Il vaso di Pandora della Google Tax

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Francesco Boccia, presidente della commissione bilancio della Camera, ha presentato in questi giorni una proposta di legge che obbligherebbe i consumatori di beni e servizi on-line ad effettuare acquisti esclusivamente da società nazionali.

 

Secondo questa proposta, le imposte attualmente versate dalle imprese multinazionali on-line (Google, Facebook, Yahoo!, Amazon, Apple, Microsoft, ecc.) nei paesi europei dove hanno stabilito la loro rappresentanza legale, anche in ragione della bassa aliquota fiscale applicata alle società (Lussemburgo o Irlanda, dov’è fissata al 12,5%), affluirebbero invece nelle casse dell’erario italiano, dove si applica un’aliquota più elevata, con un gettito potenziale di 1,3 mld €.

 

Se è evidente che il bisogno spasmodico di nuove fonti di finanziamento per il bilancio pubblico stimola la politica nazionale a ricercare soluzioni creative e, solo in apparenza, indolori per i consumatori (che pagherebbero di più le transazioni on-line), molto meno chiara è la compatibilità di tale proposta con le attuali norme del Trattato Europeo, che all’art 26 (2) indica chiaramente che il mercato interno comprende un’area senza frontiere interne, in cui è assicurato il libero movimento di beni, persone, servizi e capitali.

 

E’ del tutto evidente che questa proposta di legge, che non a caso piace anche al Ministro dell’Economia francese Fleur Pellerin, fissando in modo unilaterale frontiere che separano i mercati nazionali, è in conflitto con uno dei principi cardine del Trattato, come osservato anche dalle riviste Forbes[1], Wired[2] e thepostinternazionale[3], pertanto, senza appello, palesemente illegittima.

 

La proposta, in realtà, è molto meno neutra di quanto non appaia a prima vista: nonostante che il problema di fondo – aliquote fiscali differenti in ciascuno stato membro, che ne difendono pervicacemente la potestà – sia noto da anni, emerge solo adesso perché 1) le imprese on-line (i cosiddetti Over the Top, o OTT) sono in larga prevalenza nordamericane e 2) i settori economici in concorrenza con gli OTT (in particolare tutti gli altri media, ma anche gli esercizi commerciali) stanno subendo vistose perdite delle loro quote nei mercati nazionali.

 

Quando scoppiò lo scandalo di Telecom Sparkle, nessuno obiettò che la compravendita fittizia di traffico dati con una società estera era resa possibile dal libero scambio fra paesi dell’Unione. Oggi invece tutti insorgono contro l’invasione, mettendo in discussione il principio del libero scambio.

 

Più di tutti, e non a caso, fa infuriare i nostri politici e manager dei media la pubblicità on-line realizzata dai motori di ricerca come Google o dai social network come Facebook che, grazie ad una superiore efficacia, sta progressivamente drenando ricavi alla TV, ai giornali e alle società di telecomunicazione. Queste ultime trovano intollerabile che soggetti terzi realizzino profitti ingenti grazie alle loro reti senza condividerne almeno una parte con loro. 

 

La crescita della pubblicità on-line a scapito degli altri media è un fenomeno mondiale che sembra irreversibile: nel Regno Unito già dal 2009 ha superato quella della TV, nel Nord Europa e negli Stati Uniti continua a crescere a tassi elevati, e aumenta anche da noi (fanalino di coda dell’Europa, dove domina ancora la TV che detiene una quota di mercato riscontrabile solo in Colombia), anche se a tassi ridotti perché la diffusione di Internet è colpevolmente rimasta quella di un paese del terzo mondo.

 

Questo è il vero, e non dichiarato, motivo della proposta, che pur essendo impraticabile, ha perlomeno il merito di sollevare il vaso di Pandora, ovvero il problema dell’armonizzazione fiscale fra stati membri, unico strumento legittimo per risolvere alla radice gli effetti della fiscal competition.

 

Se, infatti, fosse la stessa Unione Europea a perseguire una politica di armonizzazione fiscale fra i paesi europei, ad esempio imponendo, anche gradualmente, una progressiva riduzione dei differenziali di aliquota sull’imposta societaria, verrebbe meno l’interesse degli OTT a localizzarsi nei paesi con l’aliquota più bassa. Ma questa opzione da sempre incontra una forte resistenza nei politici europei, gelosi di mantenere la politica fiscale prerogativa dello stato nazionale. E le grandi imprese multinazionali approfittano di queste divisioni. La chiamata alle armi contro Google ricorda quella della lega papale contro gli imperiali riformati, che non solo non riuscì a fermare il sacco di Roma, ma costituì anche la premessa per la dominazione straniera in Italia, che sarebbe durata secoli.

 

 

[1] http://www.forbes.com/sites/timworstall/2013/11/05/italy-proposes-an-entirely-illegal-google-tax/

[2] http://money.wired.it/finanza/2013/11/06/google-tax-632758.html

[3] http://www.thepostinternazionale.it/mondo/italia/la-google-tax-e-il-mercato-unico

 

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