La crisi del Welfare in una visione di lungo periodo

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La crisi del Welfare in una visione di lungo periodo[1]

Mario Dal Co[2]

 

 

Le difficoltà del Welfare e in particolare il suo crescente distacco nei confronti delle domande di protezione sociale delle nuove generazioni pongono questioni che possono trovare risposta in una visione di lungo periodo, che proponiamo nel paper Dallo Stato Sociale risparmiatore al Welfare consumatore su Crusoe.

Con  Stato Sociale  indichiamo le istituzioni che caratterizzano lo sviluppo del sistema previdenziale in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso e con il termine Welfare lo sviluppo successivo fino ad oggi.

Lo Stato Sociale,  consolidatosi in Italia nella prima metà del XX secolo, ha acompagnato il processo di trasformazione da economia agricola a economia industriale, e ha garantito l’accumulazione di un enorme risparmio con cui, ben al di là del finanziamento delle “assicurazioni sociali”, come si chiamavano,  ha finanziato la spesa pubblica: dalla sanità, alle infrastrutture, dall’istruzione, alle case popolari.  Lo Stato Sociale ha rappresentato un gigantesco volano di sviluppo, accrescendo gli investimenti in infrastrutture e in  capitale fisso sia produttivo sia abitativo. Lo Stato Sociale è stato quindi orientato  alla creazione di posti di lavoro; oltre ad assicurare la previdenza sociale, ha rappresentato un fattore chiave della modernizzazione.

Il tasso di copertura previdenziale, ossia il rapporto percentuale tra contributi e prestazioni scende, nella fase costitutiva dello Stato Sociale, da oltre 1000  dei primissimi anni ad un rapporto mediamente superiore a 130 durante la grande crisi degli anni ’30.

Nel periodo  successivo alla seconda guerra mondiale, tra l’autunno caldo e lo Statuto dei Lavoratori, viene esteso lo Stato Sociale e diviene il Welfare che conosciamo, che provvede a tutti i bisogni: sanità, pensioni, cassa integrazione diventano i pilastri di un sistema redistributivo che prescinde  dall’andamento del rapporto contributi /prestazioni. Se lo Stato Sociale era un generatore di risparmio e quindi finanziatore di investimenti e creatore di posti di lavoro, il Welfare entra in competizione con il risparmio privato, ne assorbe una parte crescente e lo usa per finanziare i trasferimenti alle famiglie e quindi sostanzialmente i consumi.

Dalla riforma delle pensioni del 1969 in avanti, i contributi rimarranno sempre al di sotto delle prestazioni con disavanzi crescenti, pari a oltre il 20% fino ai giorni nostri, nonostante l’incremento dei contributi che passano dall’11,5% al 14% del PIL. Sono gli anni del trionfo del Welfare imprevidente, poiché le estrapolazioni demografiche già allora avrebbero dovuto allarmare e stimolare ad una riduzione del ruolo onnicomprensivo dello Stato Sociale, creando spazio per la previdenza complementare e stimolando, non distruggendo, la formazione del risparmio. Nel frattempo le dinamiche della popolazione, del mercato del lavoro, della società mettono in crisi la natura universalistica, rigida, standardizzata delle prestazioni, basate su modelli di famiglia di stampo agricolo. Nuove domande sono sospinte dai problemi connessi a opportunità  di lavoro  nuove e alle esigenze di libertà di scelte, innanzitutto delle donne e dei giovani, impensabili mezzo secolo prima. Nuove leve di lavoratori si affacciano per effetto anche di un rapporto tra emigrazione e immigrazione che ha cambiato addirittura di segno.

