La lotta ai cambiamenti climatici: da Copenaghen a Washington

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Diciamo che, viste le premesse, è finita come doveva finire. È già difficile mettere d’accordo 187 paesi sui massimi sistemi (i diritti dell’uomo, la pace etc), figuriamoci se si tratta di controllo alle emissioni, trasferimenti di risorse finanziarie e tecnologiche. E quindi l’accordo non c’è stato, ma solo una dichiarazione con tanto di allegati ancora da riempire, firmate da cinque paesi.
Jeffrey Sachs è naturalmente disperato ma questo non ci stupisce, convinto com’è che il bene debba vincere e quando non vince è perché gli uomini sono dei villains. Se Copenaghen segnasse la fine delle conferenze ONU sul clima sarebbe però un bel risultato. La cooperazione internazionale sul clima è necessaria ma deve prendere strade diverse e da questo punto di vista la lezione di Copenaghen può essere utile, a cominciare dall’obiettivo impossibile di negoziare un accordo esteso a tutto il pianeta. Così almeno la pensa il Financial Times che sottolinea come approcci massimalisti con accordi globali siano molto difficili da coniugare e come i limiti vincolanti alle emissioni, fissati con decenni di anticipo, siano la ricetta per concludere poco.
L’Europa ha fatto una figura assai modesta. In realtà, come ho già argomentato qui la politica della Commissione nella lotta al cambiamento climatico ha adottato dall’inizio una politica troppo sbilanciata sullo strumento cap and trade e questo ha contribuito, e non da oggi, ad isolarla nei negoziati: grande alfiere della lotta ai cambiamenti climatici non è stata chiamata alla firma dell’accordo e si è ritrovata allineata sulle stesse posizioni dell’isola di Tivalu …
Rimane aperta la grande questione: cosa faranno gli USA a casa loro ? Gli entusiasmi iniziali si sono smorzati e l’amministrazione americana ha un problema: non riesce a far passare la legge sul controllo delle emissioni e si avvicinano le elezioni per il Congresso. Il famoso columnist del NYT, Thomas Friedman propone, per smuovere l’opinione pubblica americana, una sorta di “Corsa alla terra”, evocativa della “Corsa allo spazio” degli anni della guerra fredda: si dovrebbe enfatizzare non tanto il tema della lotta ai cambiamenti climatici ma una nuova rivoluzione industriale “verde e sostenibile”. Basterà cambiare la comunicazione politica per far diventare gli USA una “green economy”? In realtà, dietro l’auspicio della nuova rivoluzione industriale si cela la richiesta di ingenti sussidi pubblici alle industrie produttrici di tecnologie. E il bilancio federale non è propriamente in good shape. La vera partita del nuovo decennio sulla lotta ai cambiamenti climatici si giocherà a Washington nei prossimi mesi.

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