La Frode, ovvero della fine dell’uguaglianza

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Sembra che ormai non si parli d’altro. Ovunque si decreta la fine dell’uguaglianza. È diventata un’ovvietà. Se sino a qualche anno fa sembrava il fondamento di ogni stato democratico, il diritto irrinunciabile e l’obiettivo principale di secoli di discussioni e di lotte, oggi l’uguaglianza sembra d’improvviso un valore superato, un’aspettativa sconfitta dalla logica prima che dalla storia stessa.

 

Eppure il principio stabilito dalla Rivoluzione americana e recepito nella Dichiarazione d’indipendenza recita esplicitamente “Tutti gli uomini sono stati creati uguali” e lo stesso Obama ne ha ribadito la validità e la forza nel discorso d’esordio per il suo secondo mandato. Tuttavia, il crollo dei consumi, il progressivo impoverimento del ceto medio e il processo di crescente polarizzazione dei redditi, sembrano segnare anche la crisi dell’uguaglianza come valore da difendere e tutelare, ovvero dell’uguaglianza intesa come priorità di ogni governo costituzionale occidentale. Al contrario, e al di là delle legittime differenze, si allarga pericolosamente la forbice tra i sempre più ricchi e coloro che giorno dopo giorno vedono ridursi drasticamente il proprio potere d’acquisto, tra quelli cioè che, per citare un’espressione nota, “guadagnano più di quanto possiedono” e coloro che “possiedono più di quanto guadagnano”.

 

È in questo contesto che si colloca l’ambientazione dell’americanissimo film La frode, con i suoi interni superlussuosi, gli abiti eleganti e le luci morbidamente soffuse. Col fiato quasi sospeso, assistiamo all’intrecciarsi di vicende che ruotano intorno al denaro, alle astuzie per conservarlo e accrescerlo, alla capacità di capovolgere a proprio vantaggio le situazioni più drammatiche. I dialoghi sono credibili, le atmosfere ben costruite e il film cattura con la sua carica di tensione e di cinismo. Siamo in America, a New York, e c’è anche un giovane nero con piccoli precedenti penali – uno di quel 99% di cui parlano gli slogan del movimento “Occupy Wall Street” – che giocherà il ruolo di ago della bilancia. Spetta a lui dover decidere, seppure solo per qualche momento, se il superricco potrà essere scagionato oppure se sarà perduto per sempre.

 

A fronte di quell’enorme massa del 99%, l’1% di superricchi ha intascato negli States il 93% dell’aumento del reddito generale, come ricorda Antonio Polito nell’inserto La Lettura del “Corriere della Sera” del 17 marzo 2013, e i dati mostrano ricadute agghiaccianti dell’aumento delle disuguaglianze: oltre al calo della solidarietà, il crescente squilibrio tra i valori di giustizia sociale, libertà e parità di diritti tra diversi. Tutto questo sembra voler esserci nel film di debutto alla regia sul grande schermo di Nicholas Jarecki, La frode. In realtà, il titolo in italiano suona più complesso: “La frode. Sesso potere e denaro sono il tuo miglior alibi”, in cui si disperde però l’incisività del semplice Average.

 

Richard Gere è qui Robert Miller, imprenditore, finanziere, uno di quei few 1% che l’immaginario americano ha ritratto in tanti film di successo e non. Elegante, senza scrupoli e dotato di grande determinatezza, il magnate Miller è anche un perfetto family man, con moglie devota (Ellen è Susan Sarandon), figlia affezionata (Brit Marling nel ruolo di Brooke), e persone di assoluta fiducia come consiglieri e amici. E un’amante, ovviamente: la mercante d’arte, Julie Côte, che nel film è una Laetitia Casta di poche, anzi pochissime parole, costretta per lo più a lanciare sguardi infuocati e sms telefonici al vetriolo. Lei vorrebbe che lui lasciasse sua moglie per lei. Per quanto sembri innamorato, ovvio che lui non ci pensa nemmeno, benché oltre alla casa compri i quadri che lei espone senza badare al prezzo.

 

Un evento tanto improvviso quanto cruento rende tragico il già drammatico scenario della saga dei Miller. Si scopre che il loro impero economico ha valori del tutto gonfiati, che ci sono ammanchi finanziari di dimensioni enormi con il conseguente crollo del valore azionario. Robert tenta di vendere il suo patrimonio prima che sia troppo tardi e contratta la cessione della Old Hill a una importante banca americana. Il peggio sembra inevitabile, ma Miller riesce a trarre in inganno il potente banchiere che rinvia l’acquisto per accaparrarsi l’impresa a un prezzo più basso. “Io continuerò a godermi i miei profitti”, dice Miller al banchiere, minacciandolo. L’epilogo mostra tutta l’astuzia di una donna apparentemente ignara, ma anche molto di più.

 

Il film sembra offrire talvolta soluzioni già viste o seguire sentieri già battuti, ma La frode li sperimenta in una chiave nuova e se non nuovi sono certamente ben congegnati i dialoghi, chiaramente definiti i personaggi e autentiche le reazioni che riescono comunque a suscitare. Interessante è anche la rappresentazione di un nuovo genere di ricchezza, di cui il film disegna i tratti e l’arroganza. Robert Miller non appartiene soltanto a un’élite, ma è uno di quei cacciatori di rendite dalla ricchezza impalpabile e sfuggente, come creata dal nulla, in laboratorio, e proprio per questo ancora più aggressiva e incontrollabile.

 

 

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