La Corte Costituzionale prova a rilanciare il merito nei concorsi pubblici

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Proprio alla vigilia dell’entrata in vigore della riforma Brunetta in tema di pubblico impiego (dlgs n. 150/2009) volta a valorizzare il merito e la produttività, la Corte Costituzionale ha ribadito con forza il principio del concorso pubblico per l’accesso ai ranghi della pubblica amministrazione.
 
La sentenza n. 293/2009, con relatore Sabino Cassese, ha infatti dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della Regione Veneto contenute  nella legge regionale n. 3/2008 (art. 1 e art. 4) che derogavano al principio.  La prima operava una stabilizzazione assai estesa dei dirigenti del ruolo sanitario (farmacisti, biologici, chimici, fisici e psicologi), in aggiunta ai medici e ai veterinari già beneficiati da una legge precedente.   Una seconda disposizione stabilizzava i dipendenti degli uffici di diretta collaborazione degli organi politici regionali assunti su base fiduciaria a tempo determinato con scadenza contrattuale correlata alla durata in carica dell’organo politico che ne aveva proposto l’assunzione.   La norma prevedeva una procedura selettiva riservata, ma solo per coloro che non avessero già vinto in precedenza un qualsiasi concorso pubblico indetto dalla Regione o da altro ente pubblico.
 
La legge regionale, impugnata dal Governo, non ha superato il vaglio della Corte Costituzionale che anzi ha colto l’occasione per ribadire e precisare i propri precedenti.
 
La Corte parte da lontano. Sottolinea infatti che il principio del concorso per l’accesso ai pubblici impieghi, stabilito dalla Costituzione (art. 97), si ricollega idealmente alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Per quest’ultima tutti i cittadini hanno eguale diritto ad accedere alle cariche e impieghi pubblici in base alla loro capacità e “senza altra distinzione che quella della loro virtù e dei talenti” (art. VI). Proprio per questo il concorso rappresenta “la forma generale e ordinaria di reclutamento per le pubbliche amministrazioni” (sentenza 363/2006). Esso è strumentale al canone dell’ efficienza, cioè al principio costituzionale del buon andamento dell’amministrazione (sentenza 205/2004); è funzionale altresì a garantire l’imparzialità dell’amministrazione (sentenza 453/1990) compromessa se gli impiegati pubblici vengono assunti in base a criteri di appartenenza politica.
 
La selezione deve essere dunque “trasparente, comparativa, basata esclusivamente sul merito e aperta a tutti i cittadini in possesso di requisiti”.   Essa deve garantire la più ampia partecipazione di soggetti esterni e vanno evitate le procedure selettive riservate anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio (sentenza 1/1999).
 
Le deroghe, anche per stabilizzare il personale già in servizio, sono ammesse entro limiti assai ristretti e cioè solo in relazione alla “peculiarità delle funzioni” da svolgere e all’esigenza di consolidare “specifiche esperienze professionali maturate all’interno dell’amministrazione e non acquisibili all’esterno”.
 
Insomma, sulla base a questi principi richiamati nella prima parte della motivazione, la sentenza ha avuto gioco facile ad accertare l’incostituzionalità della legge regionale veneta. Entrambe le deroghe al principio del concorso infatti non sono in alcun modo giustificate  da “peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico”.
 
Il legislatore statale e regionale ha dunque pochi spazi di manovra in questo campo. Volente o nolente, imparerà a essere virtuoso.   Si conferma dunque il ruolo della Corte Costituzionale quale “potere bilanciante” di fronte a tentazioni di un legislatore che spesso predica bene e razzola male e presidio dell’imparzialità della pubblica amministrazione.
 
 

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