La crisi bancaria negli Stati Uniti. Quale impatto sull’economia reale e sulle prospettive di crescita

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Quali sono le prospettive dell’economia americana per i prossimi mesi? E per i prossimi anni? Non è una domanda di poco conto visto che dalla risposta dipende prima di tutto l’esito delle prossime elezioni di middle term e delle presidenziali del 2012. E poi, in fin dei conti, anche le prospettive dell’economia europea e mondiale. Il puzzle dei dati, delle informazioni e soprattutto delle opinioni che circolano non si presta a una lettura immediata. Circa due settimane fa, l’autorevole Business Cycle Dating Committee (BCDC), l’organismo che negli Stati Uniti si occupa dell’analisi ufficiale dei cicli economici, ha annunciato che la recessione è ufficialmente terminata a giugno 2009. Cioè oltre un anno fa. Un annuncio importante, che però stona un po’ con l’attualità dei fatti. Perché arriva proprio mentre l’economia continua a perdere posti di lavoro, in una fase in cui gli osservatori congiunturali confermano una ripresa debole e senza vigore e quando il mercato immobiliare torna a far parlare di se, ovviamente non in positivo ma in negativo, visto che la scorsa estate ha fatto registrare quasi una debacle (probabile causa: la fine dell’incentivo pubblico sull’acquisto delle case).
Lo scenario di una recessione a “W” (doppia vu) ha ripreso quota nei mesi estivi proprio sulla scia della caduta del mercato immobiliare. Se esso dovesse pendere corpo l’economia americana andrebbe incontro a una nuova fase recessiva, di durata non prevedibile con esattezza ma comunque misurabile in mesi. La precedente recessione, quella che secondo il BCDC è terminata a giugno 2009, è stata la più lunga del secondo dopoguerra ed è durata 18 mesi. Di fronte a questo scenario il governo e la FED si attiverebbero prontamente, proprio per la prossimità di due importanti scadenze elettorali. La FED dal canto suo ha già annunciato che ricorrerebbe anche a misure “non convenzionali” (probabilmente si tratta di nuovi e massicci acquisti diretti di titoli sul mercato). Quindi le probabilità assegnate a questo primo scenario di double deep restano tutto sommato contenute. Molto più verosimile appare invece uno scenario di lunga stagnazione che va al di la dei prossimi mesi. Che significa tassi di crescita molto ridotti, insufficienti non solo a riassorbire ma a frenare una disoccupazione ormai stabilmente sopra il 9%. Livello già troppo elevato e inconsueto per l’economia americana.
È proprio nel senso di uno scenario di stagnazione che a mio avviso vanno interpretati i segnali di allarme sullo stato di salute del sistema bancario americano. Sulle banche il livello di attenzione era stato massimo nella prima fase della crisi, culminata con il fallimento di Lehman Brothers alla fine del 2008. Poi l’enfasi si è definitivamente spostata sugli aspetti reali della crisi, nella diffusa convinzione che il sistema finanziario nel suo complesso fosse ormai al riparo. È vero che da allora non si è più assistito a fallimenti di grosso calibro. Il TARP, il fondo creato dal piano Paulson per il salvataggio delle banche in difficoltà, ha addirittura chiuso i battenti. E molti interpretano questo come un chiaro segnale che non ci sono grossi salvataggi in programma. Ma il sistema bancario americano non ha smesso di affatto di soffrire. Le medie e piccole banche commerciali hanno continuato a fallire e falliscono ancora a ritmo crescente.
