La favola dei contributi sociali al settore pubblico

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La situazione italiana è talmente complicata e siamo arrivati alle favole! Si cerca di raccontarle ai propri figli nella speranza che si addormentino. I miei spero che abbiano apprezzato quelle di gatto Pippo..!

 

Più seriamente, è circolata l’idea di permettere ai lavoratori di decidere se versare una parte del Tfr o dei contributi aziendali che vanno ai fondi pensione, o restano in azienda, allo stato, in particolare all’INPS. Ho grande stima per questo istituto che ha un compito difficile: riscuotere i contributi, pagare le pensioni, gestire la spesa assistenziale, svolgere un’attività ispettiva delicata e molto altro ancora, in particolare per chi lo dirige con competenza – il presidente e la struttura dirigenziale. Ritengo però questa idea sbagliata per vari motivi.

 

Innanzitutto, l’INPS già percepisce parte di queste risorse. Nel 2007, quando si lanciarono i fondi pensione, si decise infatti che il Tfr delle imprese con 50 e più addetti, se non destinato ai fondi pensione, non sarebbe rimasto in azienda ma confluito in un fondo di tesoreria gestito dall’INPS. Ci deve essere su questo fondo un’ampia trasparenza: usando dati pubblici Istat e Inps, si può stimare che ogni anno, su un totale di Tfr maturando di circa 22/23 miliardi, 5,5 miliardi vanno ai fondi pensione, circa 11 restano in azienda e 6 confluiscono a questo fondo.

 

Quindi dovremmo aver superato, dopo 6 anni, ed errando per difetto, i 30 miliardi, una bella cifra. Non sarebbe il caso di chiarire quale sia la consistenza del fondo e quale il suo utilizzo? Finanziare spese di investimento e progetti infrastrutturali – come prevedeva la legge – oppure ripianare i disavanzi sanitari? Chi ha deciso la destinazione? La Ragioneria e la Corte dei Conti hanno controllato? C’è stata evasione contributiva? Questo vorremmo sapere, e nonostante diversi tentativi non si hanno informazioni ufficiali – almeno io non le ho.

 

Nell’attesa di riceverle, è bene ribadire perché la devoluzione delle risorse contributive o del Tfr al settore pubblico è un’idea che non convince. Non sarebbe, infatti, un’entrata netta, a meno di non pensare a un sequestro argentino-polacco, quindi non migliorerebbe strutturalmente il bilancio – si forse per qualche anno, ma poi ci sarebbe un’uscita netta. L’idea di lasciare libertà di scelta ai lavoratori nelle decisioni di risparmio, se condivisibile, almeno sul piano dei principi, andrebbe allora applicata anche su parte dei contributi obbligatori, con un opting out che recuperi le risorse che vanno adesso al primo pilastro. Perché liberalizzare la destinazione del Tfr e non anche quella sul resto delle risorse?

 

Ma a rilevare è soprattutto un altro aspetto: a quale gestione si sta pensando? Una a ripartizione, come quella di tesoreria esistente, o una a capitalizzazione? La prima opzione neutralizzerebbe il possibile effetto positivo sull’economia e farebbe emergere la tentazione di usare queste risorse per fini politici; mentre la riproposizione dell’idea di un fondo a capitalizzazione pubblico è inopportuna per vari motivi: chi sceglierebbe gli investimenti? Con quali criteri? e per quali ragioni si dovrebbe gestire in maniera più efficiente queste risorse rispetto ai fondi pensione? Al di là delle eventuali economie di scala, che l’Inps potrebbe avere nella gestione delle risorse, le vere questioni quando si discute di Tfr sono la democrazia economica e il rischio politico.

 

L’aspetto delicato è quello della governance ma anche il rischio che gli investimenti siano decisi con finalità di politica economica, anche comprensibili ma non coincidenti con la sana e prudente gestione delle risorse. Il vero vantaggio dei fondi pensioni non è tanto nei rendimenti che possono conseguire, o nelle chance che offrono alla finanza per lo sviluppo, adesso di moda, ma nel fatto che l’allocazione delle risorse sia decisa non da un ministero ma dai Cda dei fondi pensione, che meglio tutelano l’interesse dei lavoratori rispetto alle direttive pubbliche.

 

La vera domanda fondamentale è però più complessa: è possibile accumulare riserve nel settore pubblico? Se l’accumulazione avviene all’interno di un fondo pubblico, i funzionari governativi saranno i responsabili dell’allocazione finale delle risorse tra le alternative possibili. Il timore è che le decisioni di investimento siano guidate da considerazioni politiche, con l’effetto di ridurre il rendimento degli investimenti, o che le risorse siano destinate a impieghi poco produttivi e producano intromissioni nelle decisioni dei manager delle imprese – e la vicenda recente dell’uso di Poste per Alitalia è illuminante al riguardo; ma lo stesso si potrebbe dire per la modifica delle regole in materia di rivalutazione delle pensioni Inps o della liquidazione dei dipendenti pubblici…

 

Gary Burtless in un bellissimo articolo del 2000 scriveva: “In un sistema privato basato su conti individuali, l’autorità di decidere l’accumulazione spetta a milioni di lavoratori. Sono i lavoratori e i gestori dei fondi − non i funzionari pubblici − a esercitare l’autorità ultima sull’allocazione degli investimenti. La questione cruciale è perciò: le istituzioni politiche di un paese permetteranno l’accumulo di riserve all’interno di un sistema pensionistico pubblico? Essa sarà controbilanciata da una riduzione delle imposte o da una maggiore spesa pubblica non pensionistica, eliminando l’effetto positivo sul risparmio nazionale?

 

Anche qualora si raggiungesse l’accumulazione di riserve pensionistiche, esse saranno investite prudentemente? O l’influenza politica destinerà gli investimenti a progetti non economici?”.

 

 

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