Oggi la crisi economica  da cui l’Italia non è uscita, ha effetti marcati sul sistema previdenziale e sulla percezione della sua capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini (includendo tra i cittadini coloro che lavorano come immigrati). I trasferimenti a favore di chi perde il lavoro, ma non il posto (in Italia  sono gli unici senza lavoro tutelati dalla generosa cassa integrazione), crescono ma gli interventi incontrano difficoltà di finanziamento. Il sistema pensionistico è stato modificato a più riprese per ridurre il  coefficiente di trasformazione (rapporto tra pensione e retribuzione), al fine di “mettere in sicurezza” i conti nel lungo periodo. Contestiamo che questa messa in sicurezza sia  un risultato acquisito e sosteniamo,  con altri osservatori, che sia un obiettivo a rischio.  La percezione diffusa tra coloro che  non trovano lavoro stabile, è  la prospettiva di un reddito da lavoro che si allontana e il timore di una pensione inadeguata alla fine della vita attiva ed è anche la percezione di un sistema sperequato nei sui effetti redistributivi, che penalizza i più giovani.  La sostenibilità finanziaria del Welfare è difesa dai governi, non solo con argomentazioni basate sulle proiezioni a medio lungo termine affidate alla Ragioneria Generale, ma anche agendo con interventi che, negli anni recenti, hanno convogliato nuove risorse verso l’INPS (gestione dei fondi del TFR, gestione dell’INPDAP).La sostenibilità del Welfare viene difesa dalle organizzazioni sindacali -sia dei lavoratori sia dei datori di lavoro-, anche perché l’attuale squilibrio privilegia i lavoratori occupati e quelli in pensione  e questi ultimi sono ormai la maggioranza degli iscritti al sindacato che, da anni, manifesta una spiccata “vocazione dopolavoristica”. Sono marginalizzati dal Welfare sia i nuovi entranti nel mercato del lavoro, sia quelli che rimangono fuori dal lavoro dipendente tutelato.

Inoltre il  Welfare, quello delle pensioni di invalidità e della cassa integrazione estesa per anni, ha deresponsabilizzato i beneficiari rispetto al merito e all’impegno, ma ha anche contribuito a scaricare  sui governanti tutte le frustrazioni, quelle degli esclusi ma anche quelle degli assistiti impropriamente, sottopenendo il sistema ad una duplice delegittimazione. La prima deriva dal fatto che esso è inefficiente e quindi insistere a metterlo al centro delle tutele e delle scelte di vita e di lavoro  non fa che aggravare la percezione della sua inadeguatezza. La seconda consiste nella discrepanza tra aspettative e capacità di risposta, discrepanza che rimarrebbe comunque pur in presenza di una pubblica amministrazione efficiente, essendo impossibile dare risposte “statalistiche” a domande di sicurezze sempre più ancorate alla dimensione individuale delle scelte di vita.

La recente scelta di trasferire in busta paga il TFR sembra dettata da un’urgenza di stimolare i consumi. Ma le obiezioni espresse da alcuni esperti sono rilevanti: anche rispetto all’obiettivo di stimolare la domanda la manovra potrebbe risultare di scarsa efficacia. Altro effetto avrebbe lo sblocco dei fondi, con finanziamento da parte delle banche, che avrebbe posto sullo stesso piano dipendenti publici e dipendeneti privati con un impatto molto più rilevante sulla domanda, in particolare verso l’edilizia (e quindi con un l’effetto di non impoverire il risparmio delle famiglie, cambiandone semplicemente la composizione).

Nel nostro Paese trovano scarsa udienza presso il  decisore politico, sia il confronto critico sui presupposti economici della sostenibilità finanziaria, sia la la riflessione sulla adeguatezza dell’attuale Welfare, rispetto alle nuove domande di sicurezza che sono alimentate dai cambiamenti sociali in atto, di cui la disoccupazione giovanile è solo un aspetto. La crisi del Welfare matura, quindi, in un silenzio preoccupante, su due fronti, quello della sostenibilità finanziaria e quello della sua adeguatezza sociale.

La risposta a questa duplice crisi cosiste nel promuovere, con la previdenza integrativa e complementare (II e III pilastro), un volume di risparmio adeguato e di  liberalizzarne l’uso, al fine di consentire a livello individuale di far fronte, in modo flessibile e non discriminatorio, alle esigenze sempre più articolate poste dall’evoluzione del mercato del lavoro, della struttura demografica e della società. Ma occorre inserire questi interventi in un rafforzamento della capacità del Paese di attrarre gli investimenti, poiché la crisi del Welfare, e magari anche il suo superamento, non ci restituiranno la capacità di accumulazione autoctona del vecchi Stato Sociale. Il problema, urgente, del finanziamento degli investimenti rimarrebbe altrimenti irrisolto.

 

[1]) Si rinvia al paper, Dallo Stato Sociale risparmiatore al Welfare consumatore http://www.crusoe.it/paper/dallo-stato-sociale-risparmiatore-al-welfare-consumatore/1431/)  per i riferimenti bibliografici

[2]) Economista, partner  di cborgomeo&co.

 

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