La portata innovativa della legge sul federalismo fiscale

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La legge delega n. 42 del 2009 introduce in Italia il federalismo fiscale? Oppure, più semplicemente, mira a riformare quello già esistente, al fine di creare un ambiente favorevole a una gestione più efficiente della spesa degli enti territoriali?
A sostegno della tesi della «introduzione» del federalismo fiscale viene spesso affermato che, con l’attuazione della legge, verrà finalmente attribuita agli enti territoriali una responsabilità di prelievo tributario e verranno altresì finalmente aboliti i trasferimenti come fonte di finanziamento di regioni ed enti locali. È  tuttavia facile dimostrare l’infondatezza di entrambe le affermazioni.
 
Per quanto riguarda l’abolizione dei trasferimenti, va osservato che gran parte delle norme della legge delega sono dedicate alla disciplina dei fondi perequativi a favore delle regioni e degli enti locali e, indubbiamente, i fondi perequativi sono, a tutti gli effetti, trasferimenti. È inoltre prevista l’attribuzione agli enti territoriali di contributi speciali – anch’essi trasferimenti e per di più vincolati – utilizzabili dallo Stato per un ventaglio di ipotesi oggettivamente ampio. Infine, è stabilito che lo Stato – con trasferimenti, anche in questo caso vincolati – metta a disposizione delle regioni le risorse necessarie per la perequazione nei confronti degli enti locali.
 
Anche la seconda affermazione – l’attribuzione ex novo di un potere di prelievo tributario – appare, tuttavia, pretestuosa, a patto di considerare in modo oggettivo le caratteristiche del sistema di finanziamento attuale degli enti territoriali. Già ora i tributi propri – cioè quelli manovrabili da parte degli enti territoriali – assicurano, mediamente, circa il 40% delle entrate correnti delle regioni e quasi il 50% di quelle degli enti locali. Questi ultimi, inoltre, dispongono di ampie possibilità di autofinanziamento mediante canoni e tariffe, possibilità ampiamente sfruttate come l’esperienza quotidiana di ciascun cittadino può facilmente dimostrare.
 
D’altra parte, se gli enti territoriali non disponessero già di un potere di prelievo tributario, gli interventi del governo – quello attuale ma anche i precedenti – finora adottati per bloccare aumenti delle aliquote dei tributi regionali e locali non avrebbero avuto ragion d’essere. E non si capirebbe neppure perché, nel decreto legge del giugno 2008 a sostegno dei consumi delle famiglie, uno degli interventi più significativi in campo fiscale sia stato quello dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, riducendo così sensibilmente le potenzialità di gettito del principale tributo proprio dei comuni, che, nel gestirlo, avevano tra l’altro dimostrato una notevole capacità di adattarlo alle esigenze delle proprie collettività, sfruttando ampiamente le possibilità di manovra ad essi riconosciute.
 
In materia di potere impositivo degli enti territoriali sembra quindi giusto affermare che, in Italia, si è già acquisita una certa esperienza – come, del resto, nel campo della perequazione – e questo è un dato positivo, potendo facilitare l’attuazione dei principi contenuti nella legge delega.
 
Quest’ultima, al fine di promuovere l’efficienza della spesa pubblica, punta sicuramente su un ampliamento dell’autonomia impositiva, ma non solo su di esso. Si prevede infatti che a rafforzare  l’accountability degli enti territoriali concorrano anche la riforma del sistema di perequazione attraverso il riferimento ai costi e alla capacità fiscale standard e, nell’immediato, il rafforzamento dei meccanismi premiali e sanzionatori gestiti dal governo centrale.
 
In definitiva, quindi, emerge una strategia basata su maggiori controlli da parte dei cittadini, resi più probabili dal potenziamento dell’autonomia impositiva, ma anche e comunque, su più controlli dall’alto.
 
Se è vero che la legge 42 mira a riformare il sistema attuale di finanziamento degli enti territoriali, è inoltre importante, prima dell’attuazione della riforma, riuscire a mettere fuoco in modo oggettivo le caratteristiche essenziali di quest’ultimo. Ad esempio: il livello di decentramento tributario, di autonomia tributaria e di entrata; il livello di autonomia di spesa; il livello di fiscal imbalance; l’ammontare di risorse pubbliche destinate alla perequazione e la misura in cui gli attuali fondi perequativi riescono a ridurre le differenze di capacità di fiscale tra i vari enti.
 
A dire il vero, informazioni su questi ed altri aspetti del modello attuale di federalismo fiscale esistono già, ma sono frutto di analisi di singoli studiosi o istituzioni che, necessariamente, utilizzano sistemi di misurazione – in altre parole, indicatori – costruiti secondo propri criteri. In ogni caso in Italia manca – a differenza di quanto avviene in altri paesi – una pubblicazione del governo che fornisca, in proposito, dati ufficiali. Per porre rimedio a tale carenza sarebbe necessario procedere immediatamente alla costruzione di una sorta di manuale per la misurazione degli aspetti finanziari del federalismo, che individui, in modo condiviso con gli enti territoriali, gli indicatori da utilizzare e, subito dopo, li traduca in numeri.
 
Così facendo, sarebbe possibile definire degli obiettivi di miglioramento rispetto alla situazione attuale – ad esempio, di quanto si vuole incrementare il livello di decentramento tributario – e quindi, misurarne, nel tempo, il grado di raggiungimento come, del resto, dovrebbe essere ormai di prassi nella pubblica amministrazione.
 
Fissare, per la riforma del federalismo fiscale, dei target misurabili da raggiungere, potrebbe tuttavia essere ritenuto non opportuno o troppo ambizioso. Anche in questa ipotesi, costruire ed applicare al sistema attuale di finanziamento degli enti territoriali il manuale al quale prima ho fatto cenno, appare ugualmente utile. Sarebbe così possibile predisporre un punto fermo di riferimento rispetto al quale valutare, a posteriori ma in modo oggettivo, la portata effettiva dei cambiamenti indotti dall’attuazione della legge delega.
 
Tenendo conto del giusto interesse suscitato dalla riforma, in Italia e all’estero, almeno questa sembra un’esigenza da soddisfare in ogni caso.

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