La politica a colori, o forse i colori della politica

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Giorni addietro mi sono reso conto delle difficoltà che ho avuto a spiegare ad un mio vecchio amico, che vive da 30 anni in Oceania (beato lui!), chi e cosa  rappresentassero alcuni presenti in un noto talk show televisivo. 

 

 Quali interessi rappresentassero alcuni nomi “pesanti” della politica domestica. Insomma, ho fatto fatica, rendendomi così conto di essere a corto di argomentazioni valide a sottolineare i dovuti e necessari distinguo. Quasi che avessi difficoltà a rintracciare nell’attuale i miei riferimenti storici. Quelli che ho sempre ritenuto di vantare di possedere nei confronti dei miei figli. Quei valori che hanno fatto la differenza tra la destra e la sinistra. Tra i progressisti e i conservatori. Tra chi tifa per i diritti sociali piuttosto che per il mercato.

 

 In proposito, sono in molti ad avere le idee confuse, rispetto a come maturate in passato. Chi più chi meno ideologicamente. Chi ha invece le idee chiare è il qualunquista biologico. Chi ha nel sangue il qualunquismo di nuova specie, proprio lì vicino, ben nascosto tra l’uricemia e i trigliceridi! Oltre a questi hanno le idee molto chiare e “solide” tutti coloro i quali vivono di politica diretta e indiretta. Chi si arricchisce di essa e da essa. Proprio per questo ha interesse a generare sempre più confusione. Ciò in quanto, più le idee sono confuse più producono (per usare un eufemismo) per i loro portafogli maleodoranti. Insomma, se ne vedono di tutti i colori!

  

 A proposito di colori, nella politica nostrana vige il più acuto daltonismo. Diverso da quello doc, più comunemente diagnosticato e attribuito a quelle persone che non sono in grado di distinguere il rosso dal verde. Quello di moda oggi è tipico della totale cecità ai colori che rappresentano la storia, le grandi battaglie, gli ideali. 

 

 Tra i più significativi, il rosso, l’azzurro e il nero sembrano confondersi. Il bianco no, prevale! Seppure (tra)vestito alla bisogna.

 

 Tutto questo viene fuori dalla più amara delle constatazioni. 

 

 Nella destra italiana (gli azzurri), oltre ai già (forse) fascisti (neri), molto utili per le battute e le imitazioni dei comici, sono celati (altro eufemismo) i vecchi socialisti (rossi), che socialisti (forse) non lo sono mai stati. 

 

 Nella sinistra (rossi) ci sono invece tutti i democristiani (bianchi). 

 

 Su tutto, il governo Letta è pieno zeppo di esponenti di primo piano di ieri del biancofiore (che non è il cognome della Michaela, la pasionaria del berlusconismo).

 

 Insomma, tra gli azzurri, che comprendono i neri, imperano i rossi di un tempo. 

 

 Tra i rossi che non si vedono sono divenuti egemoni i bianchi. 

 

 Mancano all’appello i rossi, quelli veri. Forse ci sono ma sono diventati un po’ azzurri anch’essi. Diciamo un po’ celesti (che non è il plurale del Celeste lombardo).

 

 Quanto ai colori, anche le alternative di oggi non sembrano migliorare la tavolozza a disposizione della politica. Si affacciano all’orizzonte non identificati/identificabili colori pastello. Belli a vedersi e ad essere accettati, ma facili a confondersi e non garanti nel tempo del medesimo risultato cromatico. I colori tenui sono difficili a distinguersi nettamente perché non sono mai uguali, se confrontati l’uno vicino all’altro. 

 

 Lo sanno i bravi maestri imbianchini, dei tipo il grande Giovanni De Luca, restio ai rattoppi. 

 

 Lo dimostrato i capolavori naif del grande maestro croato Ivan Rabuzin con i suoi grandi boschi dalle querce rosa e dagli ontani celesti, mai della stessa tonalità.  

 

 All’appello mancano, dunque, i colori che servono per distinguerci. 

 

 Quelli che fanno le differenze e offrono certezza ai loro diretti sostenitori, all’asciutto di rappresentanti palesi nelle loro espressioni istituzionali quotidiane. Che traducano correttamente in provvedimenti il soddisfacimento dei bisogni dei loro rappresentati. Che non si confondano l’un l’altro nel continuare a godere dei privilegi economici che la politica garantisce loro complessivamente. Che sappiano amministrare gli enti locali e regionali con l’obiettivo di perdere alle elezioni successive, sì da rendersi garanti reali del perseguimento di ciò che è utile alla collettività, da godersi ove mai a distanza, e non già alla loro immagine. Al loro autoriprodursi nel tempo sino ad assicurare il “posto” agli eredi e la “postazione” alla claque, sempre più mercenaria. 

 

 Girano i colori senza più identificare nulla. Girano sempre di più i cognomi, persino acquisiti more uxorio. Girano vorticosamente le mazzette. Girano le … ai cittadini che non ne possono più.

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