La crisi dell’Europa e le riforme economiche in Italia

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Nonostante i 750 miliardi messi in campo – anche se finora solo sul piano potenziale – la situazione di crisi dell’euro e delle economie europee non accenna a calmarsi. E non può che esser così, poiché oltre alle debolezze europee, ai vuoti istituzionali su cui si è sostanzialmente concentrato il dibattito di questa settimana (si vedano i nostri commenti qui e qui), resta, tra le altre questioni, quella sostanziale e di fondo: la sostenibilità delle finanze pubbliche europee, il peso dei disavanzi e dei debiti pubblici nazionali, che ha convinto i mercati, dopo il caso greco, a diffidare delle facili assicurazioni dei governi sulla risolutezza a rientrare presto e facilmente dal debito.
In questa settimana di fatto ogni giorno si è avuta notizia di piani più o meno ambiziosi di riduzioni dei deficit e di risanamento delle finanze pubbliche. E il menu utilizzato dai governi è stato molto ampio ma con alcuni fattori comuni: dal congelamento, anzi dalla riduzione decisa, delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, fino a ulteriori riforme pensionistiche – chiusura di finestre, restringimento del profilo dei benefici, innalzamento drastico dell’età pensionabile per i dipendenti pubblici o per le donne, ecc. – dal blocco di diverse voci di spesa pubblica fino a aumenti più o meno diffusi delle imposte e del prelievo tributario.
Il dilemma che si pone all’Europa e ai paesi membri della zona euro è molto chiaro: da una parte solo una sforzo serio di consolidamento fiscale, realizzato con misure precise di riduzione dei disavanzi e dei debiti potrà calmare i mercati, almeno si spera…. Ma proprio queste misure sono d’altra parte la fonte stessa del dubbio da parte dei mercati, dati gli effetti deflazionistici che essi possono avere: riducendo la crescita essi potrebbero rendere non credibili i piani di risanamento.
Abbiamo un sentiero molto stretto: da una parte i paesi dell’area euro devono assumere piani di stabilizzazione delle finanze pubbliche seri e credibili; ma tanto più questi piani lo saranno, quanto più essi ridurranno le potenzialità di crescita, che è invece l’unica soluzione virtuosa per uscire nel medio-lungo termine dalla situazione attuale.
Per l’Italia questo stato dei fatti si pone in modo alquanto delicato, visti i ridotti margini di manovra che abbiamo a disposizione. Tra l’altro, la necessità dell’introduzione di un ulteriore piano di risanamento della finanza pubblica arriva quando si erano create le condizioni politiche per una seria e profonda riforma fiscale che avrebbe potuto accrescere l’equità del prelievo e le potenzialità di crescita all’economia italiana. Invece, nel nuovo contesto, le prospettive di quest’ultima sono indubbiamente minori, come anche le chances di realizzazione del progetto del federalismo fiscale.
Infatti, se è vero che se ben realizzato il decentramento fiscale potrebbe permettere una significativa riduzione delle spesa pubblica e degli sprechi – soprattutto degli enti locali e delle regioni, chiamandoli così a partecipare fattivamente allo sforzo generale di risanamento della finanza pubblica – è anche vero che presenta molte criticità tecniche e applicative che ne potrebbero sconsigliare l’adozione in tempi di crisi – o almeno a rinviarne l’applicazione per uno o due anni.
Più in concreto, sicuramente nel nostro paese sarà necessaria una manovra sul settore pubblico – ad esempio, il rinvio del rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, forme di freeze delle retribuzioni, blocco del turn over e così via. Lo stesso si può pensare per il settore pensionistico, dove oltre a misure tipiche di slittamento degli impegni – blocco delle finestre di uscita, rinvio del pagamento delle liquidazioni dei dipendenti pubblici, ecc. – potranno essere necessarie misure strutturali come l’innalzamento dell’età pensionabile.
D’altro canto, non appare nemmeno possibile ipotizzare un aumento della pressione tributaria, per non ridurre ulteriormente le potenzialità di crescita dell’economia. Allo stesso tempo, non appare più tollerabile la dimensione attuale dell’evasione fiscale che ogni anno sottrae all’economia italiana tra i 100 e i 150 miliardi – e ci teniamo volutamene bassi per difetto. È impensabile poter recuperare d’un sol colpo importi di queste dimensioni, ma se si riuscisse a recuperarne una percentuale tra il 10 e il 20 per cento di questa somma, sono evidenti gli effetti positivi sulla stabilità dei conti pubblici – ma anche il possibile effetto deflattivo che risulterebbe dall’aumento implicito della pressione fiscale
Il vero punto cruciale è che solo la crescita economica può risolvere la situazione italiana. Vanno perciò da subito escogitate misure concrete per questo obiettivo e ripresi i percorsi di riforma per lo stimolo alla crescita. Ad esempio, con le liberalizzazioni di settori con assetto poco concorrenziale, con la riduzione del peso del rent seeking e delle diverse corporazioni, come gli ordini professionali.
 

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