In difesa dello Stato regolatore, contro il neostatalismo di ritorno

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La crisi finanziaria e la recessione economica che dagli Stati Uniti si è propagata nel mondo ha spazzato via molte certezze. La prima è il fondamentalismo di mercato, cioè l’idea che l’economia privata generi spontaneamente il proprio ordine. Lo Stato deve soltanto offrire una cornice minima di regole (validità dIn dei contratti, protezione giudiziale dei diritti, ecc.) entro la quale ha sfogo il gioco della libera concorrenza. E se il sistema entra ciclicamente in crisi, l’equilibrio si ripristina grazie alle controspinte endogene.
In questi mesi la mano invisibile del mercato non ha però eretto alcun argine contro l’ondata di sfiducia. Solo la mano ben visibile, e ricolma di danaro pubblico, dello Stato ha evitato il peggio. Non è ancora chiaro quando si riuscirà a uscire dalla fase della recessione e quale sarà il conto finale che graverà sui contribuenti.

Nessuno poi aveva previsto la concatenazione degli eventi. Poche Cassandre avevano messo in guardia contro l’occultamento e il trasferimento dei rischi tramite operazioni di ingegneria finanziaria sempre più complesse e meno trasparenti.
Ciò è accaduto anche per colpa di sistemi di regolazione nazionali a maglie troppo larghe. Nell’epoca della globalizzazione gli operatori più scaltri sono abilissimi nello sfuggire ai vincoli imposti da Governi e autorità pubbliche. In realtà, molti Stati hanno ingaggiato tra di loro una “competition in laxity”, allentando le regole in modo da attrarre gli investimenti.
Questa gara al ribasso può aver avuto effetti benefici di breve periodo. Ora si è però ritorta contro gli Stati. È quasi un contrappasso per l’amministrazione americana – che sotto la presidenza Bush negli anni passati aveva magnificato le virtù del mercato – essere stata costretta a usare tutti gli strumenti dell’interventismo vecchia maniera. Anche il mancato salvataggio di Lehman Brothers è considerato ora un errore.
Ma la rinascita dello Stato regolatore, finanziatore e finanche proprietario di banche e imprese decotte non giustifica però l’euforia neostatalista e interventista di molti commentatori e politici. Specie in Italia, il ruolo diretto o indiretto dello Stato (basta pensare al settore dei servizi pubblici locali) è ancora pervasivo. Le politiche di liberalizzazione e semplificazione hanno perso negli ultimi anni la spinta propulsiva.

Inoltre, i salvataggi delle grandi banche non fanno necessariamente testo. Qui il rischio è di un effetto domino, cioè del fallimento a catena di molte altre banche e istituzioni finanziarie in un clima di panico generalizzato. Se la crisi colpisce invece i settori industriali, il problema, per quanto grave, riguarda direttamente soprattutto gli azionisti e i lavoratori delle imprese coinvolte. Ma per quest’ultimi sono previsti o possono essere predisposti (come insegna anche il caso Alitalia) ammortizzatori sociali speciali.
Sono dunque meno evidenti le ragioni per rifinanziare in modo diretto o indiretto comparti industriali specifici con soldi pubblici. In occasione delle misure di sostegno al settore auto, l’opinione pubblica americana si è divisa. In particolare, la maggioranza dei piccoli imprenditori e lavoratori indipendenti, colpiti anch’essi dal ciclo economico negativo, sembra contraria a trattamenti privilegiati. In ogni caso, imboccata questa strada, molti altri settori si sentono legittimati a chiedere contributi e agevolazioni analoghe.
Quanto alle misure contro la recessione, la vecchia ricetta di agire sul lato della domanda, con sussidi o sgravi alle famiglie e investimenti in infrastrutture, sembra preferibile agli aiuti diretti a singoli comparti o imprese in difficoltà.

In ogni caso, almeno a livello europeo e, se possibile, nel G-20, vanno promosse azioni coordinate, piuttosto che il “fai da te” di ciascuno Stato. Bisogna poi riflettere prima di mandare all’aria il processo di integrazione europea. I suoi benefici, soprattutto nell’epoca della globalizzazione, sono stati e sono senz’altro superiori ai costi.
Per esempio, se saltasse in modo definitivo il divieto di aiuti di Stato che la Commissione Ue ha reso comunque meno rigido, qualche settore in crisi potrà ricevere una boccata di ossigeno. Ma, nel lungo periodo, l’ambiente in cui operano le imprese diverrebbe irrespirabile: corsa ai sussidi dispensati dai politici, recriminazioni reciproche tra Stati nazionali, frantumazione del mercato unico. Potrebbe essere messa a rischio anche l’unione monetaria, proprio ora che l’euro ha tagliato il traguardo del decennio e ha forse messo al riparo alcuni Stati, proprio in questa fase, da situazioni di dissesto come quella dell’Islanda.

L’economia sociale di mercato, fondata sulla libera concorrenza, fu imposta alla Germania dopo il 1945 anche per prevenire ricadute autoritarie. La stessa istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 e della Comunità economica europea (CEE) nel 1957 fu pensata anche con l’obiettivo di creare un vincolo stretto tra paesi ex nemici per scongiurare un nuovo conflitto mondiale.

La vera sfida oggi è quella di promuovere una regolazione globale con regole certe, prive di smagliature, applicate in modo omogeneo a mercati che devono restare globali, nell’interesse di lungo periodo di tutti.
C’è dunque bisogno dello Stato (e di istituzioni regolatrici transnazionali), ma deve trattarsi sempre di uno Stato che agisce con mano leggera. I “fallimenti dello Stato” infatti continuano a essere pericolosi come e forse più dei “fallimenti del mercato”.

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