Intervenire sul TFR senza allontanare le generazioni

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Tfr, risparmio e conflitto generazionale

di Mauro Maré

 

Una crisi economica come quella italiana pone un dilemma: agire sull’offerta oppure sulla domanda? O meglio su tutte e due? Una riduzione del costo del lavoro significativa e duratura ha effetti sugli incentivi ad assumere. Si tratta però di capire se questi incentivi siano sufficienti a far ripartire la crescita oppure se non siano al contempo necessarie riforme strutturali e stimoli fiscali. La riduzione dei costi per le imprese potrebbe essere infatti poco efficace in presenza di una forte contrazione della domanda e di aspettative molto negative. In questo quadro si pone la questione del Tfr.

Sul piano dei principi, può essere accettabile renderne libero l’utilizzo. Sono soldi dei lavoratori e sta a loro decidere che uso farne. Il Tfr è giuridicamente retribuzione differita e, sul piano economico, un prestito dei lavoratori alle imprese. Questa è forse un’anomalia e infatti la decisione presa anni fa’ di usarlo per finanziare la previdenza complementare rispondeva proprio all’esigenza di trasformare questo risparmio forzoso implicito in uno esplicito e consapevole, per potenziare il grado di copertura pensionistico, che si sarebbe ridotto con il regime contributivo, introdotto dalla riforma Dini.

C’è innanzitutto la questione dei lavoratori senza Tfr, quelli con maggiori difficoltà economiche, e di chi in teoria lo avrebbe ma non può utilizzarlo – i dipendenti pubblici. Si introducono segmentazioni poco eque e difficilmente accettabili tra lavoratori. Si potrebbe anche aggiungere, in modo provocatorio, che se si è presi da impulsi “liberatori” irrefrenabili e da dubbi sulle ragioni delle forme di risparmio obbligatorio, sarebbe molto apprezzabile e forse anche coerente generalizzare questo impulso: immaginando di lasciar liberi alcuni punti di aliquota contributiva previdenziale per forme di impiego alternativo (opting out); potremmo scoprire così che i lavoratori potrebbero preferire, visti i rendimenti dell’ultimo decennio, i fondi pensione all’INPS! E coprire i costi di bilancio per finanziare le pensioni esistenti con garanzie pubbliche….Facile, no!

Se si crede nelle capacità di scelta degli individui e nella loro abilità ad affrontare il rischio durante il ciclo di vita, lo si deve fare sempre per tutte le forme di risparmio, anche per il pilastro pubblico, non solo per il Tfr; altrimenti potrebbe venire il sospetto che le ragioni di questo accanimento – quale la logica del raddoppio della tassazione per i fondi pensione e l’aumento per le casse? Sono rendite finanziarie o risparmio previdenziale? Come si spiega che quasi tutti gli altri paesi lo esentano con forme di EET? – siano politiche più che economiche. Peccato che questa idea contraddica la montagna di studi sulle decisioni di risparmio e di asimmetrie informative degli individui. Non voglio neanche immaginare che sia necessario ricordare le ragioni delle forme di risparmio obbligatorio, di un sistema pubblico di sicurezza sociale, data la miopia, l’inerzia, le scarse conoscenze finanziarie e i rischi di moral hazard, largamente note da Beveridge e Samuelson…

L’uso del Tfr può avere effetti significativi sulla liquidità dell’imprese, soprattutto di piccole dimensioni, che non sono in grado di effettuare anticipi; e forme di compensazione, più o meno di mercato…anche con eventuale intermediazione delle banche, rischiano di tradursi inevitabilmente, in garanzie che ricadono sulla finanza pubblica. Così si crea debito, non si stimolano i consumi.

Altra questione interessante è quella di interrogarsi sulla convenienza a mettere il Tfr in busta paga. Se il Tfr sarà tassato con le aliquote marginali, la risposta non può che essere negativa anche per bassi livelli di reddito; ma anche se messo in busta, è tutto da provare che venga speso. E voglio vedere, dopo aver rigettato la tassazione delle pensioni d’oro, se la Corte Costituzionale sarà in grado di accettare che parti identiche del salario di un lavoratore possano essere tassate con diverse aliquote…

Il sistema dei fondi pensione italiani è già in grado di rispondere alle esigenze di liquidità degli individui per il tramite delle anticipazioni, che hanno tra l’altro un chiaro vantaggio fiscale. Esse possono soddisfare le necessità di spesa impreviste degli individui, senza però smontare questo risparmio volontario per il futuro. L’utilizzo del Tfr per la previdenza complementare ha ancora una valida ragione economica. Il sistema a ripartizione ha infatti davanti a sé la sfida demografica e occupazionale: gli individui vivono molto più a lungo e il mercato del lavoro offre ormai ai giovani forme di occupazione discontinue molto diverse e con salari inferiori a quelli tradizionali. Ciò riduce e di molto le basi imponibili per finanziare i sistemi a ripartizione. Il pilastro a capitalizzazione è l’unico modo, oltre alla crescita, per evitare il confitto tra le generazioni, tra attivi e non attivi, che è alle porte. È l’unica strada per far si che una generazione non scarichi su quella successiva i costi di offerta delle sue pensioni e per rendere il sistema pensionistico più sostenibile.

Quali allora le vere ragioni di questa misura?

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