La riforma fiscale, sulla carta…

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Il Corriere della Sera, sabato 7 gennaio, ha pubblicato con grande fanfara l’anticipazione dei dati delle dichiarazioni dei redditi del 2008,  presentate nel 2009. L’enfasi usata dal giornale appare del tutto ingiustificata perché la geografia fiscale che emerge dai dati è nota da molta tempo a chi si occupa di Irpef e ormai anche al largo pubblico.
 
Merita forse più attenzione l’esclusiva ottenuta dal Corriere. I dati sui siti ufficiali non ci sono: come ha fatto il giornale ad accedervi? È una prassi normale e opportuna secondo voi?
 
Ma tornando all’Irpef, il numero di contribuenti con un reddito superiore a 100mila euro è pari a 382 mila, che rappresenta lo 0,93 per cento del totale dei contribuenti. Gli individui che dichiarano un reddito superiore ai 150mila euro sono 146mila pari allo 0,35% del totale. Infine, oltre 200mila euro vi sono solo 75mila individui pari allo 0,18% del totale dei contribuenti.
 
Se si osserva inoltre che sotto 10mila euro vi sono un po’ più di 14 milioni di contribuenti, pari al 34,2 per cento del totale, e che sotto 20 mila euro vi sono circa 27milioni 500 mila contribuenti, pari al 67% del totale, la geografia fiscale italiana relativa all’imposta sul reddito personale appare alquanto chiara – e qui abbiamo citato volutamente i dati dei redditi del 2007, gli unici ufficialmente disponibili. L’Irpef è un’imposta sostanzialmente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione.
 
È evidente che la distribuzione è falsata e non riflette la vera distribuzione della capacità contributiva degli individui, che i redditi non da lavoro dipendente riescono sistematicamente a sottrarsi alla tassazione personale, per via di un’ampia evasione e facendo ricorso alle varie forme di elusione possibili.
 
Un articolo di Tito Boeri su La Repubblica del 3 gennaio si interroga sul significato della riforma fiscale. Le domande che solleva sono significative e importanti, soprattutto egli riafferma un principio su cui siamo tutti d’accordo: “bisogna tassare di più i ricchi e meno chi lavora a bassi salari”. Boeri fa poi riferimento al principio della progressività, dove invece vi sono diverse  questioni delicate.
Se è facile affermare che un sistema debba essere progressivo, poi si deve indicare con quali strumenti realizzarlo. Infatti l’Irpef attuale non funziona per questo scopo,  essendo, come abbiamo visto dai dati, e come è noto da molto tempo, sostanzialmente un’imposta sul lavoro dipendente e da pensione, quindi all’azione di redistribuzione non partecipano – o lo fanno in modo alquanto  limitato – i redditi da capitale, quelli derivanti da attività professionali e di  impresa. Il concetto di reddito onnicomprensivo si è rivelato impossibile da realizzare, in economie moderne e complesse come quelle attuali, data la natura di certi redditi e la difficoltà a stimarli in modo certo e incontrovertibile. Molti di essi sono frutto di medie, di valutazioni catastali e di stime più o meno deduttive.
 
Più che una questione di aliquote – che sono naturalmente importanti per la progressività – è perciò una questione di basi imponibili: i redditi non da lavoro, grazie all’evasione e alle notevoli possibilità di elusione, riescono a sottrarsi alla tassazione personale progressiva. Per cui ha poco senso in questa situazione insistere su aliquote nominali elevate – che realizzerebbero in larga parte solo una redistribuzione tra lavoratori dipendenti… Bel risultato! 
 
Quindi voler aumentare le aliquote sui più ricchi – principio in sé astrattamente condivisibile – potrebbe non essere efficace, non risolvere il problema della progressività, se prima non si riesce a riportare dentro l’Irpef i redditi non da lavoro dipendente, più in generale le altre  basi imponibili. Questo è vero sia che si creda agli effetti sull’offerta di lavoro, sia che si sia preoccupati di quelli possibili sulla domanda e sui redditi disponibili. Le tendenze recenti di molti paesi – soprattutto di quelli dell’Est Europa – e in generale di quelli dell’Ocse è però nella direzione di una significativa riduzione del numero delle aliquote e del loro livello e di uno spostamento della tassazione verso i consumi – per gli effetti meno negativi sulla crescita – e le altre basi imponibili.
 
O si riesce con la lotta all’evasione, la chiusura delle possibili forme di elusione, l’eliminazione della quasi totalità di deduzioni e detrazioni, a riportare la geografia dei redditi dichiarati più in linea con quella effettiva esistente nel paese, oppure si deve agire con la redistribuzione del carico tributario tra le diverse basi imponibili – quindi spostando parte del prelievo dai redditi alle altre basi imponibili – compresi i consumi, il patrimonio e le altre forme di ricchezza.

E tra l’altro sarebbe ora di aprire un dibattito serio sul criterio di capacità contributiva, sul suo significato effettivo e le sue potenzialità e di aggiornarlo con altri parametri, oltre a quello naturalmente del reddito. Ad esempio, a parità di reddito dichiarato, è ovvio che la capacità contributiva di un lavoratore a tempo determinato è nettamente inferiore a quella di uno a tempo indeterminato – se non altro per la componente di incertezza e per le altre difficoltà (accesso ai finanziamenti, mutui, ecc.) che esso deve fronteggiare. E quindi andrebbero introdotte delle differenziazioni, oltre che in base alla famiglia e alla sua numerosità, anche in base del tipo di lavoro, se si vuole del titolo di studio e, secondo alcune indicazioni della teoria recente, anche dell’età o della distribuzione dei redditi nell’arco del ciclo vitale – alquanto complesse e difficili però da realizzare.

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