Italiani brava gente: la guerra americana all’euro

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È triste per un atlantista come me dover constatare che gli Stati Uniti ci fanno la guerra. È una guerra di parole, certo, ma con grandi interessi economici in gioco.
Gli americani puntano a sfasciare l’euro. Sul fatto che l’unione monetaria europea non può reggere, che prima o poi qualcuno degli Stati membri sarà costretto a uscire, la stampa americana – ad esempio il New York Times – insiste ossessivamente da molti mesi ormai. I britannici vanno loro dietro, ma con un po’ più di cautela: al mercato interno, del quale fanno parte, tengono e sanno bene che non è detto possa sopravvivere a una morte dell’euro.
Spero – ma ci credo poco – che l’Amministrazione Obama la pensi diversamente e che riesca a ignorare le pressioni dei media, compresi quelli che, come il giornale che ho citato, sostengono questa Presidenza.
La guerra contro l’euro si spiega col fatto che il debito pubblico americano si sta avvicinando rapidamente a livelli italiani in un contesto in cui tutti, in qualunque parte del mondo, hanno aumentato il proprio indebitamento per reagire alla grande depressione del 2008-9. Il risparmio che compra i titoli pubblici è finito e la concorrenza, a parità di altre condizioni, si gioca sul prezzo: più c’è offerta e più bisogna garantire in interessi per trovare compratori.
Ma le altre condizioni per gli americani non sono mai state pari. Gli americani hanno sempre goduto del privilegio esorbitante (definizione, pare, di Valéry Giscard d’Estaing) di battere la moneta di riserva del mondo. Il dollaro lo usano tutti, esportatori e importatori, governi e banche centrali. Tre quarti di tutti i biglietti da 100 dollari circolano al di fuori degli Stati Uniti. Ergo, al Tesoro statunitense indebitarsi costa meno degli altri, anche quando i fondamentali dell’economia americana traballano. Come adesso.
L’euro ha cominciato a fare un minimo di concorrenza al dollaro come moneta di riserva del mondo e dunque dà fastidio. Divide et impera. E vai con l’euro-bashing. I nazionalisti hanno un buon risultato alle elezioni in Finlandia? L’unica cosa che interessa il New York Times è che “Il voto potrebbe bocciare il salvataggio del Portogallo” – c’è bisogno dell’unanimità per usare le risorse del Fondo di Stabilità Finanziaria, quindi ciascun paese dell’eurozona ha diritto di veto, anche se non io non credo sia molto difficile aggirare un veto finlandese.
E guarda caso,sullo stesso giornale nello stesso giorno il commento economico – incidentalmente di un economista, Tyler Cowen, che stimo – su cosa verte? Sull’ipotesi non provata che sia in atto un assalto agli sportelli, un ritiro in massa dei risparmi, dal sistema bancario di Irlanda, Grecia e Portogallo il cui sbocco inevitabile sarebbe l’uscita di questi paesi dall’euro.
L’unico modo di uscire da questa crisi con l’euro intatto è quello di affiancare alla BCE un Tesoro europeo nel contesto di una Federazione europea leggera che amministri attorno al 5% del PIL. Non credo si possa continuare per molto a gestire l’emergenza con un fondo ad hoc, specie se la sfiducia dovesse estendersi a paesi dell’eurozona di ben altre dimensioni.
A proposito delle risorse messe a disposizione per il salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo – sia di provenienza EU, sia di provenienza FMI – c’è sull’ultimo Economist un’interessante tabellina che mette a confronto quanto costa ai diversi donatori questo salvataggio con l’esposizione del loro sistema bancario ai tre paesi in questione.
Esce così fuori che la Germania mette sì 50 miliardi di euro, ma le proprie banche hanno un’esposizione di 230 miliardi. La Francia 40, ma le sue banche sono esposte per 150. L’affare maggiore lo fanno britannici e americani, esposti per rispettivamente 140 e 200 miliardi di euro, che se la cavano contribuendo con pochi miliardi di euro all’operazione di salvataggio.
C’è un solo paese che contribuisce (40 miliardi) più di quanto sono esposte le proprie banche (30). E non è la Finlandia.
È l’Italia.
Certo che se l’Europa va avanti così, con i francesi che richiudono la frontiera, i tedeschi che dicono di aiutare gli altri quando invece aiutano soprattutto se stessi, il nazionalismo in rimonta quasi ovunque, alla fine anche gli italiani diventeranno euroscettici.
Ma, per ora, paghiamo e stiamo zitti. In trincea, a difendere l’euro dagli assalti americani.
Italiani brava gente.

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