La super tassa anti debito è molto bella ma impossibile

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 La questione del livello eccessivo del debito pubblico e dei modi per ridurlo è dunque tornata all’attenzione del dibattito. E non v’è dubbio che un piano di rientro sarebbe necessario per dare maggiori gradi di libertà alla politica di bilancio; si conquisterebbe anche un po’ di plauso internazionale (la speranza è dura a morire…) e una maggiore fiducia nei mercati. Tassazioni straordinarie tuttavia andrebbero accompagnate da una disciplina fiscale costante nel tempo (clausola costituzionale ?) come dimostra proprio il caso italiano: siamo stati capaci di ridurre il rapporto debito/PIL, nell’aureo decennio 1995-2004, di circa 18 punti percentuali ma oggi ci ritroviamo, anche per la modesta crescita, quasi sugli stessi livelli di venti anni fa e con buona parte dell’argenteria di famiglia già venduta.

Vorrei qui però dedicare qualche considerazione sulla fattibilità di una imposta patrimoniale straordinaria sugli immobili. La ricchezza abitativa è cospicua: essa è stimata dall’Agenzia del Territorio, a fine 2009, in 5353 miliardi di euro in mano alle famiglie e in 577 miliardi in mano alle imprese (sono abitazioni e non impianti). Una somma pari a tre volte il debito pubblico ! La distribuzione si presenta piuttosto concentrata, il che consentirebbe di lasciare completamente esenti dalla tassazione i piccoli proprietari. (nessun rischio per il “ceto medio” evocato da Di Vico nel Corriere del 30 gennaio). Diversi sono gli indicatori (riferiti al parametro dell’imponibile ICI) che attestano una relativa concentrazione: secondo l’Agenzia del Territorio, il 38% dell’imponibile ICI è concentrato nel 20% dei contribuenti; l’ultimo decile della distribuzione dell’imponibile ICI ha un valore medio (144.000 euro) che è più del doppio di quello della media degli imponibili ICI; in chi ha redditi superiori a 75000 euro l’imponibile ICI è circa tre volte quello medio (quindi chi ha le proprietà immobiliari più cospicue ha anche i redditi più alti).

L’imposta potrebbe assicurare introiti rilevanti, tali da avere effetti significativi ma non magici sul famoso rapporto debito/PIL. “Spannometricamente”, se si limitasse, per evitare la regressività, la base imponibile a quel 38% del patrimonio immobiliare concentrato nella parte alta della distribuzione delle famiglie (e lasciassimo quindi il restante 62% esente, corrispondente all’80% dei proprietari) siamo intorno ai 2000 miliardi: con un’aliquota media del 5%, da applicarsi anche a tutti gli immobili detenuti dalle imprese, si arriverebbe ad un incasso di circa 130 miliardi di euro (altro che i 900 del professor Capaldo!). Sarebbero comunque 7 punti di PIL. Aliquote più moderate potrebbero essere ipotizzate non per misure una tantum ma nell’ambito di un ridisegno del sistema impositivo.

Oggi ci sarebbero però notevoli problemi applicativi. In primo luogo, l’imponibile ICI non è una buona base per l’imposta patrimoniale dal momento che si fonda su un sistema di estimi impiantato nel dopo-guerra che ha come riferimento la rendita, e non i valori capitali (e due mercati sottostanti -affitto e vendita – sono ben diversi), della fine degli anni ottanta. In seguito ai fenomeni socioeconomici degli ultimi decenni si sono creati differenziali di valori tra i comuni e tra le diverse zone di una stessa città, con evidenti riflessi distorsivi. Di questi differenziali è la stessa Agenzia del Territorio a fornirci un quadro: il rapporto tra valori di mercato e imponibile ICI va da circa 5 a Napoli e Palermo a meno di 3 a Bari e Torino (vedi figura e tabella). Inoltre, all’interno dei comuni i differenziali tra i valori catastali e quelli di mercato, sono largamente superiori ai differenziali delle zone periferiche: il valore catastale di un immobile al centro di Roma o di Milano sono pressoché identici a quelli dei quartieri periferici ma ben diverso è il valore di mercato. Ciò comporta che i residenti in periferia abbiano un imponibile proporzionalmente molto superiore a quello dei residenti nelle zone centrali. E’ quindi verosimile che la concentrazione della ricchezza abitativa basata sui valori di mercato sia significativamente superiore a quella basata sugli imponibili ICI.

Ma per adottare i valori di mercato come base imponibile i tempi non sono maturi e alcuni problemi di accertamento non sono di semplice soluzione (chi calcola il valore di mercato e con quale criterio? il fisco che deve massimizzare gli introiti ?). Inoltre, mettere ordine negli estimi catastali (misura necessaria prima di procedere a qualsiasi imposizione) non appare oggi un’operazione semplice. Negli ultimi anni si sono infatti cumulate due riforme (con l’evidente rischio di farle male entrambe): l’intervento, peraltro piuttosto parziale, di una revisione del classamento (ma non degli estimi), previsto dalla legge Finanziaria del 2005, in alcune porzioni “anomale” del territorio comunale (dove cioè lo scostamento tra valori catastali e valori di mercato è particolarmente rilevante); revisione lasciata però all’iniziativa dei Comuni. Riforma che si è intrecciata con quella del decentramento del catasto ai Comuni, previsto inizialmente in una serie di provvedimenti, fino ad una legge delega del 2007 ma poi, a quanto è dato capire, arrestatosi con il federalismo.

Qualsiasi ipotesi di tassazione straordinaria del patrimonio abitativo dovrebbe essere discussa con riferimento a basi imponibili economicamente significative e equamente accertabili nonché con una definita ripartizione dei compiti in capo ai vari livelli dell’amministrazione. Ma, soprattutto, dovrebbe essere previsto qualche vincolo che garantisca i contribuenti sulla disciplina di bilancio, per non ritrovarsi, tra qualche anno, “tassati e mazziati”.
 
In allegato la tabella del rapporto valore OMI/valore imponibile ICI per aree urbane grandi abitazioni, fonte: Gli immobili in Italia, Agenzia del Territorio 2010.
 
 

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