La tassazione dei rendimenti finanziari dal maturato al realizzato: utilità di una riforma

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L’attuale regime fiscale sui rendimenti finanziari risale al luglio 1998. In tale data, infatti, entrò in vigore la riforma della fiscalità sul risparmio gestito, che ha rappresentato un’importante innovazione normativa sia in Italia che nel panorama internazionale.
Una delle principali novità allora introdotte è stata la tassazione dei guadagni in conto capitale su tutte le attività finanziarie possedute dalle persone fisiche (azioni, obbligazioni, derivati etc.). Per di più tale tassazione venne fissata, di regola, alla medesima aliquota, 12.50%, dei guadagni in conto reddito (cedole e dividendi), stante la sostanziale equivalenza economica delle due fonti di ricchezza. Solo i depositi e le obbligazioni private a breve mantennero l’aliquota del 27%.
 
La riforma, frutto di un disegno di alto profilo, era improntata ai due principi fondamentali della semplificazione, con aliquote ridotte da 16 a 2, e della neutralità fiscale, con un fisco teso a non distorcere le decisioni finanziarie degli operatori.
 
La tassazione del reddito maturato (tassazione per competenza) invece del reddito realizzato (tassazione per cassa) faceva parte della nuova impostazione fiscale presentandosi come più semplice in termini di amministrazione del prelievo e meno distorsiva in termini di scelte di compravendita e di riallocazione delle risorse.
 
Si trattava infatti di sottoporre a tassazione le plusvalenze maturate nell’arco dell’anno indipendentemente dal loro realizzo effettivo derivante dalla vendita dei titoli sul mercato, introducendo un principio “rivoluzionario” di partecipazione del Fisco non solo ai guadagni (con la tassazione al 12.50%) ma anche alle perdite finanziarie, con il riconoscimento di un credito d’imposta di pari aliquota, illimitato nel tempo e cedibile ad altri fondi di una stessa Società di gestione del risparmio (Sgr).
 
Questa nuova fiscalità, di facile applicazione al caso del risparmio gestito, non poteva estendersi agevolmente né al caso ordinario della tassazione via dichiarazione annuale né al caso speciale del cosiddetto risparmio amministrato (depositi titoli). La riforma dovette perciò mantenere la tassazione per cassa in questi ultimi due casi prevedendo tuttavia una sorta di “equalizzatore” come fattore compensativo capace di rendere equivalente la tassazione sul realizzato a quella sul maturato.
 
A distanza di 10 anni, si può convenire che questo è stato il punto debole della riforma. Infatti l’equalizzatore, frutto di un’astrazione eccessiva, è stato faticosamente partorito e attivato a inizio 2001 e abrogato già nel settembre dello stesso anno per la sua macchinosità. Il suo fallimento ha sancito una distorsione non trascurabile nel sistema fiscale riformato che richiede quanto prima un intervento riequilibratore, questa volta efficace.
 
La situazione attuale, infatti, senza interventi correttivi, penalizza il risparmio gestito italiano sia rispetto al risparmio amministrato (e alla tassazione in via ordinaria) sia rispetto alle gestioni estere, tutti tassati in sede di realizzo. La strada per il riequilibrio passa inevitabilmente per l’estensione della tassazione sul realizzato anche al risparmio gestito.
 
I vantaggi di un risparmio gestito tassato al momento del realizzo vanno oltre l’equità fiscale rispetto alle gestioni estere e amministrate.
 
1) Gli investitori di lungo termine (penso ai fondi pensione) potrebbero beneficiare di una più fruttifera fase di accumulo. Per effetto della capitalizzazione composta, il montante finale sarebbe esponenzialmente più elevato al crescere della durata dell’investimento.
 
2) I fondi pensione vedrebbero realizzata di fatto la tassazione EET (esente-esente-tassato) nelle tre fasi della contribuzione, accumulazione e pensione, allineandosi così ai più diffusi regimi esteri, in vista, anche qui, di un sistema previdenziale complementare pan-europeo.
 
3) Lo Stato beneficerebbe di una minor volatilità e onerosità di gettito stante il risultato comportamentale di operatori tendenzialmente avversi a vendere in perdita e quindi indotti, sia pure per via fiscale, ad allungare l’orizzonte di investimento.
 
Complessivamente, ne risentirebbe la purezza dello schema teorico di neutralità ma acquisterebbe di efficacia una nozione meno astratta ma altrettanto importante di equità fiscale.

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