Secondo i dati della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), il fondo federale americano di garanzia sui depositi bancari, se si prosegue ai ritmi attuali, nel 2010 i fallimenti dovrebbero essere addirittura più numerosi di quelli del 2009. Per la precisione, durante tutto il 2009 sono fallite 140 banche, ma a tutto settembre 2010 le banche fallite dall’inizio dell’anno sono già 127 contro le 100 fallite a tutto settembre 2009. Anche in termini di asset totali delle banche fallite, nei primi sette mesi dell’anno l’ammontare cumulato di quelli del 2010 era superiore a quello del 2009. Tra l’altro continua ad aumentare il numero delle banche in difficoltà. Da dicembre 2009 a luglio 2010 gli istituti non ancora falliti ma a rischio concreto di fallimento sono passati da 702 a 829. E poi non bisogna perdere di vista il mercato immobiliare, che dopo la fine dell’incentivo pubblico (l’ormai famoso credito d’imposta di 8.000$ concesso agli acquirenti di nuove case da gennaio 2009 a giugno 2010) ha ricominciato ad andare piuttosto male (a luglio 2010 le vendite di case nuove sono diminuite in un mese del 12%, che è la peggiore performance mai registrata da quando esiste la rilevazione ufficiale del dato, cioè dagli anni ’60; le vendite complessive, di case nuove ed esistenti, si sono ridotte addirittura del 26,7% sempre nell’arco di un solo mese!). Se i volumi e i prezzi dovessero proseguire a ridursi si farebbe ancora più acuta la crisi di molte piccole e medie banche commerciali, che nella fase di euforia del mercato hanno concesso mutui immobiliari oltre misura e ancora non sono riuscite a recuperarli per intero (FIG. 4 e 5). E a quel punto la diffusione della crisi bancaria potrebbe diventare praticamente inevitabile.
A preoccupare non dovrebbero essere tanto i rischi per la stabilità del sistema finanziario nel suo complesso, quanto piuttosto i danni al funzionamento e all’efficienza del sistema creditizio. Questi ultimi si rifletterebbero negativamente sulle prospettive di crescita economica. In primo luogo perché logorerebbero ancora di più i meccanismi di regolazione monetaria e finanziaria, minando ulteriormente l’efficacia della politica monetaria, i cui residui margini di manovra sono già ridottissimi. E poi soprattutto perché nel quadro di deterioramento progressivo e diffuso del tessuto produttivo (si ricordi l’industria dell’auto e più in generale il manifatturiero), farebbero crescere anche i costi di intermediazione creditizia. Sappiamo tutti che il mercato del credito è caratterizzato più di altri da incompletezza e asimmetria informativa, e il ruolo delle banche non è certo quello di semplici e passivi erogatori del credito. Il mestiere delle banche è prima di tutto selezionare le imprese clienti e stabilire con esse relazioni di lungo corso basate sulla reciproca fiducia. E ciò vuol dire che quando fallisce una banca le imprese “orfane” devono sostenere costi molto alti per trovare nuovamente credito. Ecco allora che quando l’ondata di fallimenti investe l’intero sistema bancario, o una parte rilevante di esso, va da se che l’aumento dei costi di intermediazione è enorme. E a risentirne sono gli investimenti produttivi, l’accumulazione e la crescita. Senza andare troppo indietro nel tempo, qualcosa di simile è già accaduto nel recente passato. È accaduto negli Stati Uniti con la famosa crisi delle Saving & Loan degli anni ’80, alla quale seguì la recessione del 1990-1991. È accaduto in Giappone durante l’ormai famoso “decennio perduto” degli anni ’90, quando la crisi del sistema bancario non fu riconosciuta e affrontata per tempo e con la dovuta decisione.
Questo risvolto delle crisi bancarie, poco enfatizzato ma certamente non secondario, è stato affrontato da diversi studi nei decenni scorsi. La maggior parte, specialmente quelli realizzati negli anni ’70 e ’80, si concentra sugli eventi della grande depressione. In particolare sul periodo successivo al 1930. Su tutti spicca curiosamente un lavoro dell’attuale governatore della FED Bernanke, pubblicato nel 1983. Ce ne sono poi che riguardano periodi più recenti e includono anche dati su paesi diversi dagli Stati Uniti. Insomma, il dibattito è aperto e l’evidenza empirica non manca per potere ritenere che, in questo momento, una crisi bancaria negli Stati Uniti dovrebbe preoccupare molto più per il deterioramento del tessuto economico, e quindi per le ricadute negative dirette sulla crescita effettiva e potenziale dell’economia reale, e meno sul fronte della stabilità complessiva del sistema finanziario (entro certi limiti ovviamente). Insomma, la crisi delle banche commerciali americane sembra proprio un altro tassello nel mosaico della stagnazione. E con la stagnazione dell’economia negli Stati Uniti non dovrà fare i conti soltanto l’attuale amministrazione americana al rinnovo del mandato nel 2012. Dovranno farci i conti anche l’economia europea e globale. Perché fino a questo momento nessuna delle altre grandi economie ha mostrato di potere o volere sostituire la locomotiva americana nella crescita mondiale.

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