La classe diligente

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Il Governo ha approvato il 31 marzo scorso il d.lgs. che (al Capo IV) si occupa, tra l’altro, dei costi e fabbisogni standard nella sanità. Lo ha fatto, forte dell’astensione “negoziata” del PD nella famigerata bicameralina. Otto i precetti, contro i cinque dell’originaria proposta governativa del 5 ottobre 2010, ai quali vanno funzionalmente aggregati almeno altri due articoli (2 bis e 9).
Dal 2013 inizierà la corsa per il progressivo superamento degli attuali criteri di riparto fondati sulla quota capitaria, pesata sulla base del criterio demografico/età dell’utenza. In sua vece, i costi/fabbisogni standard. Una trasformazione radicale ma non traumatica, dal momento che la nuova metodologia si insedierà in modo graduale e progressivo, nel rispetto della programmazione nazionale e dei vincoli comunitari, imposti in tema di economia pubblica.
Due gli elementi fondanti: il fabbisogno standard e i costi standard, questi ultimi strettamente relazionati alla perequazione, del cui funzionamento però si sa poco o nulla.
Vediamo un po’ il contenuto del d.lgs. per grandi temi.
Il fabbisogno standard – del tutto simile all’attuale FSN – per il 2011 e 2012 continuerà ad essere quello già programmato, rispettivamente, di 106,884 e 109,877 Mld di euro. Dal 2013 esso sarà individuato nel rispetto del “quadro macroeconomico complessivo”. Più precisamente, sarà determinato a seguito di una semplice operazione aritmetica. La popolazione, ponderata in ragione dell’età anagrafica, moltiplicata per la quantità stimata delle prestazioni pro-capite. Il tutto moltiplicato per il costo standard.
A ben vedere nulla di nuovo rispetto all’attuale determinazione del FSN, se non l’introduzione del costo standard, che rappresenterà la novità in assoluto, purché esso risulterà equo e sufficiente a garantire, ovunque, la tutela della salute, nell’ovvia condizione di essere amministrato dalle regioni con capacità e trasparenza reali.
Dunque, i problemi da superare, dai quali dipenderà il successo dell’introdotto meccanismo, sono: la determinazione del valore del costo standard, la perequazione e la classe dirigente.
Costo standard. La sua monetizzazione rappresenterà il risultato medio tra le tre regioni “finaliste”. In quanto tale, esso sarà determinato non solo dalla loro capacità a produrre una buona prestazione ma anche dal patrimonio strutturale e tecnologico impiegato a tal’uopo, da altre regioni non affatto posseduto (quelle del sud). Quindi, una pericolosa asimmetria ai blocchi di partenza, salva una perequazione infrastrutturale ad hoc.
Perequazione. Al di là delle enunciazioni manca la determinazione dei meccanismi (e con essi la sua capacità finanziaria) di finanziamento del fondo perequativo e quelli di ridistribuzione a valle. Su tutto, un atroce dubbio: che ci sia qualcuno che non la voglia solidale come invece necessita.
Governatori e management. Il meccanismo si inceppa se non assistito da una classe diligente ed eticamente attrezzata preposta al governo della relativa spesa. Al di là dei meccanismi sanzionatori, che hanno registrato il consenso collettivo (con evidente soddisfazione di chi scrive perché partecipe della sua ideazione), fatta eccezione dei destinatari potenziali, occorre un “esercito” nuovo, complessivamente inteso. Una classe diligente che gestisca con conoscenza e coscienza, senza avere l’inconcepibile onere di difendere a tutti i costi le ragioni (rectius, i torti) del suo passato. Sul versante opposto, v’è bisogno di una collettività informata, che sappia esercitare con consapevolezza la formula del vedo-pago-voto.
 
 
 

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