La crisi finanziaria e il governo europeo della politica economica

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Ieri, nove maggio 2010 – nel sessantesimo anniversario della dichiarazione di Robert Schumann che diede il via alla costruzione europea – finalmente l’Europa ha varato un pacchetto di misure che non solo dovrebbe stabilizzare la finanza pubblica della zona euro, ma rappresenta anche un concreto passo in avanti verso un governo europeo comune della politica economica.

L’Unione lancia un piano coraggioso di misure per stabilizzare la crisi finanziaria e di debito e mette sul piatto 500 miliardi di euro direttamente, più la propria quota di altri 250 miliardi circa di provenienza FMI. Ma accanto alle cifre nude e crude (comunque davvero non trascurabili: 750 miliardi sono circa sei punti di PIL UE), ci sono una serie di novità istituzionali che si traducono in nuovi compiti e responsabilità, per la BCE e per la Commissione.

Avremo modo di tornare nel merito di queste misure, ma citiamo almeno in modo molto sintetico le principali, per quello che è dato capire questa mattina del 10 maggio (si veda qui, qui, qui e qui). È stato creato un meccanismo di salvataggio in base al quale la Commissione europea e i governi si impegnano ad acquistare titoli pubblici degli altri paesi, questi ultimi attraverso “a special purpose vehicle that is guaranteed on a prorata basis by participating member states in a coordinated manner” – il tutto per un importo pari a 500 miliardi di euro.

A questa somma si aggiunge un’ulteriore disponibilità dell’IMF di oltre 220 miliardi di euro per un totale di 720-750 miliardi. La BCE – e questo è un punto essenziale del pacchetto – ha dato la sua disponibilità “to intervene in government bonds markets” e questo è davvero forse il punto cruciale e inaspettato: ovvero che essa interverrà e acquisterà, se necessario, titoli del debito pubblico dei paesi dell’area euro in difficoltà. Quindi la clausola inserita nei trattati del no-bailout è stata di fatto rivista.

Qui ci limitiamo a notare come sia stata la paura – la paura del fallimento di paesi sovrani – a spingere l’Europa a reagire, dopo aver perso parecchi mesi in dubbi e incertezze, mentre la gravità della crisi greca avrebbe richiesto risposte immediate, decise e robuste. È tutto era già chiaro molti mesi fa’, ad esser cattivi diversi anni fa’, quando si diede avvio alla costruzione dell’unione monetaria e all’euro senza dotarsi di un governo comune della finanza pubblica.  

La Germania soprattutto presa da scadenze politiche interne e dal timore di diventare il finanziatore degli squilibri di bilancio altrui, dell’irresponsabilità fiscale e del moral hazard, si è alla fine convinta che l’attacco dei mercati finanziari contro l’euro avrebbe comportato conseguenze drammatiche anche su altri paesi, determinando un contagio esteso e quindi una crisi di debito e la fine dell’euro.

In questo scenario dominato dagli egoismi nazionali, non crediamo che improvvisamente la Germania abbia ceduto alle pressioni e abbia aumentato il suo tasso di altruismo; si è solo resa conto che la crisi non solo avrebbe fatto saltare alcuni paesi dell’Europa mediterranea, ma sarebbe arrivata anche in casa, perché l’avrebbe privata di un bene comune a cui tiene molto, l’euro e la costruzione europea.

Avevamo su questo sito già diverse volte auspicato la creazione di un Tesoro europeo e richiamato l’attenzione sulla necessità di uno sviluppo ulteriore della costruzione europea sul piano della governance economica e del bilancio dell’Unione. Se queste decisioni prese ieri sera equivalgano di fatto alla creazione di un Tesoro europeo, o all’embrione di una vera e propria “unione fiscale europea” è forse presto per dirlo, anche se la stampa inglese sembra già esser convinta (qui) e sapere tutto al riguardo.

Nonostante le tesi di illustri economisti “americani” – che addirittura propongono 2 euro, uno del Nord, uno del Sud, come se non bastassero le difficoltà di uno solo; tanto varrebbe allora ritornare a 16 euro, ovvero alle monete nazionali! – crediamo nel progetto europeo. Ma non per scaricare su tutti l’irresponsabilità fiscale di alcuni, Grecia, Portogallo e Spagna in primis, quanto invece per avere strumenti più efficaci di azione e soprattutto maggiori poteri di controllo.

Nei fatti l’Europa non rispetta diverse delle condizioni di funzionamento delle aree valutarie ottimali: c’è scarsa mobilità, una troppo modesta flessibilità dei salari e dei prezzi, caratteristiche (e specializzazioni) diverse delle varie economie. Soprattutto non esiste un bilancio comune che possa agire nei momenti di necessità e difficoltà. Mancano quindi diversi meccanismi di aggiustamento spontaneo degli shock, come anche una possibile azione macroeconomica dei poteri pubblici e dei governi. Diversamente dagli Usa, dove i cittadini si spostano dal Massachusetts alla California o da questa al Texas, la mobilità in Europa è molto limitata per varie note ragioni.

Ma appunto, e la storia dell’Unione lo dimostra, quando si fa un passo in avanti sul piano dell’integrazione economica e istituzionale, poi diventa difficile restare a metà. La governance dell’euro, con una Banca centrale con i poteri che le sono attribuiti dai Trattati non è sufficiente a garantire la stabilità dell’area. Occorre andare avanti.

Naturalmente – e su questo ha ragione la Germania – serve anche una maggiore disciplina di bilancio, una maggiore capacità di controllo da parte della Commissione dei bilanci nazionali e delle effettive dimensioni della spesa pubblica, delle imposte e dei relativi disavanzi per evitare comportamenti da free rider e lo scarico sui paesi vicini della propria irresponsabilità fiscale.

E il miglior controllo o forse il più efficace avviene naturalmente nelle varie capitali europee, dove i governi dovranno imparare davvero ad applicare la responsabilità fiscale, a contenere la spesa e ad adottare riforme economiche che potenzino la crescita e la competitività – qui gli speculatori c’entrano davvero poco e il messaggio per i paesi in disavanzo è molto chiaro.

E ha ragione la Germania anche perché un debito di un paese può essere in parte garantito da altri paesi; ma poi lo stesso paese deve agire per ridurlo, con i tagli di spesa, l’aumento delle imposte e/o la crescita economica – escludendo l’uscita dell’euro e l’inflazione come mezzi alternativi.

Il debito greco girato pro quota alla Spagna e al Portogallo non ne migliora la sua sostenibilità, forse alla fine del tragitto ci sono solo le risorse della Francia e della Germania. Che hanno però anche loro i loro bei problemi di finanza pubblica e non è chiaro perché dovrebbero pagare per l’irresponsabilità fiscale altrui. Per cui ben vengano piani comuni e persino un Tesoro europeo ma la disciplina fiscale deve restare una priorità degli Stati membri.
 

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