La cura dell’obesità: uno strumento per contenere la spesa sanitaria

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Pubblicato il 17 agosto 2013 sul Sole 24 Ore

 

Lo squilibrio dei bilanci pubblici spinge i paesi Ocse a trovare soluzioni concrete per contenere la spesa sanitaria. Vi sono infatti fattori di aumento dei costi oggettivi e poco comprimibili, dati dal forte aumento della capacità diagnostiche, dall’offerta di nuovi medicinali, dalle terapie sempre più sofisticate, dalla longevità della popolazione, che aumenterà sensibilmente l’utilizzo delle strutture sanitarie. Alla crescita oggettiva dei costi si associano anche modifiche importanti nelle patologie, legate all’aumento della speranza di vita, agli stili di vita degli individui e alla modifica dell’alimentazione.

 

Nel corso degli ultimi 30 anni è chiaramente emersa una nuova epidemia: l’obesità. Si stima che circa 2 miliardi della popolazione mondiale sia lievemente o mediamente obesa. Di questa popolazione una quota rilevante è rappresentata da bambini e infatti l’obesità pediatrica rappresenta un’emergenza sanitaria che solo nel nostro paese coinvolge, stando ai dati del Ministero della salute e del suo progetto “Okkio alla salute 2012”, circa 2.000.000 di bambini/adolescenti.

 

Il perché di tale fenomeno è in gran parte legato alla quantità e alla qualità dell’alimentazione e alla riduzione drammatica dell’attività fisica. La mancanza di una diagnosi tempestiva, in età pediatrica, è causa dell’elevato utilizzo di risorse sanitarie che gli individui obesi richiederanno nel futuro. Secondo una recente indagine del CREMS, “i soggetti malati con patologia non diagnosticata, consumano, infatti, in 10 anni, il doppio delle risorse sanitarie per visite mediche ed esami diagnostici rispetto a chi non ha queste patologie”.

 

L’obesità presenta costi sanitari diretti e indiretti. Quelli diretti sono legati al consumo di risorse per la diagnosi e la cura della patologia, il consumo di medicinali e di ospedali per gli eventuali ricoveri. Vi sono però anche notevoli costi indiretti: gli individui obesi sono meno produttivi, si assentano di più dal lavoro, studiano meno, in sostanza sono molto meno “performanti”degli omologhi sani.

 

La stima di questi costi è complessa, richiede campioni specifici di rilevazione e di controllo, può presentare problemi di endogeneità. Tuttavia negli Usa si calcola un costo, per individuo in sovrappeso, di almeno 1.500 dollari annui (3.000 per l’obesità severa). Se calcolassimo anche i costi indiretti dell’obesità, la cifra potrebbe anche raddoppiarsi! Il costo diretto negli Usa è pari a circa il 9% della spesa sanitaria complessiva, circa 147 miliardi di dollari nel 2010. La stima dei costi dell’obesità per il NHS inglese arriva a circa 5 miliardi di sterline ogni anno.

 

Un buon esercizio per capire quale dilemma avremo davanti tra pochi anni nel nostro Paese è provare a calcolare quanto ci costeranno 1.500.000 di bambini obesi che abbiamo in questo momento in Italia. Per rendere concreta con dei numeri una situazione clinica apparentemente teorica, si può fare riferimento ai dati dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, concernenti i ricoveri registrati dall’UOC Malattie Epatometaboliche nei primi 6 mesi dell’anno in corso. Per ogni 100 bambini obesi si sono osservati 63% affetti da Steatoepatite con quadri avanzati di fibrosi (condizione precirrotica), 40% affetti da “insulino resistenza” (patologia che nel tempo porta al diabete tipo II), 37% con “early ventricular disfunction” segno iniziale di cardiopatia, 55% affetti da apnee notturne, 47% affetti da pre-ipertensione arteriosa, 65% affetti da ipercolesterolemia o ipertrigliceridemia, 50% affetti da disturbi del metabolismo (iperuricemia, ipovitaminosi D, deficit di apolipoproteine, ecc.).

 

Queste patologie, agli esordi, durante l’età adolescenziale, sono ancora reversibili; se lasciate invece progredire, senza adeguata prevenzione/terapia, avranno un impatto devastante sulla spesa sanitaria e la sostenibilità del “sistema salute Italia”. Quindi un attacco deciso all’obesità ed alle sue complicanze, nel momento di massima efficacia come quello adolescenziale potrebbe comportare risparmi di costi significativi e soprattutto un aumento della salute della popolazione.

 

Pur con tutte la cautele che sono necessarie, quantificando un costo sanitario aggiuntivo per pazienti obesi di circa 2 mila euro all’anno, emerge un possibile risparmio di spesa dell’ordine di 3 miliardi circa all’anno – e la stima si riferisce solo ai costi diretti; potrebbe arrivare ad oltre i 6 miliardi se venissero inclusi anche quelli indiretti, seguendo le procedure americane.

 

Gli economisti privilegiano gli strumenti di mercato, cioè le tasse sulle sostanze caloriche, le bibite gassate, il fat-food. Tuttavia, come sappiamo questi strumenti non risolvono il problema, possono interferire con le libertà personali, ma soprattutto hanno evidenti effetti regressivi, dato che gli obesi sono molto più presenti negli strati poveri della popolazione. Il vero fattore cruciale è invece l’informazione, l’educazione e la sensibilizzazione nelle scuole e nei posti di lavoro. Campagne che costerebbero poco ma che sarebbero in grado di produrre risparmi di spesa enormi.

 

Come ricordava l’Economist recentemente, George Orwell nel 1937 sosteneva che “la modifica della dieta potrebbe essere più importante di quella della dinastia o anche della religione”. La riduzione dell’obesità, agendo già dall’età prescolare, è una delle soluzioni cruciali per contenere i costi della spesa sanitaria nel nostro Paese.

 

 

 

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