tanti motivi che adesso sarebbe lungo ripercorrere. Per cui l’Euro è un’unione monetaria ed economica imperfetta, parziale, incompleta, squilibrata.
Naturalmente di cui tutti hanno beneficiato, sia gli Italiani sia soprattutto i tedeschi. E che va difesa, riformata e resa sostenibile di fronte agli squilibri economici dei fondamentali oggi esistenti – nelle bilance commerciali e nei divari di produttività dei vari paesi.

Ma vediamo i punti decisivi: al primo posto ci sono i cattivi tedeschi. Cattivi perché hanno beneficiato e molto dall’euro e adesso non vogliono salvare la Grecia e soprattutto sono contrari a ipotesi di mutualizzazione del debito e di un potenziamento del fondo salva stati europeo. Gli europei non riescono a capirlo, ma a me sembra che la Germania su questo punto abbia ragione.
Perché dovrebbero sopportare un aumento del costo delle loro emissioni di titoli per l’irresponsabilità dei greci e degli altri paesi in difficoltà? Italia e Spagna in primis. La scelta di unificare il debito non garantirebbe alla Germania che i comportamenti irresponsabili di questi paesi siano rivisti e interrotti, anzi. E per questo che chiedono, se si vuole procedere su questa strada, di avere un’unione fiscale, ovvero un controllo rigido a Bruxelles dei bilanci nazionali e soprattutto delle spese pubbliche nazionali.

In sintesi: unione si, ma se controlliamo, noi tedeschi, tramite la Commissione europea, i bilanci dei paesi in disavanzo, in modo da eliminare il rischio di dover pagare una seconda volta comportamenti irresponsabili di finanza pubblica. Si deve quindi esser disponibili a rinunciare ad ulteriori quote di sovranità nazionali. Sono pronti gli altri paesi europei a compiere questo passo in avanti?
Forse l’Italia si – anche se non ne sono del tutto convinto, soprattutto se si guarda alle posizioni di certe forze politiche – ma come tutti sanno, la vera questione qui è quella francese: la Francia, infatti, è del tutto contraria a qualsiasi ipotesi di trasferimento di sovranità. E allora?

In secondo luogo, una parte delle opinioni è convinta che la Germania sia e sarà costretta prima o poi a cedere. Vuole resistere il più possibile, arrivare davvero a un centimetro dal precipizio, ma poi, sarà costretta ad arrendersi. In fondo se salta la Spagna e poi l’Italia, collasserebbe anche l’economia tedesca. Studi riservati di alcune banche hanno mostrato che il costo economico di una rottura del meccanismo dell’euro sarebbe elevatissimo per i Piigs e lo sarebbe anche per la Germania che avrebbe un colpo notevole sulle esportazioni e sui tassi di crescita. E la stesse preoccupazioni assillano Obama che sa bene che se l’economia europea non si stabilizza, la sua campagna elettorale diverrà molto difficile.

La questione però, in terzo luogo, è che se anche si accettasse la road map tedesca di un’unione fiscale e politica, questa richiederebbe molto tempo, modifiche dei trattati e via dicendo… ) E l’Unione Europea questo tempo non lo ha più. Servono misure subito, immediate, forti e giudicate credibili dai mercati.

L’accordo raggiunto giovedì notte a Bruxelles sembra rispondere in modo adeguato a due aspetti cruciali: la possibilità di ricapitalizzare le banche spagnole, per evitare che la crisi bancaria si rifletta e peggiori il debito pubblico di questo paese e la possibilità per l’Italia e altri paesi di usare la leva del fondo salva stati per acquistare titoli pubblici e stabilizzare gli spread.
Tutto questo sarà possibile solo rispettando diverse condizionalità: aver varato un piano credibile di risanamento finanziario e comunque sotto la vigilanza della Commissione europea che monitorerà il rispetto degli impegni presi e il suo timing.                   

Sicuramente si è fatto un passo in avanti nella direzione di un’unione bancaria, che accorpi la vigilanza a livello europeo e costruisca un meccanismo di assicurazione dei depositi delle banche nazionali, per evitare la fuga di capitali e la corsa agli sportelli (si parla nel comunicato di “un meccanismo di vigilanza unico”). Soprattutto è importante che i fondi del fondo salva stati (Efsf-Esm) siano utilizzabili per spezzare gli spillover tra crisi bancaria e debiti sovrani (“spezzare il circolo vizioso tra banche e debito sovrano”).
Naturalmente non è ancora chiaro da dove verranno queste nuove risorse del fondo salva stati e questo è un aspetto decisivo per la sua concreta operatività e credibilità come meccanismo di stabilizzazione. Si dovranno capire e studiare i dettagli e i meccanismi di funzionamento nei prossimi giorni per emettere un giudizio più ragionato. 

Il patto per la crescita di 120 miliardi è un altro aspetto molto positivo del vertice ma su questo io resto scettico; aspettiamo di vedere i dettagli di questo piano, anche perché è tutto da dimostrare che misure europee per lo sviluppo di infrastrutture, magari inutili, siano davvero un fattore di spinta credibile della crescita economica. Le determinanti della crescita non derivano da misure centralistiche, quantunque positive e illuminate, ma richiedono interventi concreti di apertura dei mercati, liberalizzazioni, investimenti consistenti in ricerca e capitale umano, in sostanza riforme strutturali robuste.

Resta del tutto trascurata la questione di dotare l’Unione di un vero bilancio europeo, che possa fare affidamento su risorse ed entrate vere ed effettive, che si ricordi che un’imposta comune già esiste, l’Iva, che riorienti le voci di spesa dalle attuali essenzialmente redistributive o assistenziali (vedi la Politica Agricola Comune e i fondi strutturali) all’offerta di veri beni pubblici sul piano europeo – la ricerca, la difesa, l’ambiente, la protezione delle frontiere, ecc.  

La vera questione però è il funzionamento dello scudo anti spread e la sua credibilità. Va riconosciuto che su questo punto, almeno a leggere la scarna dichiarazione, vi sia stato un indiscutibile successo di Monti, suo personale, e politico per il nostro paese. Però la sua operatività, i dettagli concreti, le risorse necessarie, chi davvero pagherà, sono aspetti tutti ancora da definire. Si è fatto un concreto passo in avanti, è innegabile, ma la necessità di riforme importanti per i paesi con disavanzi e debito elevati sono ancora fortemente presenti, in breve, i compiti a casa non sono finiti.

Tutto viene rimandato alle decisioni dell’Eurogruppo da prendere entro il 9 luglio. È una vittoria, indubbiamente, ma più realisticamente siamo solo invece all’inizio della strada verso un’unione fiscale e si spera un giorno politica, che è però tutta ancora da costruire.
 

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